Alberto pellai prevenire la violenza di genere

Prevenire la violenza di genere, Pellai: «Si comincia sempre dalla famiglia»

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Pensare la violenza di genere in termini di emergenza è una necessità di certo attuale, tuttavia non ci sono dubbi che è sulla prevenzione che bisogna concentrarsi per un vero cambiamento collettivo.

Bambine e bambini, ragazze e ragazzi imparano fin dalla nascita, in un percorso integrato con la loro crescita, ruoli di genere, comportamenti, stereotipi che si innestano naturalmente nel loro modus vivendi.

Se cerchiamo un freno, allora, al dilagare delle notizie di cronaca che vedono nei femminicidi, nelle disparità, nel gap sociale e culturale che ci circondano una narrazione costante, dobbiamo di certo chiederci quando, ma soprattutto come agire.

Ne abbiamo parlato con Aberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli Studi di Milano, autore di numerosi best seller sul parenting e sulla psicologia per adulti e ragazzi.

Come prevenire davvero la violenza di genere

Nel caso della violenza di genere, cosa significa esattamente “prevenzione”?

La prevenzione in questo ambito dovrebbe comprendere una serie di comportamenti inseriti naturalmente nel sistema famiglia, quando questo sistema è ben calibrato sulle esigenze di tutti i suoi componenti.

Secondo Pellai infatti «la prevenzione inizia da subito nella vita di un bambino di una bambina, perché i modelli di comportamento vengono osservati dentro l’esempio della coppia genitoriale, nella quale ci sono un uomo e una donna, che sono mamma e papà, e che devono costruire un legame dove c’è un noi, che deve essersi chiarito rispetto a quali sono i ruoli di genere.

La co-genitorialità è di per sé una palestra meravigliosa per cambiare stereotipi e trasformare ruoli di genere».

L’importanza di costruire una famiglia funzionale e allineata su cosa significhi educare al rispetto e alle differenze è dunque fondamentale nel processo di creazione del background sociale e culturale dei più giovani, che tuttavia non deve fermarsi alla prima infanzia.

«In tutto il percorso di crescita bambini e bambine devono frequentare ambienti che sanno cosa vuol dire educare alle emozioni, agli affetti, alla sessualità, al genere in modo adeguato e quindi produrre un cambiamento che è prima di tutto culturale, poi concreto e agito nella vita di tutti i giorni».

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Alberto Pellai durante un incontro a Macerata – foto di Andrea Aconiti Mandolini per l’Associazione Help SOS Salute e Famiglia ODV

La gelosia non è un segnale d’amore

Proprio la mancanza di una corretta educazione alle emozioni, il non saper riconoscere cosa significhi amare davvero e soprattutto come dimostrarlo producono poi, fin da giovanissimi, idee pericolose e comportamenti affettivi a rischio.

Controllo del cellulare del partner, possessività, gelosia estrema sono purtroppo spesso parte integrante delle storie d’amore, anche le più acerbe.

Insegnare a ragazze e ragazzi a saper riconoscere una corretta affettività è oggi sempre più difficile, ma anche in questo caso Alberto Pellai parte dalla necessità di fornire modelli adeguati:

«Credo che il tema centrale sia duplice: da una parte è necessario fornire ai più giovani narrazioni di relazioni funzionali, adeguate, competenti e quindi far vedere quanto è bello sentirsi protetti e sicuri dentro un rapporto che funziona, dall’altra ci sono le contro narrazioni, che chiaramente vanno smontate».

Le contro narrazioni sono tuttavia preponderanti, oggi più che mai, confidando in una infosfera sempre più virale e totalizzante.

«In questo momento la cultura popolare di ragazzi e ragazze è piena di narrazioni che sono impregnate di stereotipi e ruoli di genere orientati alla violenza: la musica, le serie TV preferite, i romanzi, i così detti “young adult”, dove resiste sempre, ed è ancora molto sostenuto, il mito del “bello e maledetto”.

Oggi viviamo però anche questo paradosso che dice alle ragazze: “scappa via a gambe levate dal narcisista manipolatore”, ma poi sono offerte costantemente storie dove quel profilo di personalità è incarnato dentro ad attori bellissimi che ti fanno battere il cuore».

Trap, sessismo, oggettificazione della donna

A guardarsi intorno in effetti, viene da dire che il contesto sociale e culturale giovanile dell’attuale fase storica, per lo meno quello del mainstream, è effettivamente molto povero e intriso di messaggi devianti, iper semplificati e potenzialmente pericolosi, soprattutto perché fruiti per lo più da persone ancora in via di formazione.

L’universo che ruota attorno alla musica Trap ne è un esempio del tutto calzante: testi misogini, sessisti, oggettificazione della donna, insieme a narcisismo, ossessione per la ricchezza, cultura dello sballo sono solo alcune delle tematiche preferite dai chi coltiva il genere.

