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Donne veterinarie: il difficile equilibrio tra gender gap, doppio carico, burnout e fatigue compassion

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In Italia le donne rappresentano il 64% della professione veterinaria, ma la maggiore presenza femminile non si traduce automaticamente in pari opportunità: differenze salariali, doppio carico, accesso ai ruoli di leadership e rischio di burnout raccontano un’altra realtà.

Tempo di lettura: 11 minuti

In Italia il 64% della professione medica veterinaria è composto da donne e il numero delle studentesse universitarie che hanno scelto questo percorso è oltre il 70%.

I dati dell’ultimo censimento Vet Survey della FVE (Federation of Veterinarians of Europe), risalenti al 2023, parlano chiaro mostrando un trend in crescita: la Veterinaria, tradizionalmente di appannaggio maschile, è oggi sicuramente donna.

Come spesso avviene, tuttavia, i soli numeri, senza un adeguato contesto, rischiano di darci una lettura imprecisa del fenomeno.

Laura Cutullo, presidente dell’Associazione Donne Medico Veterinario, ci ha mostrato anche gli aspetti che restano invisibili, ma che pesano fortemente sulle spalle delle lavoratrici, rendendo spesso il loro percorso di lavoro e di vita molto complesso.

“Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco” è un vecchio adagio che in questo caso calza a pennello.

Laura Cutullo, presidente Associazione Donne Medico Veterinario
Laura Cutullo, Presidente Associazione Donne Medico Veterinario

Il gender gap salariale, ma non solo

L’analisi di Laura Cutullo è lucida e oltrepassa la mera questione professionale, andando ad investire il contesto socio culturale: «La Veterinaria è sempre stata una professione tradizionalmente maschile e, nonostante ultimamente noi donne siamo arrivate a rovesciare la situazione, continuiamo a portarci dietro tutte le questioni relative al nostro genere, che ancora oggi penalizzano la maggioranza delle lavoratrici.

Ci troviamo infatti ad avere a che fare quasi sempre con un doppio incarico, che è quello del lavoro, sommato a quello della cura della famiglia, che, tra occupazioni materiali e carico mentale, finisce per diventare una vera zavorra.

Per una donna veterinaria dedicarsi solo alla professione, come fanno gli uomini, non è quasi mai possibile.

È difficile che possiamo fare dodici ore di turni lavorativi, perché dobbiamo incastrarci anche il tempo di andare a prendere i figli a scuola, di occuparci dei genitori anziani, dei nostri animali, di pensare a cosa cucinare per cena, di cosa comprare al supermercato, di stendere la lavatrice…

È complicato anche per donne che sono single, che si dedicano moltissimo al lavoro, avere la testa, il corpo e la capacità di dedicarsi esclusivamente a quello.

Il gender gap non è soltanto essere pagate meno: se una prestazione ecografica costa 150 costa 150, che sia una donna o un uomo a farla, ma si può ricavare meno dal proprio lavoro in termini economici, proprio perché ci si può dedicare meno.

Inoltre, chi fa un lavoro di tipo salariale può più facilmente avere un’offerta economica più bassa rispetto a quella maschile, proprio per il minor numero di ore in cui può lavorare».

Di fatto, già da un rapporto AVMA del 2021 risultava che le donne veterinarie guadagnassero in media il 10% meno degli uomini a parità di esperienza e ruolo, e la stessa Associazione Donne Medico Veterinario riporta che attualmente in Italia una veterinaria donna guadagna circa il 25-30% in meno rispetto a un collega uomo.

Valentina Tepedino donne veterinarie
Valentina Tepedino, referente settore ittico Associazione Donne Medico Veterinario

Specializzazioni meno remunerative e divisione invisibile dei ruoli

Un’altra caratteristica della veterinaria al femminile è poi quella di scegliere maggiormente alcuni tipi di specializzazioni che, nonostante la loro importanza, risultano meno remunerative di altre.

È infatti più facile che siano veterinarie donne a specializzarsi in campi come il comportamento, l’alimentazione, la medicina naturale, l’oncologia o la medicina interna, settori che richiedono un altissimo aggiornamento, ma rendono meno di altri, generalmente più maschili, come cardiologia, neurochirurgia o consulenza aziendale per grandi filiere.

Secondo Laura Cutullo, questo tipo di scelta è dettata intrinsecamente dalle differenze di genere, che non andrebbero appiattite ma valorizzate:

«Secondo me è una questione proprio di passione.

Io non penso che noi donne siamo esattamente come gli uomini e neanche che siamo meglio, semplicemente siamo diverse e questa diversità la dobbiamo difendere con i denti, valorizzando le nostre caratteristiche.

Le veterinarie generalmente hanno un migliore rapporto empatico con i pazienti, una migliore capacità di comprendere le situazioni al di là del sintomo fisico che viene presentato, fanno dei collegamenti più ampi e cercano di trovare delle soluzioni in modo molto più creativo.

La cosa che ci frega è che noi vogliamo essere perfette, quindi facciamo una specie di auto sabotaggio.

Questo perfezionismo fa sì che riusciamo a volte ad essere più precise sul lavoro, ma possiamo risultare meno flessibili, quindi l’ideale sarebbe sempre, secondo me, mettere insieme queste caratteristiche umane».

sara nicolini donne medico veterinario
Sara Nicolini , referente allevamenti, Associazione Donne Medico Veterinario

La difficoltà di andare oltre il soffitto di cristallo

Anche in ambito veterinario il famoso soffitto di cristallo, così difficile da sfondare da parte femminile, è un ostacolo quasi insormontabile.

A fronte del numero crescente di donne nel settore, le percentuali di titolari di struttura sono decisamente basse, specialmente in Italia, dove il trend è addirittura in diminuzione.

