“Avevo gli occhi belli”: la memoria di Anna Borsa diventa impegno civile
Valentina Iannaco ha presentato alla biblioteca Vaccheria Nardi di Roma il libro dedicato alla donna, vittima di femminicidio. Poi un dibattito sulla rappresentazione mediatica di casi di cronaca e delle donne vittime
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Anna Borsa oggi avrebbe 34 anni. Parrucchiera di professione e amante degli animali, è stata uccisa il 1° marzo 2022 a Pontecagnano, in provincia di Salerno, mentre era al lavoro.
A restituire la sua identità, nel libro “Avevo gli occhi belli” (Armando Editore), è l’autrice Valentina Iannaco.
La presentazione del libro, giovedì scorso alla biblioteca Vaccheria Nardi di Roma. A moderare l’incontro Luisa Boi, consulente e amministratrice delle pagine “No violenza sulle Donne” e “Amore Criminale”.
I tratti umani di Anna Borsa
L’autrice, visibilmente commossa, ha parlato del femminicidio di Anna Borsa. L’assassino è l’ex compagno, un uomo il cui nome non compare mai nel libro per una scelta precisa: «Il libro parla di Anna, di chi era e di cosa faceva — spiega Iannaco — il nome di lui si trova già sui giornali, dove spesso però mancano i tratti umani di Anna, sostituiti da cronache standardizzate del delitto».
La copertina affida alla fotografia di Anna il compito di stabilire un legame immediato con il lettore. L’immagine, scattata proprio sul luogo di lavoro, mostra un dettaglio carico di significato: un braccialetto con la scritta “La violenza non è mai amore“. Valentina Iannaco racconta di essersi avvicinata a questa storia quasi per una necessità interiore: profondamente scossa da un femminicidio avvenuto a pochi minuti da casa sua, ha sentito il bisogno di agire.

È stato l’incontro con Vincenzo Borsa, fratello di Anna, a dare una direzione a quel sentimento. Inizialmente, Valentina ha voluto spronarlo e sostenerlo nella realizzazione del murales dedicato alla sorella, ma quel desiderio di aiutare “ancora di più” è presto evoluto in qualcosa di più vasto. Da quella vicinanza geografica e umana è nata l’idea di scrivere il libro, un modo per dare una voce eterna alla battaglia di Enzuccio e sottrarre Anna al silenzio della cronaca.
Da questo legame è scaturita una riflessione profonda: la violenza di genere non risponde a stereotipi, né di vittima né di carnefice. I dati Istat confermano infatti la natura strutturale del fenomeno: circa l’80% degli omicidi di donne avviene in ambito familiare o per mano di partner ed ex partner, alimentato da un sistema patriarcale che tenta ancora di giustificare il dominio maschile.
Il linguaggio che tradisce: il peso delle parole
Al dibattito hanno preso parte Elisa Caponetti, psicologa e criminologa, e la professoressa Flaminia Saccà, ordinaria di Sociologia all’Università La Sapienza e presidente dell’Osservatorio STEP. Proprio la professoressa Saccà ha analizzato le criticità del linguaggio giornalistico: l’uso di termini come “raptus” suggerisce erroneamente un’improvvisa perdita di controllo, quando la violenza è invece sistematica e frutto di una volontà di dominio preesistente.
Saccà ha evidenziato come l’empatia dei media vari spesso in base al target della vittima, denunciando l'”evitamento narrativo” che tende a colpevolizzare la donna o a cercare attenuanti per l’uomo “stanco di lavorare” o “sopraffatto dal dolore”.
Red flags e il difficile percorso della denuncia
La psicologa Caponetti ha approfondito il tema delle “red flags”, quei segnali d’allarme oggi pericolosamente normalizzati: dalla geolocalizzazione spacciata per “sorpresa” al controllo ossessivo dei social e delle password. Questi comportamenti non sono gesti d’amore, ma modalità di controllo che annullano la privacy e l’autonomia della donna. Il dibattito si è poi spostato sulla difficoltà della denuncia.

Nonostante i corsi obbligatori per le forze dell’ordine, è emerso un acceso confronto: se da un lato Flaminia Saccà e Luisa Boi denunciano come troppe donne vengano ancora rimandate a casa senza tutela, Caponetti ha sottolineato l’importanza di guardare anche ai casi di successo, dove l’accoglienza in Procura funziona e salva vite.
L’incontro si è concluso con un messaggio di speranza e resistenza. Valentina Iannaco ha scritto questo libro per onorare la famiglia Borsa e tutte quelle famiglie che hanno smesso di vivere. Il cambiamento, è stato ribadito, deve partire dalle scuole, dove l’autrice porta quotidianamente la storia di Anna. Perché, come ricordato in chiusura, se le sofferenze d’amore fanno parte della vita a ogni età, la violenza non può e non deve mai esserne la soluzione.
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Chiara Ascani
Laureata in Scienze della Comunicazione , frequenta la Magistrale di giornalismo sempre a Roma Tre. Ama scrivere di cultura, attualità e diritti e per questo segue il Master in Studi e Politiche di Genere. Ha lavorato a Domani Editoriale e collaborato con Pour Parler. Su DonneMente offre una prospettiva focalizzata sulla difesa e sul riconoscimento dei diritti delle donne







