L’amore ai tempi dei social, Fiorebecca: «Non tutto può essere racchiuso in un’etichetta»
Rebecca Fierro racconta come è cambiato il nostro modo di parlare d’amore tra ghosting, red flag e relazioni digitali. Dai classici della letteratura al suo primo libro, una riflessione sul potere delle parole
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Rebecca Fierro, classe 2001, nata a Gorizia e laureata in Lettere a Udine. Tramite i social, dove è conosciuta come Fiorebecca, ha trovato una forma tutta sua di raccontare l’amore. I suoi contenuti, spesso ispirati ai grandi classici della letteratura storica e contemporanea, hanno la capacità di incuriosire chi la segue, generando riflessioni e forme di empatia sempre più rare da trovare nella società odierna.
Rebecca Fierro e Fiorebecca, sente di poter dire che sono la stessa persona o ci sono delle differenze tra la persona che vive nella realtà e quella che invece vive all’interno dei social?
«Ce ne sono senz’altro. Ultimamente, visto che sono a Padova per scrivere la tesi, mi capita di andare a bere qualche caffè con altri studenti che magari mi seguono sui social e spesso mi dicono che sono diversa da come mi vedono sui social, che sono una “persona normale” e io quasi ci rimango male. Credo dipenda un po’ da come mi pongo, comunque sulle piattaforme devi sottostare a delle “logiche” che stanno dietro alla comunicazione quindi magari appaio più impostata. Ma le idee di cui parlo, le mie posizioni, sono le stesse, solo che quando sono lontana dalla videocamera riesco ad esprimermi in maniera più rilassata, anche a livello corporeo».
Storie d’amore capaci di promuovere solidarietà
Come è arrivata a parlare di letteratura, sentimenti e relazioni online? E cosa l’ ha spinta a trasformare queste riflessioni in un libro?
«Tre anni fa ho postato un video (alquanto deprimente) in cui mi lamentavo di una mia situazione sentimentale. Mi ricordo che sono andata a dormire con gli occhi gonfi, piangenti. Quando mi sono svegliata il giorno dopo questo video era andato viralissimo: aveva fatto tipo un milione e mezzo di visualizzazioni, una cosa folle. E quindi ho pensato: «Oh wow, caspita, guarda quanta solidarietà che c’è attorno a una storia così sconfortante d’amore». Mi sono detta che forse iniziando a parlare di queste cose avrei trovato delle persone effettivamente disposte ad ascoltarmi».
Educazione affettiva digitale
Rebecca è laureata nella triennale di Lettere con indirizzo editoriale e ha pensato di iniziare a raccontarsi con l’ausilio della letteratura, utilizzando le parole di scrittori e personaggi che la facevano sentire rappresentata.
«Con il tempo ho cercato anche un po’ di ampliare gli orizzonti. Mi piace molto parlare anche di argomenti come etica del digitale, educazione sessuo-affettiva, attualità, cronaca, tutto quello che cattura la mia attenzione».
Se un tempo erano soprattutto libri, film e canzoni a costruire il nostro immaginario sentimentale, oggi quanto lo stanno facendo TikTok e Instagram? E secondo lei lo stanno facendo meglio o peggio?
«Io su questo ho una visione un po’ disincantata. Inizialmente i social hanno dato il via ad una democratizzazione delle voci, per cui tutti abbiamo potuto esporci e confrontarci. E il fatto di poterci esporre senza dover effettivamente passare per le vie ufficiali e dominanti resta comunque un patrimonio comune. Però secondo me adesso si tende in generale a una sovrabbondanza che porta all’ assuefazione.
Qualsiasi esperienza viene mercificata, ti vendo il prodotto e, con la scusa, ti racconto un’esperienza sentimentale, facendolo però con poca etica e consapevolezza del mezzo che utilizzo. Anche se tu non sei un creator, comunque non sai effettivamente quante persone potrai raggiungere con il tuo contenuto, potenzialmente tantissime. E non sai, di conseguenza, quante persone ne verranno intaccate».
Rebecca sottolinea l’importanza di accompagnare al mondo del digitale un’educazione affettiva, che fornisca gli strumenti per divulgare contenuti e informazioni senza correre il rischio che questi possano ripercuotersi negativamente su altre persone.
«Le etichette vanno problematizzate»
Dopo aver studiato e scritto così tanto sull’amore, è cambiato il suo modo di viverlo?
«Sì, molto. Io ho sempre saputo di essere una «pesantona», che sta lì, rimugina, sovranalizza, però finché lo facevo con le mie amiche sapevo che quello era il mio ruolo all’interno del gruppo. Adesso, da una parte mi sento quasi un punto di riferimento, perché ci sono un sacco di persone che mi scrivono anche solo per avere un consiglio. E questo ovviamente mi fa piacere. D’altra parte fare contenuti, dare voce a certi pensieri, scriverli mi porta inevitabilmente a pensare e ripensare all’amore, a definirlo, piuttosto che viverlo».
E secondo lei le parole che si utilizzano oggi nel mondo dei social, come: ghosting, situationship, red flag, love bombing… sono frutto di nuove dinamiche nate di recente o abbiamo semplicemente dato dei nomi a situazioni che sono sempre esistite?
