«Sul nostro corpo decidiamo noi»: in piazza per il diritto all’aborto
A Roma il presidio di Non una di meno si è concentrato davanti alla sede del Ministero della Salute per denunciare l’emergenza dei dati sull’obiezione di coscienza e far sentire la voce delle nuove generazioni
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La giornata del 28 settembre è una data simbolo per la difesa e la promozione del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), una pratica che in Italia è regolata dalla legge 194 del 1978. Tuttavia, avere questo diritto scritto sulla carta non basta: ancora oggi, nel nostro Paese, per molte persone l’accesso a un iter pratico e sicuro per l’IVG resta un percorso a ostacoli.
Proprio per denunciare questa situazione, il movimento Non una di meno è sceso in piazza in diverse città italiane per chiedere procedure sicure e garantite in tutti gli ospedali, spesso messi in difficoltà dall’alta percentuale di personale medico obiettore di coscienza.

A Roma, il presidio si è concentrato davanti alla sede del Ministero della Salute, sul Lungotevere. Tra il traffico e la cornice della città, le voci delle manifestanti si sono alzate forti e decise. Nella parte sinistra della piazza un cordoncino ha sostenuto dei cartelloni che raccontano di situazioni e di casi di obiettori che hanno fatto resistenza negli anni nei diversi centri privati e ospedali all’autodeterminazione delle persone, costringendo molte donne a cambiare città o persino regione; è stato ricordato che molte donne per questa scelta hanno sofferto e perso la vita.
La legge 194 oggi
La questione fondamentale resta aperta: qual è oggi la situazione in Italia sul fronte dell’IVG? Qual è la reale applicazione della legge 194? È davvero garantita ovunque? La risposta a queste domande è il motivo stesso della mobilitazione di oggi nelle piazze d’Italia. Anche Di.Re – Donne in Rete contro la violenza, in una nota diffusa per l’occasione, ha ribadito che un aborto legalizzato non significa che sia sicuro per tutte le persone.
Infatti, secondo EuroMed Rights, come riportato dallo stesso comunicato, «il riconoscimento giuridico da solo non garantisce l’accesso. Un diritto ha senso solo quando può essere esercitato nella pratica, e troppo spesso l’accesso non è determinato dalla sola legge, ma dal luogo in cui una persona vive, dal suo reddito, dal suo status migratorio, dalla sua identità di genere, dalla sua disabilità e dal fatto che il suo sistema sanitario è in grado di fornire assistenza.

Queste barriere raramente agiscono in modo isolato: si sommano per le persone che subiscono più di una forma di discriminazione, tra cui le persone trans e non binarie, i migranti e i rifugiati, le persone con disabilità e quelle che vivono in condizioni di povertà». Come ribadito anche in piazza, questa è una lotta transfemminista. Tutte le soggettività lottano contro il patriarcato che permette ancora oggi alle donne di essere ostacolate quando prendono decisioni sul proprio corpo. Decisione che spetta solo alla singola persona.
Il clima politico e l’emergenza dei dati sull’obiezione di coscienza
Molte persone hanno preso la parola durante il pomeriggio di oggi. È stato fatto il punto della situazione sullo sfondo politico italiano: «A quale mondo parliamo – si sono chiesti i manifestanti – quando abbiamo una Presidente come Giorgia Meloni che parla di percentuali di bambini e bambine massimo stranieri nelle aule, o Antonio Tajani che detta le regole sulle donne da sposare o meno in base a quanto siano devote al marito o quanto portino la gonna lunga? È evidente quindi che bisogna continuare a lottare, lottare dal basso».

Una necessità confermata dai dati: in Italia, infatti, i medici obiettori sono ben 6 su 10, ovvero il 57,1% dei ginecologi, nonostante l’IVG sia un diritto regolato dalla legge. Ponendo il focus sulle varie regioni la situazione si aggrava ulteriormente: in Abruzzo soltanto un medico su quattro applica la legge, con i ginecologi obiettori che salgono al 75%, in Sicilia arrivano al 78% e in Molise toccano persino il 91,7%. Ciò significa che, nonostante esista una legge che legalizza l’interruzione di gravidanza, non ci sono né sicurezza né effettiva accessibilità. E questo mette la salute e i diritti di sempre più soggettività in serio rischio.
La voce delle nuove generazioni e la forza dell’autodeterminazione
Con iniziale timidezza, seguita da coraggio e forza, hanno preso la parola anche studentesse e studenti di un liceo romano che raccontano di aver passato la giornata a invitare le compagne a partecipare all’incontro. Dicono di voler rimanere unite, di essere sicure nella lotta e che l’aborto deve sempre essere garantito, perché le donne nella storia sono state zittite e messe da parte, ma è giusto che lottino per i propri diritti perché nessuno può gettare sentenze sul corpo altrui. Si lotta tutte insieme per l’autodeterminazione di tutte le persone.
Il 28 settembre non si riduce dunque a un mero esercizio mnemonico o a una ricorrenza da calendario: è uno spazio vivo di resistenza collettiva, un richiamo costante a non abbassare la guardia e a continuare a lottare, giorno dopo giorno.

Chiara Ascani
Laureata in Scienze della Comunicazione , frequenta la Magistrale di giornalismo sempre a Roma Tre. Ama scrivere di cultura, attualità e diritti e per questo segue il Master in Studi e Politiche di Genere. Ha lavorato a Domani Editoriale e collaborato con Pour Parler. Su DonneMente offre una prospettiva focalizzata sulla difesa e sul riconoscimento dei diritti delle donne