«C’è stato un forte calo che salta subito agli occhi se confrontiamo i dati negli anni. – continua Cutullo – Se infatti dal censimento Vet Survey del 2018, le titolari donne di strutture veterinarie erano il 47%, nel 2023 questo dato scende al 24%.

Questo principalmente perché molte di noi preferiscono collaborazioni esterne o part-time per gestire il “doppio carico” lavorativo e familiare».

C’è poi un altro dato importante: anche la presenza nei ruoli di leadership nelle istituzioni veterinarie è inferiore a quella maschile e si attesta intorno al 41%, determinando un’assenza femminile nelle decisioni e contribuendo dunque a mantenere il settore fortemente orientato alle esigenze degli uomini.

Come precisa Laura Cutullo: «Su 100 ordini provinciali, solo 18 hanno una Presidente donna.

In FNOVI, per il mandato 2025-2028, le donne occupano solo 2 posti su 15 nel Comitato Centrale e in enti come l’ENPAV, sebbene i ruoli operativi di vertice (Direzione Generale) siano affidati a donne, nel Consiglio di amministrazione la presenza femminile è ancora minima (1 su 6).

Nella veterinaria pubblica la situazione è leggermente migliore, con una dirigente donna su tre.

Quando ci sono, poi, le donne hanno soprattutto dei ruoli operativi, spesso sono segretarie, tesoriere, e i ruoli decisionali sono ancora maschili.

Mara Di Noia veterinaria
Mara Di Noia, Vice presidente Associazione Donne Medico Veterinario

Esclusione o autoesclusione forzata?

Secondo la presidente dell’Associazione Donne Medico Veterinario, le motivazioni che si nascondono dietro a questa situazione non sono legate ad una volontà maschile di esclusione delle colleghe donne, bensì, di nuovo ad una scelta quasi sempre obbligata.

«Ancora una volta noi donne non abbiamo tempo: abbiamo il lavoro, la famiglia, i nonni, le badanti dei genitori da gestire: ma dove lo trovo il tempo anche di occuparmi dell’Ordine dei veterinari, del fare la delegata?

Esiste poi un altro elemento che va al di là dei momenti istituzionali, ma è ugualmente incisivo: le occasioni informali a latere degli incontri ufficiali sono gioco forza una sorta di boy’s club.

Dopo i convegni, ad esempio, spesso relatori e organizzatori si ritrovano in occasioni conviviali, come un aperitivo, una cena, un caffè: momenti informali in cui si costruiscono legami e rapporti e si condividono idee, ma le donne raramente sono presenti.

Il motivo è sempre lo stesso: “io non posso perché ho lasciato la babysitter… devo andare di corsa a casa”. Non abbiamo tempo di coltivare anche questo tipo di relazioni».

Maria Luisa Marenzoni donne medico veterinario
Maria Luisa Marenzoni, Referente per l’Università, Associazione Donne Medico Veterinario

Burnout e Compassion Fatigue

Infine, data la situazione, non è difficile immaginare che a gravare sulle spalle delle donne veterinarie sia anche un maggiore rischio di Burnout e Compassion Fatigue.

È noto che fino al 67% dei medici veterinari sperimenta nella sua carriera sintomi di “stress da compassione”, situazione tipica delle professioni di aiuto, che in questo caso riceve un doppio stimolo, proveniente dalla gestione contemporanea del dolore dei propri pazienti e dei loro caregiver umani.

Anche in questo caso sono le donne a subire di più: il già citato perfezionismo clinico, unito al carico emotivo del fine vita degli animali o altre situazioni difficili, alla risoluzione di eventuali conflitti con i clienti e a guadagni non proporzionali ai sacrifici, creano una situazione tossica, che mette fortemente a rischio il benessere mentale delle professioniste mediche veterinarie, portando troppo spesso all’abbandono della professione.

Federica Pirrone donne medico veterinario
Federica Pirrone, Referente benessere animale, Associazione Donne Medico Veterinario

Come intervenire

In un contesto simile, il ruolo di una realtà come l’Associazione Donne Medico Veterinario trova pienamente la sua ragion d’essere in un’ottica di sostegno, sensibilizzazione e guida, come spiega ancora Laura Cutullo:

«Quello che cerchiamo di fare è dare principalmente un sostegno emotivo alle colleghe.

Cerchiamo di puntare sulla consapevolezza della loro forza e delle proprie capacità: non deve rappresentare un problema essere donna e soprattutto non deve apparire mai un problema ammettere di sentirsi in condizioni di grande fatica mentale e fisica.

Riteniamo importante aiutare le colleghe il più possibile a non sentirsi sole, a non pensare che il problema sia solo loro e a non sentirsi abbandonate dalle istituzioni, come abbiamo fatto ad esempio riuscendo ad avere maggiori sussidi da parte della nostra cassa previdenziale.

Credo che sia molto importante avere vicino altre persone che vivono la tua stessa problematica, dalle quali trarre anche la forza di dire “ok ce la posso fare”, perché molte volte il nostro è un lavoro molto solitario anche se vissuto in contesti pieni di gente.

Anche colleghe che hanno raggiunto altissimi risultati professionali non sono immuni da difficoltà e condividerle può dare conforto alle più giovani o a chi vive momenti critici.

Siamo attive in tutta Italia, organizziamo corsi, incontri, offriamo convenzioni e poi abbiamo fatto e stiamo facendo molto anche sulla prevenzione alla violenza di genere e ultimamente il femminicidio della nostra collega Lorena Isceri ci ha spinto ad impegnarci ancor di più».

Certamente la strada da percorrere è ancora lunga e non priva di complicazioni, ma ci sono realtà che permettono, se non di mettere subito il gatto dell’equità nel sacco, quanto meno di evitare che graffi troppo.


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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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