silvia ballestra una notte nella casa delle fiabe

Silvia Ballestra nella casa delle fiabe dei Grimm: racconto di donne e resistenza culturale

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Che succede se si lascia una scrittrice da sola, di notte, chiusa in un museo situato nel bel mezzo di quella che è conosciuta come “Strada delle Fiabe” in Germania?

La risposta è racchiusa nell’ultimo libro di Silvia Ballestra, che per la casa editrice Laterza ha pubblicato “Una notte nella casa delle fiabe”.

L’autrice ha infatti trasformato un’esperienza del tutto singolare in un testo sorprendentemente ricco di riflessioni, che, come pensieri racchiusi in una matrioska, si dipanano durante la lettura e si succedono, dall’uno all’altro, lasciando, come briciole su di un immaginario sentiero, suggestioni narrative molto coinvolgenti: su tutto spiccano le considerazioni dell’autrice, sempre molto puntuali, sulla storia e sul ruolo della donna.

Marchigiana naturalizzata milanese, 56 anni, la scrittrice, due volte candidata al premio Strega e vincitrice di diversi riconoscimenti letterari, ha pubblicato romanzi, raccolte di racconti e saggi con i maggiori editori italiani.

La genesi del libro

Leggendo “Una notte nella casa delle fiabe”, viene spontaneo domandarsi da dove venga la scelta di un soggetto così particolare. A rispondere è direttamente Silvia Ballestra, che ci accompagna in un breve viaggio alla scoperta del suo lavoro letterario.

«In realtà l’idea è de Laterza, che ha mutuato da una casa editrice francese questa collana che si ispira al film “Una notte al museo”, sono usciti tanti titoli diversi e alcuni hanno vinto dei premi.

La mia prima idea era stata di andare a casa Leopardi a Recanati, quindi un museo, si, però anche la casa dello scrittore, poi invece per motivi personali mi sono ritrovata a passare casualmente per Kassel, in Germania, dove c’è il Grimmwelt, il museo dedicato ai fratelli Grimm ed è stata un’illuminazione».

Non solo fiabe

Scrittori conosciutissimi e apprezzati in tutto il mondo per le fiabe che continuano ad accompagnare generazioni di bambini, I Grimm sono stati, come sottolinea Silvia Ballestra, anche molto più di questo:

«Non sapevo nulla di dei Grimm, cioè pensavo di sapere delle cose riguardo alle fiabe, però non sapevo niente di tutto l’altro loro lavoro, della loro biografia, dell’importanza che hanno avuto per la cultura e per la lingua tedesca, ma anche per la società civile impegnata e per la politica del loro tempo».

Linguisti, filologi, ricercatori, considerati fondatori della Germanistica, i Grimm sono stati infatti anche autori del più grande vocabolario di tedesco, pubblicato nel 1854 e contenente, oltre al significato, anche le origini e l’uso di ogni parola.

Nel 1837 i due fratelli, che furono anche professori e bibliotecari a Gottinga, si opposero apertamente al Governo che aveva sospeso la Costituzione di Hannover, e per questo furono licenziati e banditi dallo Stato.

Un gesto decisamente significativo, che Silvia Ballestra ha conosciuto in un momento importante per la genesi dell’opera:

«In quei mesi mi stavo interrogando molto sulle voci un po’ silenziose di artisti e intellettuali rispetto ai grandi eventi del mondo, alle grandi crisi che sono in atto, in particolare quella della Palestina, dove c’è stata per tanti mesi una grossa censura e autocensura.

Vedere invece che in altri momenti storici degli intellettuali, dei letterati, delle persone di cultura avessero proprio rischiato di persona, rimettendoci anche il posto di lavoro – ed erano persone che avevano bisogno di lavorare, non erano ricchi di famiglia – in nome di un loro ideale, è stato importante per farmi decidere di affrontare questa storia.

Aggiungiamo anche che parlando dei Grimm si ha a che fare con la letteratura, ma anche con la lingua, che è un altro mio grande interesse».

