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Maschi adulti, figli cronici: quando la dipendenza familiare è un’arma a doppio taglio

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Isabella Crespi, docente di ruolo di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Macerata fa un’analisi del rapporto tra figli maschi adulti e famiglia di origine, quando questo risulta essere una dipendenza e arriva a limitare autonomia e autodeterminazione

Tempo di lettura: 11 minuti

Alcuni li chiamano “figli cronici”, altri utilizzano il termine abusato di “mammoni”: spesso si tratta di persone che nascondono un vissuto complesso, che li porta a sviluppare un rapporto di dipendenza pratica ed emotiva con la famiglia di origine, in particolare con la madre.

Sono uomini adulti, che ormai hanno superato la trentina, alcuni oltrepassano anche il mezzo secolo di vita, eppure in qualche modo non hanno mai staccato davvero il cordone ombelicale.

In alcuni casi il problema è meramente economico, ma molto di frequente capita anche per adulti indipendenti da quel punto di vista.

Può capitare anche con soggetti che non abitano più nel nucleo familiare, ma che continuano a dipendere, praticamente e psicologicamente, soprattutto dalla madre, con la quale sovente si instaura un rapporto conflittuale, misto tra dipendenza e fastidio.

Ne abbiamo parlato con Isabella Crespi, docente di ruolo di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi di Macerata.

Non solo una questione economica

In Italia, secondo i dati Istat degli ultimi anni, risulta che all’incirca 580mila persone, nella fascia 40-49 anni vivano ancora in casa con i genitori e di queste, la maggioranza è composta da uomini.

Come sottolinea Isabella Crespi, le cause che portano al verificarsi di questa situazione sono variegate: «Il fatto che siano soprattutto uomini a rimanere più a lungo nella famiglia d’origine è il risultato di più fattori che si sommano.

Da un lato ci sono le condizioni materiali: l’Italia è un paese in cui l’autonomia abitativa arriva tardi, e questo riguarda molti giovani e adulti.

Ma non basta dire “è colpa dell’economia”, c’è anche una dimensione culturale molto importante.

I maschi, ancora oggi, vengono meno responsabilizzati nella gestione della vita quotidiana: cucinare, organizzare la casa, prendersi cura degli altri.

Questo significa che, arrivati all’età adulta, possono essere meno pronti o meno incentivati a vivere da soli.

Inoltre, socialmente è più tollerato che un figlio resti in casa, mentre per una figlia l’autonomia è spesso considerata un passaggio più necessario.

Infine, ci sono le traiettorie di vita: dopo una separazione o un divorzio, alcuni uomini si trovano in condizioni economiche più fragili – tra assegni di mantenimento e costo della casa – e quindi rientrano temporaneamente nella famiglia d’origine.

Questo contribuisce ad aumentare la componente maschile del fenomeno».

Isabella Crespi, sociologa, figli cronici
Isabella Crespi

Figli cronici e madri: dinamiche complesse

Di fatto, quando un figlio adulto continua a vivere nel nucleo familiare di origine, gli equilibri si fanno fragili e le dinamiche sicuramente diverse da quelle di partenza.

Capita spesso poi che il rapporto più complesso sia proprio quello con la madre, con la quale spesso si instaura una relazione di dipendenza, ma anche di malcelato fastidio.

«Quello che si crea – continua Crespi – è spesso un equilibrio implicito, fatto di scambi che non vengono mai esplicitati.

La madre continua a svolgere un ruolo di cura, offrendo supporto pratico – cucinare, lavare, organizzare la casa – ma anche un sostegno emotivo importante.

Il figlio, dall’altra parte, resta in una posizione che non è più quella di un adolescente, ma nemmeno quella di un adulto pienamente autonomo.

È un equilibrio ambivalente: funziona perché è comodo, perché risponde a bisogni concreti, ma allo stesso tempo può bloccare un passaggio evolutivo.

In sociologia si parla spesso di “transizioni all’età adulta” che si allungano: uscire di casa, formare una coppia, avere figli sono tappe che arrivano sempre più tardi.