«Io trovo che sia davvero un ambiente culturale profondamente tossico» – sostiene Pellai – «e anche contraddittorio. Penso, ad esempio, ad alcune artiste donne da cui sono molto colpito perché si presentano come paladine della prevenzione della violenza di genere e poi finiscono per fare i così detti “feat” in album di colleghi uomini che contengono dei testi terrificanti.

È come se questa cosa non fosse un problema. Ma come è possibile? Hai alzato la voce a favore del genere femminile, hai allertato le ragazze su certi temi e poi, semplicemente perché quello è l’artista più popolare del genere del momento e ha tantissimi fan, entri dentro ad un album che ha dei testi che sono impronunciabili, irriferibili».

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Alberto Pellai con Silvia Alessandrini Calisti di Donnemente a Macerata – foto di Cristina Marcucci

Dunque uno scenario che vede decenni di lotte femministe cancellate dall’abuso dell’ennesimo autotune, capace di coprire le stonature di voce, ma che non nasconde la mancanza di rispetto delle parole, se solo ancora la si sapesse riconoscere come tale.

Aggiunge allora, a ragione, Pellai: «Credo che qua dentro ci sia proprio la trappola della cultura paradossale di oggi, che riesce a dire tutto e il contrario di tutto, generando un caos dove poi il presidio reale del valore che deve essere affermato, testimoniato, educato, costruito e formato nelle nuove generazioni viene disperso e si evapora come una bolla di sapone».

Troppo giovani per l’educazione affettiva, ma non per la pornografia

E poi c’è il grosso problema dell’educazione all’affettività e alla sessualità, proprio negli ultimi giorni al centro di un acceso dibattito a causa dell’emendamento sul così detto DDL Valditara – ancora in discussione – , che prevede il divieto di attività extra curriculari su queste tematiche fino alla scuola media.

Il veto nasce dall’idea che bambini, bambine, ragazzi e ragazze fino ai 14 anni siano troppo giovani per affrontare certe tematiche, opinione questa condivisa per la verità anche da diverse famiglie, che evitano di toccare l’argomento anche in casa, ma che poi – e qui di nuovo avviene il paradosso – forniscono, fin dalla più tenera età, i propri figli e figlie di smartphone capaci di catapultare con un semplice click i giovani utenti nel mare magnum della rete.

È proprio sul web infatti che i giovani fanno il primo incontro con la pornografia, ad età sempre più precoci.

Contenuti espliciti ed estremi sono così una delle prime forme di “educazione sessuale”, intensificando e creando nuove forme nascenti di violenza.

Di tutto questo le famiglie spesso sembrano non rendersi conto perché in parte ignare dei contenuti che circolano nelle chat private o che vengono consultati con pochi click.

È sempre più frequente poi il fenomeno dell’adultizzazione precoce dei più piccoli, spesso con il sostegno, consapevole o inconsapevole, dei genitori stessi, che sottopongono i figli a situazioni o contenuti non adatti all’età.

Il pensiero di Pellai, anche in questo senso è molto chiaro: «Occorre rieducare alla fase-specificità, cioè dare le cose giuste al momento giusto, che è il valore chiave dell’intervento educativo: il mondo adulto questa cosa l’ha completamente dimenticata».

L’importanza di una corretta educazione digitale

Il ruolo del digitale in questo contesto è stato assolutamente centrale: «È arrivato tutto molto velocemente» – dice lo psicologo – «abbiamo esposto bambini di sette anni ed esperienze di tredicenni e tredicenni ad esperienze di ventenni, senza più capire che il ruolo dell’adulto è davvero anche quello di mettere limiti, transenne, regole che il bambino e il ragazzo non sanno darsi da soli».

In questo scenario diventa allora fondamentale comprendere l’importanza di una corretta educazione digitale, tema che vede Pellai in prima linea da ormai diversi anni.

«Educazione digitale oggi significa non tanto “Ti insegno a usare bene lo strumento” ma “Ti insegno a non usarlo”.

Il digitale entra troppo presto nelle vite dei ragazzi e questo concetto, insieme al grande tema dell’educazione affettiva e sessuale, oggi diventa elemento di fondamentale importanza nella crescita dei bambini e dei ragazzi».

Stimoli inadeguati, mancanza di dialogo su determinati argomenti e retaggi culturali del passato rischiano quindi di creare nelle menti dei più giovani una miscela esplosiva:

«In questo momento» – dice Pellai – «il codice del silenzio delle generazioni da cui proveniamo è chiaramente un codice non solo inutile, ma anche pericoloso, perché tutta la sessualità arriva come una corazzata Potëmkin dentro alla modalità della pornografia.

Quella però è una sessualità oggettificante e violenta, che vede l’altro semplicemente come un corpo che deve dare piacere e se quello è l’obiettivo della sessualità, cioè fare un sesso che fa arrivare solo al piacere, l’altro è disumanizzato, automaticamente diventa un oggetto a cui si può fare di tutto».

Uno scenario di certo inquietante, ma che può e deve essere ribaltato

Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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