La violenza non comincia da uno schiaffo, dalla Toscana un progetto di prevenzione
Siglato un accordo tra Regione, Università di Firenze e Fondazione Cecchettin per percorsi di educazione all’uguaglianza di genere nelle scuole e formazione degli insegnanti
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C’è uno spazio che nessuno racconta abbastanza: quello tra l’inizio di una storia e il momento in cui quella storia finisce sui giornali con titoli drammatici. È lì, in mezzo, nel quotidiano, che può cominciare a raccontarsi una storia diversa.
Gli ultimi fatti di cronaca parlano ancora di femminicidio e a fronte di nuove tragiche perdite si aprono strade che puntano invece nella direzione opposta e danno speranza. La Toscana è in prima linea: a pochi giorni dall’uccisione di Lorena Isceri a Barberino del Mugello, è stato siglato un accordo tra Regione, Università di Firenze e Fondazione Cecchettin per percorsi di educazione all’uguaglianza di genere nelle scuole e formazione degli insegnanti. A Firenze si sono riuniti i rappresentanti di tutte le parti al lavoro, guidati dal presidente toscano Eugenio Giani e da Gino Cecchettin, presidente della Fondazione.
Vediamo di approfondire le cose e proviamo a farlo con due strumenti: le parole e la formazione. Le parole che pesano, le parole che aprono, l’educazione e i percorsi di formazione come spinte alla crescita personale e della collettività.
Nei giorni scorsi l’omicidio di Lorena Isceri è stato protagonista di cronache e dibattiti pubblici, Firenze ha dedicato spazi di riflessione e partecipazione sia di popolo che di istituzioni, di centri di aiuto e volontariato; uomini e donne sono scesi anche per strada a testimoniare la partecipazione a un fatto drammatico e di enorme peso per la società.
La violenza non inizia da uno schiaffo
La violenza che fa notizia è la punta di un iceberg, mentre la parte sommersa è anche il terreno linguistico e culturale su cui quella punta s’innesta e cresce. Gli studi sul linguaggio e certe sue ripercussioni, tendono ad affermare che la violenza può non cominciare con uno schiaffo. Comincia a volte con una frase buttata lì, ripetuta abbastanza da diventare normale: “sei una rompiscatole”, “il tuo comportamento provoca le reazioni degli altri”.
Comincia con un silenzio che punisce più di un urlo. Comincia con un “mi fai arrabbiare”, una frase che sposta la colpa senza che nessuno se ne accorga, nemmeno lei, perché in fondo suona quasi ragionevole: se lui si arrabbia, un motivo ci sarà stato.
Ed è proprio qui un punto su cui riflettere: quel motivo, quella donna comincia a cercarlo dentro di sé. “L’ha fatto perché io gli ho risposto male”, “Non mi parla perché è stanco”, “M’ignora perché avrà i pensieri del lavoro”. Ogni comportamento inadeguato trova una spiegazione plausibile, e chi la fornisce, spesso, è la donna stessa. È il primo, silenzioso passo di un’abitudine che si radica: imparare a giustificare prima ancora di riconoscere di che cosa si tratta.
Una guida alle relazioni problematiche
La Fondazione Cecchettin ha pubblicato una guida che sintetizza alcune modalità e comportamenti per aiutare a individuare relazioni problematiche. «Quando non permette una comunicazione sana: se ogni confronto diventa colpa tua o finisce con urla e silenzi punitivi, non è una relazione equilibrata. Minimizza i tuoi sentimenti: se ti dice “esageri”, “sei troppo sensibile”, “non è successo niente”, sta negando ciò che provi».
E quando lei prova a raccontarlo fuori, a una collega, a un’amica o a un parente, spesso trova la stessa logica giustificativa: “Che vuoi che sia”, “Chissà cosa gli hai detto per farlo arrabbiare così”. Così anche fuori si chiude la porta che avrebbe dovuto aprirsi.
Questo è lo spazio da non sottovalutare, quando i segnali sono ancora parole, silenzi, piccole rinunce quotidiane.
«Dobbiamo renderci conto che la violenza ha una causa: non esplode all’improvviso, ma si genera da modelli di relazione basati sul dominio e sul controllo, che vanno necessariamente cambiati» afferma Giulio Cecchettin, presidente di Fondazione Giulia Cecchettin Ets.