Nei casi di rientro dopo una separazione, questo meccanismo può intensificarsi.

Il ritorno nella casa dei genitori può riattivare dinamiche precedenti, quasi come se il tempo si riavvolgesse. Quello che nasce come soluzione temporanea rischia così di stabilizzarsi».

Un rapporto conflittuale

Capita allora di assistere, all’interno di famiglie di questo tipo, a rapporti condizionati da una doppia valenza, sia da parte del figlio, sia da parte della madre stessa.

Ma che tipo di responsabilità è ascrivibile ad una madre che si trova a gestire la presenza in casa di un figlio ormai decisamente cresciuto?

Isabella Crespi fa riferimento alle tensioni interne alla relazione stessa, che sono, in queste situazioni, quasi endemiche.

«Da una parte c’è un bisogno concreto di supporto, dall’altra un bisogno altrettanto forte di autonomia.

Il figlio adulto può sentirsi in debito, o limitato, e questo può generare irritazione. La madre, invece, può oscillare tra il desiderio di aiutare e quello di mantenere un certo controllo sulla vita del figlio.

A questo si aggiunge il contesto economico e sociale: oggi vivere da soli è più difficile, e questo può aumentare il senso di frustrazione.

I dati sulla povertà e sulla precarietà ci ricordano che non sempre si tratta di una scelta.

Nei casi di separazione, poi, entrano in gioco anche elementi emotivi come il senso di fallimento o di perdita, che possono rendere le relazioni familiari più tese.

Quindi il conflitto non è un’anomalia, ma spesso il segnale di un equilibrio che non riesce a trovare una forma stabile».

Ma è davvero sempre colpa delle madri?

Se qualcosa va male, la colpa è sempre della mamma: questa storia, tra il detto e il non detto, riflette ancora oggi in larga parte il pensiero comune, ma in realtà non è esattamente così.

Ce lo conferma Crespi, che al riguardo sostiene l’importanza di evitare una lettura colpevolizzante.

«Le madri hanno un ruolo centrale e questo riflette un modello sociale più ampio.

In Italia il lavoro di cura continua a essere svolto prevalentemente dalle donne, e questo vale anche all’interno delle famiglie di origine, dove le madri sono spesso il punto di riferimento quotidiano, sia dal punto di vista pratico sia emotivo.

Le madri però non “creano” la dipendenza volontariamente: rispondono ad aspettative sociali e a modelli interiorizzati secondo i quali aiutare un figlio è percepito come naturale, quasi doveroso.

Detto questo, è anche vero che questo sostegno può, in alcuni casi, prolungare la dipendenza.

È una dinamica ambivalente: la cura è necessaria, ma può diventare un ostacolo se non si accompagna a un percorso verso l’autonomia».

Da legame affettivo a dipendenza dei figli cronici

Un uomo adulto che vive ancora in una connessione troppo stretta con i legami familiari originali esprime senza dubbio un segnale, che diventa importante nel caso in cui sia evidente lo sviluppo di una situazione di effettiva dipendenza.

«Il punto centrale però – specifica Isabella Crespi – è distinguere tra una fase e una condizione stabile.

Oggi è normale che le transizioni all’età adulta siano più lunghe: restare in famiglia per un periodo non è di per sé problematico, soprattutto in un contesto economico difficile.

Diventa una forma di dipendenza quando manca un percorso verso l’autonomia.

Se una persona adulta non sviluppa competenze di base per gestire la propria vita, se rimanda continuamente decisioni importanti o delega in modo sistematico, allora siamo di fronte a qualcosa di diverso.

Nei casi di separazione, è fondamentale considerare la dimensione temporale: un rientro può essere una soluzione legittima, ma dovrebbe accompagnarsi a un progetto, anche graduale, di uscita».

Il ruolo dei padri

In questo contesto viene normale domandarsi quale sia invece il ruolo dei padri all’interno di una relazione di fatto squilibrata, che evidenzia spesso come questi ultimi appaiano sempre piuttosto defilati.

Di fatto, come ammette anche Crespi, «in molti casi sì, e questa è una percezione abbastanza fondata».