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Il Grimmwelt il mattino dopo la notte trascorsa al suo interno da Silvia Ballestra – foto dell’autrice

Scrittori maschi, ma spesso narratrici femmine

“Una notte nella casa delle fiabe” è al contempo racconto e saggio e mette al centro della sua riflessione la ricchezza e la complessità della narrazione popolare, che da sempre si può leggere su vari livelli e in base a diverse chiavi interpretative.

Silvia Ballestra sottolinea in particolare il ruolo delle figure femminili sia come personaggi all’interno dei racconti, sia come narratrici e trasmettitrici di fiabe e infine come critiche di un genere letterario multiforme e stratificato.

«Occupandomi della vita e dell’opera di questi due fratelli maschi, ho trovato molte tracce di donne, sia come presenze della loro vita, sia come ispiratrici delle loro ricerche.

Quando i due fratelli iniziarono a cercare persone che raccontassero loro le fiabe e le storie da collezionare, molti contributi vennero forniti da donne: alcune erano nella cerchia delle loro conoscenze, altre nella rete delle amiche della sorella e altre ancora erano delle anziane, anche chiuse negli ospizi, che erano proprio la voce del wolk, del popolo.

All’inizio della loro raccolta poi viene citata Dorothea Viehmann, di Kassel, che è stata la più grande fornitrice di storie e la fonte più importante per le loro fiabe.

Viene fuori allora che le più grandi trasmettitrici di storie e di fiabe, sia per il Grimm sia in generale, sono proprio le donne.

Non dimentichiamoci poi che Perrault mette in copertina Mamma Oca: nei secoli le donne hanno raccontato le storie e sebbene le abbiano scritte soprattutto i maschi, alla fine quasi tutti i raccoglitori di storie rendono omaggio alle loro fornitrici, che spesso sono mamme, nonne, balie».

Le donne delle fiabe: protagoniste e scrittrici

Le storie popolari, che nascono come racconti destinati ad un pubblico di tutte le età e poi vengono riservate ai bambini, sono anche preziose fonti per la storia delle donne, del lavoro femminile e infine anche della critica letteraria.

Ne è ben consapevole Ballestra, che, attraverso il suo libro ci permette di riflettere su tutto questo.

«Le donne nelle fiabe sono, si, le principesse, ma sono anche le balie, le serve, le cuoche, donne che si muovono nello spazio proprio dei lavori femminili, casalinghi, perché sono storie di casa, sono le fiabe del focolare.

Fin dall’inizio però, nella loro forma scritta, arrivano a cura di scrittori uomini, perché le donne non avevano un’istruzione e quindi già i primi autori che le mettono su pagina, che sono gli italiani Straparola e Basile, sono due uomini.
Si passa poi a Perrault e si arriva ai Grimm. Nel frattempo Andersen scrive le sue, che non sono raccolte, ma proprio fiabe scritte da lui.
C’è stato un grande lavoro intorno alle favole: in inglese e francese il genere è definito proprio col termine “Storie di Fate” ed ecco, a definirlo così è stata una scrittrice francese, perché alla fine del Seicento alla corte di Francia quello era un genere molto praticato, soprattutto da diverse scrittrici, che però sono state dimenticate, ma hanno avuto una funzione molto importante nella storia delle donne».

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Foto di Luisanna Cola

Una critica letteraria al femminile

Anche nel settore della critica letteraria del genere fiabesco, ci rendiamo conto che il contributo femminile è stato molto importante. L’autrice infatti tiene a precisare che:

«Negli ultimi decenni la critica alle fiabe è stata fatta da donne e sono studi interessantissimi. Si tratta di letture delle fiabe che portano in luce anche tante contraddizioni anche tanti problemi dell’oggi, che riguardano i lettori più giovani, oppure si pongono delle questioni sulle fiabe chiedendosi se sono ancora attuali, se sono sessiste, se sono classiste, se sono razziste.

