Libertà e amicizie, Giulia Baldelli: «Le donne hanno il diritto di sbagliare»
Dalla chimica alla scrittura, la scrittrice racconta a Donnemente il suo percorso, il legame con le Marche e Bologna e le protagoniste imperfette dei suoi romanzi. Un dialogo sul suo ultimo libro, Un mondo soltanto
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Giulia Baldelli torna in libreria e racconta il percorso che l’ha portata alla scrittura, il legame con le Marche e Bologna, la libertà delle sue protagoniste e il valore delle amicizie che nascono nell’adolescenza. Un dialogo sul suo ultimo romanzo, Un mondo soltanto, ma anche sul suo percorso e sulle storie al femminile che continuano a lasciarci un’impronta.
La chimica nella narrazione
Lei arriva da un percorso tutt’altro che letterario: una laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche, anni di lavoro nel settore della sicurezza alimentare e della sostenibilità e poi la scrittura.
Quando ha capito che raccontare storie sarebbe diventata una parte imprescindibile della sua vita?
«Descriverei il mio percorso come un passaggio da una sfera professionale a un’altra. A un certo punto della vita ho sentito che c’era una parte di me inespressa. Da lì a capire che quella parte avrebbe potuto trovare voce attraverso la scrittura c’è stato un salto. E, come tutti i salti, è difficile raccontarlo a posteriori.
Posso dire solo che, a un certo punto, mi sono detta: “Provo a scrivere una storia”. Da lì è iniziata la mia carriera di scrittrice. La formazione che ho avuto influenza molto il mio modo di scrivere. Non è stata soltanto una formazione accademica: per tantissimi anni mi sono occupata di sicurezza alimentare, sostenibilità delle filiere e sistemi di gestione aziendale, attività che in parte svolgo ancora oggi come docente e valutatrice.
Questa esperienza mi ha dato un approccio molto ancorato alla realtà e credo che emerga anche nella scrittura. Persino nella tecnica narrativa cerco quella che, in chimica, è l’efficacia di una reazione: una reazione non dipende soltanto dai reagenti, ma anche dalla giusta proporzione tra gli elementi. Quella ricerca dell’equilibrio è qualcosa che porto anche nei miei romanzi».
Imparare a narrare
Le Marche, e in particolare Fano, ricorrono spesso nei suoi libri. Non sono semplicemente un’ambientazione, ma sembrano custodire la memoria e l’identità dei personaggi. Che rapporto ha con la sua terra d’origine?
«Le ambientazioni che scelgo non sono mai semplici sfondi: diventano protagoniste della narrazione. Le Marche, per me, significano molto più di Fano. Ci sono anche Fossombrone, il paese dove ho trascorso le estati e tante domeniche con mia nonna e le mie zie paterne.
Credo che sia proprio lì che abbia imparato a narrare. Da bambina ascoltavo le donne del paese sedute la sera lungo la via raccontare le persone, la guerra, la fame. È lì che sono rimasta ammaliata dal potere delle storie».
Anche Bologna torna nella sua narrativa: è la città degli studi, della crescita e delle scelte adulte. Quanto ha inciso sulla persona e sulla scrittrice che è oggi?
«Bologna è la città che mi ha dato fiducia. Certo, è cambiata negli anni e vive le stesse difficoltà sociali ed economiche che affrontano molte città italiane, quindi non voglio dipingere un’immagine idilliaca.
Continuo però a considerarla una città inclusiva. È un luogo in cui si vive ancora nei parchi, dove puoi fermarti per strada e avere la sensazione di poter incontrare qualcuno con cui scambiare due parole. Questa dimensione di accoglienza e inclusione, secondo me, Bologna l’ha conservata».
Donne imperfette e autentiche
Nei suoi romanzi, da L’estate che resta a Le parole che mi hai lasciato, fino a Un mondo soltanto, le protagoniste sono donne autentiche, imperfette, capaci di sbagliare e di ricominciare. È un modo per allontanarsi dagli stereotipi femminili o semplicemente per raccontare la realtà?
«Nasce soprattutto da un desiderio: quello di raccontare donne fatte di luci e ombre. Credo che non dobbiamo essere sempre la versione migliore di noi stesse per meritare di finire nelle pagine di un romanzo o, più semplicemente, per sentirci all’altezza della nostra vita.
Così come gli uomini, anche le donne hanno il diritto di sbagliare, di compiere azioni discutibili, come accade ai personaggi dei miei libri. Non devono essere sempre impeccabili o performanti. La considero una forma di libertà».
Il valore dell’amicizia
In Un mondo soltanto il vero filo conduttore non è l’amore, ma l’amicizia tra donne. Perché ha voluto raccontare questo legame? E quanto pensa che le amicizie nate a sedici anni contribuiscono a definire la donna che saremo?
«Che bella domanda. Anzi, bellissime entrambe.
Ho voluto raccontare una storia di amicizia perché credo profondamente in questo legame. Non lo considero diverso dall’amore: per me l’amicizia è una forma d’amore. Credo che le amicizie nate nell’adolescenza ci modellino e influenzino le donne che diventeremo, anche quando, con il tempo, da quelle persone prendiamo le distanze.
I fatti della vita possono allontanarci, ma non le portano via da dentro di noi. È come se lasciassero un’impronta. Mi sono chiesta spesso perché accada.
Una spiegazione che mi sono data è che queste amicizie nascono quando non abbiamo ancora finito di evolverci. Stiamo ancora crescendo, anche biologicamente. Il cervello è ancora in fase di sviluppo. Forse è proprio per questo che restano così impresse: ci incontrano mentre ci stiamo ancora definendo. Sono come un impronta lasciata sul cemento ancora fresco».
Scrivere per permettere una riparazione
C’è una pagina o una scena di Un mondo soltanto che ha richiesto più coraggio per essere scritta?
«No, in realtà è una scrittura sulla quale non ho mai avuto blocchi. C’è stato però un punto, alla fine della seconda parte, dove, senza svelare ciò che accade, c’è una separazione molto forte tra queste amiche. Scrivere quella parte mi ha fatto piangere».
Dove scrive?
«Scrivo solo a casa. Non riesco a scrivere nei luoghi pubblici, né nei bar né in biblioteca. Non ho bisogno di essere sola. Scrivo nelle condizioni più improbabili: mentre i miei figli fanno i compiti, mentre aspetto qualcosa, in tutti gli incastri di tempo che ho. Non mi serve un momento di ritiro, ma ho bisogno di essere a casa».
Che cosa spera resti alle lettrici di Donnemente dopo aver chiuso l’ultima pagina di Un mondo soltanto?
«Mi auguro che rimanga la speranza che, anche quando si sbaglia nei rapporti con le persone, esista sempre una possibilità di riparazione».
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Claudia Brattini, farmacista con specializzazione in nutrizione e chimica degli alimenti, laureata in Scienze della Nutrizione. È Giornalista pubblicista e si occupa di comunicazione nel mondo della salute. Ha conseguito un master in Comunicazione della Salute & Digital Marketing Sanitario, Giornalismo e Data
Journalism organizzato dal Corriere della Sera. È autrice del libro di cucina per bambini "Gustosissimo, favole ricette ed emozioni da impastare".







