Irene Biemmi

Maschiacci e femminucce, Irene Biemmi: «Gli stereotipi sono gabbie, liberiamo bambine e bambini»

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Docente di pedagogia generale, sociale e di genere dell’Università di Firenze, nel suo libro ” Maschiacci e femminucce. Il rosa, l’azzurro e altri stereotipi di genere che non esistono in natura” propone la formazione di famiglie ed insegnanti


Tempo di lettura stimato: 9 minuti

Le ragazze non sono portate per la matematica, i maschi non piangono e non si vestono di rosa, le donne sono predisposte alla cura e all’accudimento. Troppe volte abbiamo sentito questi e altri stereotipi: «Vanno sradicati fin da quando siamo piccoli e piccole. Questo significa fare un’azione di prevenzione reale alla violenza di genere» afferma Irene Biemmi, docente di pedagogia generale, sociale e di genere all’Università di Firenze.

Biemmi è anche componente del comitato scientifico della Fondazione Giulia Cecchettin con cui ha scritto il libro Maschiacci e femminucce. Il rosa, l’azzurro e altri stereotipi di genere che non esistono in natura  (Rizzoli 2026)

L’opera si inserisce all’interno del progetto voluto dalla Fondazione, che insieme alle esperte e agli esperti  che fanno parte del comitato scientifico dell’ente, progetterà una serie di volumi per formare e sensibilizzare sul tema della prevenzione culturale e educativa: «Io mi occupo di infanzia, quindi il fatto che il mio sia il primo libro della collana ha anche un senso cronologico – sottolinea Biemmi – Sono anche molto onorata di aver scritto il primo tassello di questo nostro impegno».

Copertina del libro: ” Maschiacci e femminucce. Il rosa, l’azzurro e altri stereotipi di genere che non esistono in natura  (Rizzoli 2026)”

Gli stereotipi non hanno nulla di naturale

Professoressa, di cosa parliamo quando parliamo di stereotipi?

«Gli stereotipi sono una costruzione culturale. Qualche tempo fa, la mamma di una bambina che frequentava la scuola dell’infanzia insieme a mia figlia, sapendo che mi occupavo degli studi di genere mi disse, anche in tono un po’ aggressivo: “Lei come se lo spiega che se io a mia figlia metto davanti dieci maglioncini di colori differenti, sceglie sempre il rosa?”

Questo genitore, pensava che la predilezione per il rosa fosse connaturata alla sua bambina . Sua figlia, in quanto femmina, per biologia era naturalmente predisposta a quel colore. Però non le è venuto in mente che, probabilmente, quella bambina, già dai due o tre anni, era stata letteralmente sommersa di rosa: la cameretta, i vestiti, i giochi, le bambole, lo zainetto, le scarpe, gli accessori, i personaggi dei cartoni animati.

Siamo talmente immersi negli stereotipi, fin dalla nascita, che finiamo per naturalizzarli: smettiamo cioè di riconoscerli come costruzioni culturali e cominciamo a considerarli come qualcosa di naturale, spontaneo, quasi inevitabile».

 Quali potrebbero essere alcuni esempi?

«Gli esempi potrebbero essere infiniti. Ritorniamo a parlare del rosa, che è il più eclatante. Questo colore ebbe la sua ascesa negli anni ’50 del 900, con il famoso rosa Barbie. Prima di questo periodo questa tonalità era addirittura abbinata molto spesso ai maschi, come testimoniano numerosi dipinti e ritratti della storia dell’arte, dove bambini e giovani uomini sono raffigurati con abiti rosa. Sono tradizioni costruite a tavolino, “tradizione inventate”, create da forze conservatrici per mantenere lo status quo.

Di casi ne esistono purtroppo molti altri, anche in ambito scolastico, che è quello di cui mi occupo più da vicino. Ad esempio: “I maschi sono più portati per la matematica”. Sappiamo che questa affermazione non descrive affatto un dato naturale, eppure finiamo per naturalizzarla, come se esistesse una predisposizione innata dei maschi verso questa materia.

Dovremmo invece chiederci che cosa accadrebbe se bambine e bambini crescessero con le stesse aspettative positive rispetto alle proprie capacità matematiche e ricevessero, fin dall’infanzia, gli stessi incoraggiamenti: probabilmente vedremmo le bambine raggiungere risultati pari a quelli dei loro coetanei maschi».

Stereotipi: un addestramento per l’età adulta

 Lei ha detto che gli stereotipi sono usati per mantenere lo status quo, in che senso?

«Noi addestriamo l’infanzia. Quindi, ad esempio, stimoliamo le bambine ad essere carine, predisposte alla cura e giocare con le bambole, perché la società prevede per loro un futuro ruolo nelle funzioni educative e di cura.

Elena Gianini Belotti nel 1973 in Dalla parte delle bambine, parlava infatti di un vero e proprio addestramento di bambine e bambini ai ruoli che la società si aspettava avrebbero assunto da adulti: un processo educativo precoce attraverso cui si imparava che cosa fosse considerato appropriato per una femmina e che cosa per un maschio.

Lo stesso discorso vale per i ragazzi: li facciamo giocare con le costruzioni, perché la società si aspetta da loro che diventino professionisti di un certo tipo. Persone che dovranno mantenere economicamente la famiglia.

Ogni scelta che viene fatta sull’educazione dell’infanzia non ha nulla di ingenuo, ma è sempre volta a costruire la società che vogliamo».

Di che società si parla oggi?