Si tratta di una questione che per gran parte deriva ovviamente da un contesto socio culturale radicato e condiviso per moltissimo tempo: «I padri – continua – sono stati tradizionalmente meno coinvolti nella cura quotidiana e nelle relazioni affettive più intime, e questo si riflette anche in queste dinamiche.

Questo non significa che siano assenti, ma che il loro ruolo è spesso meno centrale. Possono intervenire come figura normativa, oppure essere presenti in modo più distaccato.

Nei casi di padri separati, il quadro si complica ulteriormente: oltre agli aspetti culturali, entrano in gioco vincoli materiali come il reddito e la disponibilità abitativa.

Questo può rendere la loro posizione ancora più fragile e meno visibile».

Figli cronici e vita di coppia

Gli effetti poi di questo tipo di legame sulle relazioni sentimentali dei figli maschi adulti possono essere diversi, andando ad inficiare la capacità di instaurare rapporti maturi e stabili, sia nel caso di coppie già esistenti, sia nel caso di chi ha difficoltà a stringere unioni durature.

Isabella Crespi ci ricorda infatti che: «Vivere a lungo nella famiglia d’origine può significare avere meno esperienza nella gestione della quotidianità e nella negoziazione con un partner.

In alcuni casi si crea un confronto implicito con la figura materna, soprattutto sul piano della cura e questo può generare aspettative difficili da soddisfare in una relazione tra pari.

Inoltre, se l’autonomia economica e abitativa è fragile, anche la possibilità di costruire una relazione stabile viene rinviata.

Questo è uno dei motivi per cui in Italia si formano coppie più tardi rispetto ad altri paesi europei».

La responsabilità dei modelli educativi tradizionali

Alla luce di quanto detto è indubbio dunque riflettere su quanto abbia inciso e quanto ancora incida in queste situazioni il perpetrarsi di modelli educativi tradizionali in una società che ha subito, negli ultimi decenni, profonde trasformazioni sociali e culturali.

Ha ancora senso oggi educare figlie e figli in modo diverso? La domanda è retorica e la risposta scontata:

«La famiglia – aggiunge Crespi – è il primo luogo in cui si apprendono ruoli e aspettative di genere.

Se ai maschi vengono assegnate meno responsabilità domestiche, è più probabile che da adulti si sentano meno preparati a vivere in autonomia.

Le differenze si costruiscono fin dall’infanzia e si riflettono poi nelle scelte di vita adulta.

Cambiare questi modelli significa lavorare sul lungo periodo, ma è una delle leve più importanti per trasformare il fenomeno».

Un sistema che favorisce gli squilibri di genere

Sebbene il supporto reciproco, all’interno di una famiglia, sia comunque una risorsa fondamentale, è importante capire quando si supera il confine, andando a limitare l’autonomia ed ostacolando lo sviluppo di una vita indipendente.

Alcune forme di dipendenza affettiva o pratica vengono ancora percepite come normali e questo ha come diretta conseguenza il perpetrarsi di relazioni di genere fortemente squilibrate, a discapito ovviamente delle donne.

Come sottolineato da Crespi, infatti, «queste dinamiche contribuiscono a riprodurre le disuguaglianze perché rafforzano ruoli tradizionali.

Le donne continuano a sostenere il lavoro di cura, sia come madri sia, in prospettiva, come partner.

Gli uomini, restando più a lungo in una posizione di dipendenza domestica, possono ritardare l’assunzione di responsabilità nella vita quotidiana.

Allo stesso tempo le difficoltà economiche – come nei casi di separazione – possono renderli più vulnerabili dal punto di vista abitativo.

Il risultato è un sistema che tende a perpetuare gli squilibri: le donne più caricate sulla cura, gli uomini meno coinvolti, e una trasformazione che procede lentamente.

Per comprendere questo fenomeno bisogna tenere insieme più livelli: economico, culturale e familiare.

Non si tratta di scelte individuali isolate, ma di processi sociali più ampi.

Promuovere l’autonomia significa intervenire su tutti questi aspetti, e anche ripensare il modo in cui distribuiamo la cura tra uomini e donne».


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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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