Una donna che sente di dover stare attenta a cosa dice per “non farlo arrabbiare”, che modula ogni giorno un po’ di più il proprio comportamento per evitare una reazione, sta già dentro una dinamica che potrebbe non migliorare da sola.
Le parole non sono neutre
Come sottolinea Stefania Cavagnoli, del comitato scientifico della Fondazione Cecchettin, le parole non sono neutre e influenzano il modo in cui costruiamo le relazioni: «Anche espressioni che sembrano innocue o semplici battute possono trasformarsi in microaggressioni sulla persona che subisce certe parole. Le microaggressioni vengono studiate dalle neuroscienze per vedere come il nostro cervello si modifica nell’ascoltare e subire alcune parole. Serve attenzione e consapevolezza a come parliamo ma anche accortezza quando certe parole e battute sono dette da altri».
Uguaglianza di genere, l’educazione nelle scuole
Buone pratiche? Ascolto, educazione, rete sociale pronta a riconoscere ciò che sta succedendo mentre sta ancora succedendo, personale specializzato.
La sigla dell’accordo toscano per fare educazione nelle scuole sul tema dell’uguaglianza di genere e per formare gli insegnanti ad abbandonare stereotipi di genere e promuovere la cultura del rispetto e della non violenza è un fatto che rema nella direzione buona.
Il progetto nazionale Educare all’uguaglianza di genere, fin dall’infanzia, promosso dall’Università di Firenze e dalla Fondazione Giulia Cecchettin , al quale ha aderito la Regione Toscana, è stato presentato dall’assessora regionale alle pari opportunità Cristina Manetti, dal presidente della Fondazione Cecchettin e la responsabile scientifica del corso e del progetto di ricerca Irene Biemmi. L’iniziativa prevede un percorso di formazione destinato agli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria.
Consapevolezza di genere per insegnanti e studenti
La Regione Toscana ha aderito all’accordo tra il Dipartimento di formazione, lingue, intercultura e psicologia dell’università di Firenze e la Fondazione Giulia Cecchettin, mettendo a disposizione 44mila euro per sostenere in particolare la ricerca sull’efficacia dei percorsi formativi. La ricerca consentirà di valutare la consapevolezza di genere del personale docente, i bisogni formativi e le competenze acquisite durante il corso.
Sono previsti almeno 200 questionari, somministrati in entrata e in uscita dal percorso, oltre a focus group e interviste che coinvolgeranno indicativamente 80 insegnanti. Una parte della ricerca entrerà inoltre nelle classi: alcuni docenti, su base volontaria, realizzeranno attività didattiche per far emergere gli stereotipi di genere interiorizzati da bambine e bambini e osservare eventuali cambiamenti nelle loro rappresentazioni e nel loro immaginario. Parte dei fondi stanziati andranno a due borse di studio dedicate alle attività di ricerca, oltre alla diffusione dei risultati attraverso iniziative e pubblicazioni.
«La scuola è il primo luogo in cui le persone si formano, imparano a stare in relazione con gli altri e sviluppano il proprio modo di pensare. È quindi fondamentale che la prevenzione della violenza di genere parta da qui: le insegnanti e gli insegnanti sono le persone a cui affidiamo i nostri figli e le nostre figlie e, insieme alle famiglie, hanno il compito di educarli e accompagnarli in un tratto importante della loro vita.
Prevenire la violenza di genere dalle radici
«La Fondazione promuove percorsi di educazione alle relazioni, al rispetto e all’affettività che non intendono sostituirsi alle famiglie, ma rafforzarne il ruolo educativo attraverso un lavoro condiviso tra scuola, territorio e genitori. Per svolgere al meglio questo compito, però, occorre fornire strumenti concreti per riconoscere e decostruire gli stereotipi di genere, così radicati nella nostra cultura, e alimentare relazioni fondate sul rispetto, sull’empatia e sulla parità. Investire nella formazione fa rima con prevenzione: significa agire prima, affinché nessun’altra famiglia debba conoscere il dolore della perdita», afferma Cecchettin.