«La società in cui viviamo è ancora caratterizzata da una distribuzione asimmetrica dei ruoli di genere e del potere: gli uomini continuano a essere maggiormente rappresentati nelle posizioni di potere economico e politico e a essere associati alla sfera produttiva, mentre sulle donne continua a ricadere in misura prevalente il lavoro domestico e di cura, spesso non retribuito e scarsamente riconosciuto sul piano sociale ed economico».

Irene Biemmi docente di pedagogia generale, sociale e di genere all’Università di Firenze

Le nuove generazioni permeate dagli stereotipi

Come si possono contrastare gli stereotipi?

«Il libro, su questo, non è affatto rassicurante: anche le nuove generazioni sono ancora permeate dagli stereotipi di genere. Ma chi glieli ha trasmessi? Noi adulti. Bambine e bambini non nascono con stereotipi e pregiudizi: li apprendono attraverso la socializzazione e l’educazione, assorbendo modelli e aspettative dal mondo che li circonda.

Questo ragionamento diventa potente se pensiamo all’ambito pedagogico. La scuola dovrebbe essere il luogo principe per decostruire i preconcetti, promuovendo una cultura dell’uguaglianza. Ma non possiamo dare per scontato che insegnanti e docenti siano immuni dagli stereotipi: anche loro sono cresciuti dentro una cultura che li ha trasmessi e, senza una formazione specifica, rischiano di riprodurli inconsapevolmente. Per questo la formazione alla parità deve essere una priorità.

Noi come Fondazione Giulia Cecchettin abbiamo fatto partire un grande corso di formazione per maestre e maestri della scuola d’infanzia e primaria che si chiama proprio “Educare all’uguaglianza di genere fin dall’infanzia”. Il corso ha coinvolto quest’anno tre regioni: Toscana, Veneto e Puglia, l’anno prossimo ne coinvolgerà altre tre.

Tutto questo nasce dalla fiducia nel ruolo trasformativo della scuola e negli insegnanti e nelle insegnanti come agenti di cambiamento sociale: formarli significa offrire loro gli strumenti per promuovere una cultura della parità, capace di riconoscere e contrastare stereotipi e modelli sessisti.

Questa responsabilità educativa è condivisa con le famiglie. Per questo infatti il libro non si rivolge soltanto ai professionisti e alle professioniste dell’educazione, ma anche ai genitori, che ogni giorno compiono scelte educative spesso per inerzia e in assoluta buona fede, senza rendersi conto che alcune di queste possono contribuire a riprodurre disparità di genere».

I maschi non piangono davanti ai film d’amore

Lei crede che gli stereotipi si possano disimparare?

«Certo che si possono disimparare, però serve un lavoro faticosissimo. Non dobbiamo parlare per inerzia, ripetendo i diktat che abbiamo interiorizzato, ma allenarci a cercare il controesempio. È un esercizio che propongo sempre, anche ai bambini e alle bambine: se mi dicono “i maschi non piangono”, proviamo a pensare a un uomo o a un bambino che abbiamo visto piangere. Basta un controesempio per incrinare la presunta universalità dello stereotipo.

Un giorno, durante un incontro, un bambino lesse in un libro: «I maschi non piangono». Mi guardò e disse: “Ma non è vero! Il mio papà piange sempre davanti ai film d’amore”. In quella frase c’è qualcosa di molto importante: l’esperienza quotidiana di quel bambino aveva già smentito lo stereotipo.

Questa frase, uscita con estrema naturalezza da questo ragazzino di 7-8 anni è in realtà molto potente, perché ci fa capire che basta un solo caso in cui lo stereotipo viene smontato per non renderlo più valido».


Come possiamo aiutare bambini e bambine a formarsi su questi temi?

«Bisogna creare un ambiente educativo favorevole, con insegnanti e genitori preparati. La buona notizia è che oggi esiste una ricca letteratura per l’infanzia e l’adolescenza che propone contronarrazioni di genere, capaci di ampliare gli immaginari e offrire modelli alternativi agli stereotipi».

Verso i binari della libertà

Perché bisognerebbe leggere questo libro?

«Io spero tantissimo che questo libro venga letto non solo dagli insegnanti, ma anche dai genitori, madri e padri.

Credo fermamente che assumere una prospettiva di genere ci aiuti a riconoscere comportamenti che spesso riproduciamo per abitudine, senza interrogarci. Educare bambine e bambini dentro gli stereotipi di genere è forse la strada più semplice, ma anche la più limitante: gli stereotipi sono gabbie che prescrivono abbigliamenti, ruoli e comportamenti. Liberarsi da queste gabbie significa ampliare le possibilità di seguire i propri gusti, desideri e inclinazioni personali e, in definitiva, di essere più felici.

Io direi di fermarci un attimo e ascoltare davvero che cosa hanno da dirci i nostri figli e le nostre figlie, senza anticipare le loro scelte e senza suggerire loro la strada da seguire. Lasciamo che siano loro a mostrarci chi vogliono essere».


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Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Macerata, ha collaborato con l’ufficio stampa di ateneo. Attualmente collabora con Cronache Junior e modera eventi.
Da tempo si dedica a studi e approfondimenti sulle questioni di genere perché crede che l’equità e la giustizia per tutte e tutti siano una conquista necessaria, ma alla base di tutto ci deve essere rispetto e cortesia. Crede fermamente che attraverso la gentilezza si possano raggiungere grandi obbiettivi. E’ appassionato di cinema, scrittura e letteratura.

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