«Sicuramente certi fenomeni sono sempre esistiti. Tutti i meccanismi che contraddistinguono le relazioni umane in fondo sono gli stessi, semplicemente si convertono in base ai mezzi che abbiamo a disposizione. Io credo che il potere delle parole è tale da generare effettivamente dei mondi nuovi. E quindi, se io vado a definire, nominare un fenomeno, gli do importanza, gli do uno spazio, gli do una voce, corro un po’ anche il rischio di abusarne o strumentalizzarlo.

Secondo me, tornando anche a quello che dicevamo prima, definire così tanto, catalogare, potrebbe portare all’estremizzazione. Il concetto di ghosting ad esempio, non è una cosa condannabile sempre e comunque. Se una persona mi scrive insistentemente e vuole vedermi, il fatto che possa mettersi in contatto con me non gli dà automaticamente il diritto a ricevere una risposta.
Il problema attuale secondo me, è che siamo poco inclini a problematizzare queste etichette, cioè a capire che cosa comportano tutti questi termini ombrello, cosa si può inserire, cosa si può legittimare, cosa si può salvare. La tendenza principale di tutta questa terminologia è anche una certa chiusura, una certa polarizzazione».
Parlare d’amore in un libro
Quest’anno è uscito il suo primo libro “L’amore tra le righe”, che cosa l’ha spinta a passare dalla comunicazione digitale a quella cartacea?
«Scrivere mi piace tanto, è sempre stato un sogno nel cassetto. Poi la casa editrice Longanesi mi ha contattata e ho colto l’occasione. È chiaro che, se tu fai un prodotto, ci si aspetta che tu sia anche coerente con quello che hai fatto fino ad ora.
Quindi, diciamo che il libro è un po’ un frutto di compromessi che io ho fatto con me stessa, tra quello che magari mi sarei immaginata come il mio primo libro e quello che avrebbe potuto funzionare in questo momento. Spero senz’altro di poter pubblicare ancora e continuare a sperimentare».
A chi non ha ancora letto il libro, direbbe che è un libro d’amore?
«È un libro che parla di storie in generale, anche chiaramente storie d’amore. Più che altro, secondo me, restituisce un senso multiprospettico di quello che possono essere tante storie diverse rispetto a un unico macrotema che poi si declina in tantissime altre forme e che risulta estremamente personale. Come dico anche nel libro, noi possiamo leggere quello che vogliamo sull’amore, ma poi fondamentalmente bisogna buttarsi».
Parlare d’amore in un momento storico come questo può essere complesso, questo ha spinto l’autrice a chiedersi “qual è il valore di un libro, o comunque di un prodotto, che parla unicamente di amore in un mondo in cui ci sono anche tante altre questioni che sono protagoniste?”. La risposta che si è data la troviamo nel libro Incubi di Beirut di Ghada Samman, in cui l’autrice scrive che, in mezzo ai bombardamenti i baci davano molto più fastidio ai cecchini o ai soldati piuttosto che qualunque parola di odio, di sconforto, di lamento. Il potere dei gesti, dell’amore ha sempre motivo di esistere.

Oltre al libro, Rebecca ha anche scritto e prodotto un podcast in collaborazione con il Basement di Gianluca Gazzoli, titolato “Le forme dell’amore” e composto da 30 episodi:
«È un progetto sulle forme dell’amore e di come questo si manifesta nelle nostre vite. Il mondo del podcast in generale mi affascina molto e quindi spero che sia solo il primo di molti».
Tre curiosità su Fiorebecca
Prima di salutarla le faccio la domanda più temuta: le va di raccontarci tre curiosità su di lei.
«Cavoli, queste domande fanno capire quanto è difficile parlare di sé. Allora la prima è che ho fatto hip hop per dieci anni, quando lo dico solitamente la gente resta un po’ sorpresa perché vengo più associata a un tipo di ballo impostato. Invece l’hip hop mi dava modo di essere più sciolta, rilassata.
La seconda è che odio i fast food, li farei chiudere tutti quanti, è un tipo di industria che proprio non mi piace. E la terza è che non so stirare, questa mi fa un po’ sorridere perchè essendo una persona molto pigra nonostante io abbia provato molte volte non sono mai riuscita ad imparare.
L’altro giorno avevo una presentazione a Milano e mi ero portata una camicetta, ma quando l’ho tirata fuori dalla valigia era tutta stropicciata quindi ho provato a stirarla nella saletta dell’hotel, inutile dire che ne sono uscita sconfitta».
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Nicole Stefanini
Una laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Macerata e una magistrale in Cooperazione Internazionale presso l'Università degli Studi di Bologna, oltre a un'esperienza Overseas di sei mesi in Cile all'Universidad de Valparaiso e un Master in Editoria presso l'Accademia Treccani. Esperienze nel mondo delle ONG e della Cooperazione Internazionale, nell'Organizzazione di grandi eventi e nella stesura di progetti, articoli e documenti formali. Consulente esterna per l'IILA- Organizzazione Internazionale Italo Latinoamericana dal 2022 al 2024. Impiegata amministrativa presso la Fondazione Lega del Filo d'Oro dal 2024 al 2026. Scrittrice freelance per il magazine Donnemente. Assistente alla Direzione Organizzativa del Festival di Saggistica Passaggi della città di Fano.