«La violenza contro le donne è una ferita profonda della nostra società – dice il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani – e contrastarla significa agire con determinazione anche sul terreno della prevenzione. È un impegno che deve coinvolgere le istituzioni, la scuola, le famiglie e l’intera comunità. Partire dall’educazione delle nuove generazioni significa lavorare per un cambiamento culturale vero, insegnando il valore del rispetto, della parità e della libertà. La Toscana ha scelto di sostenere questo progetto perché crediamo che investire sulla formazione e sulla consapevolezza sia fondamentale una società nella quale la violenza e la sopraffazione non trovino più spazio».
«Prevenire la violenza di genere significa innanzitutto intervenire sulle sue radici culturali, attraverso l’educazione e la formazione – sottolinea l’assessora Cristina Manetti – Per questo è fondamentale cominciare fin dall’infanzia e dalla scuola, aiutando bambine e bambini a crescere liberi da stereotipi e a costruire relazioni fondate sul rispetto, sulla libertà e sulla parità. In questo percorso gli insegnanti hanno un ruolo decisivo e devono poter contare su strumenti e formazione adeguati. L’adesione della Regione Toscana a questo progetto nasce proprio dalla volontà di investire sulla prevenzione».
L’importanza di chiedere aiuto
Ecco la testimonianza di Giovanna, nome di fantasia di una donna che si è rivolta a un centro di aiuto. Ha 49 anni, un lavoro a tempo pieno in un’azienda privata, ha una laurea e si occupa di amministrazione. Nella coppia da tempo qualcosa non funzionava, ma Giovanna era sempre più sola a portare il peso dello schiacciamento, giorno dopo giorno.
«Lo ha capito una mia amica, da fuori – racconta – stavo male ma non riuscivo a capire esattamente cosa mi stesse succedendo. Dire di avere bisogno di aiuto è difficile, ammettere di essere sotto a una manipolazione è complicato, specie per una donna che culturalmente è educata alla cura e alla comprensione».
Cosa dire ad altre donne e ad altri uomini? «Per la mia esperienza – prosegue Giovanna – attenzione a non sottovalutare ciò che viene detto. Quante volte mi sono sentita dire… non hai pazienza. Poi sono stata messa in contatto con il centro di aiuto. Oggi ringrazio il percorso che ho fatto, voglio dire che è importante ascoltare e farsi ascoltare, chiedere aiuto e rivolgersi a persone specializzate, inoltre è fondamentale l’educazione, la cultura sociale».
Il progetto che partirà dalla Toscana con l’università di Firenze e la Fondazione Cecchettin è uno strumento che guarda ai giovanissimi e al mondo della scuola, su un terreno da lavorare e concimare continuamente per far crescere piante sane e ben radicate. Non so se in botanica si parli di genere, ma credo che tra gli umani sia indispensabile fare un lavoro educativo e culturale aperto a tutti, maschi e femminile, dai piccoli agli adulti, fino ai molto grandi.
Pillole di concretezza
Seguendo il mood di Donnemente, equità in pratica, ecco qualche pillola di concretezza da portare via da questa lettura.
Prima: impariamo a riconoscere le parole che restringono lo spazio dell’altro. Una frase isolata può sembrare un litigio; una sequenza può raccontare un meccanismo di controllo. Imparare a nominarlo prima significa non aspettare che diventi violenza.
Seconda: insegniamo ai ragazzi che una relazione non è una prova di forza. La prevenzione comincia molto prima della prima relazione: nelle parole con cui insegniamo ai ragazzi e alle ragazze che cosa significa stare con qualcuno senza possederlo.
Terza: formiamo chi educa e facciamo cultura del rispetto. Insegnanti preparati possono riconoscere segnali, linguaggi e dinamiche che spesso restano invisibili. E possono educare i bambini e i giovani al rispetto e alla buona comunicazione in relazioni equilibrate.
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Giornalista e scrittrice, formatrice sul tema della comunicazione.
Ha scritto “Equilibriste” (AltreVoci), un libro che affronta con ironia il tema dell’equilibrio tra vita personale e professionale. E’ autrice di due romanzi gialli Alzati e corri, direttora (Mondadori) e Il silenzio dell’erba (Kobo Originals), tiene corsi di comunicazione e svolge ricerche sul tema donne e lavoro. Ha ideato e dirige i percorsi “Equilibri al centro” per crescere e migliorarsi tra vita e lavoro. Collabora con riviste e tv.
Il suo motto è #conleparole