Sono nuove sensibilità che vengono prepotentemente alla ribalta e a cui bisogna comunque fornire delle risposte e queste critiche le hanno già iniziate negli anni Settanta le femministe, le studiose, le ricercatrici».

Lavoratrici, principesse e streghe

Come ci fa notare Silvia Ballestra, benché il nostro immaginario fiabesco contemporaneo sia assolutamente condizionato dalle versioni mainstream proposte dal colosso americano Disney, è bene non dimenticare che le grandi storie popolari ci tramandano anche molte preziose informazioni sul ruolo della donna nei secoli:

«C’è tutto un filone di fiabe sul lavoro delle donne, che ci lascia delle tracce storiche e sociali importanti della funzione femminile nel Medioevo. Dalle fiabe evinciamo che le donne lavoravano il lino, si sostentavano anche da sole, non solo all’interno della famiglia».

Donne autonome, dunque, e talvolta, forse proprio per questo, temute fino ad incarnare figure simbolicamente negative:

«Si passa poi anche alla figura della strega, che è la vecchia estromessa dalla società produttiva. Nel libro ho inserito tutto un capitolo sulle streghe».

Il crocevia dei Sibillini

E a proposito di streghe, non è una novità che si tratti di figure di donne controverse, spesso allontanate perché diverse dai ruoli socialmente accettati.

Le streghe spesso erano donne sapienti, che avevano competenze empiriche di medicina popolare o anche levatrici, erbarie o altro.

Particolarmente interessante il paragone con la Sibilla Appenninica, unica Sibilla ad essere stata in qualche modo demonizzata, di cui parla un’altra scrittrice particolarmente cara a Silvia Ballestra, cioè Joyce Lussu.

«La cosa che mi ha sempre colpito della lettura della Sibilla fatta da Joyce Lussu è che si tratta di una donna anziana, che ha una profondissima conoscenza e che è analfabeta.

Il suo sapere è tutto nella memoria, non è scritto, quindi di nuovo siamo alla dimensione orale e troviamo dei fili sotterranei che uniscono appunto la figura della strega, le fiabe e il folklore come deposito anche di tutto questo».

In un tale incrocio di relazioni sembra poi esserci un punto comune, individuato inaspettatamente proprio in uno specifico luogo, tra l’Umbria e le Marche, regione che ha dato i natali alla stessa Silvia Ballestra.

«Gli studi di Marija Gimbutas, ma anche quelli della storica della fiaba Marina Warner – due ricercatrici che provengono da ambiti diversi – sembra che si incontrino proprio nell’antro della Sibilla Appenninica, sui Monti che portano il suo nome, perché vengono citati anche dalla Warner».

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Foto a cura della Libreria “Un panda sulla luna” – Terlizzi (BA)

Fate e donne reali, tra fiabe e cucina

«La Sibilla è una figura molto terrena», prosegue Ballestra, «e le fate poi che stanno vicino alle culle dei principi, ma anche dei poveri, nelle fiabe, sono indubbiamente le levatrici, sono le ostetriche, quindi di nuovo si incontrano i saperi molto materiali della medicina popolare padroneggiati per millenni da donne.

La storia della fiaba assomiglia alla storia della cucina: i grandi chef sono quasi tutti uomini, ma in realtà hanno messo solo la firma su di un sapere che è stato per tantissimo tempo di tante donne anonime, a centinaia di migliaia, di cui non è rimasta traccia».

La madre di Biancaneve e il male fatto dalle donne

Un altro degli aspetti interessanti che emerge dalla lettura de “Una notte nella casa delle fiabe” è senza dubbio quello della considerazione del male agito per via femminile, che agli occhi (ma anche alle orecchie) del lettore, suona molto più atroce di quello commesso dagli uomini.

«Oggi siamo abituati ad una concezione della donna che deve essere sempre comunque accogliente, dolce, che tiene alla vita, ma dobbiamo sapere che questa non è la regola generale: poiché le fiabe contengono tutto, perché in un patrimonio così ricco ci trovi qualsiasi cosa, ci mostrano anche questo.

Per esempio, nella prima versione della storia di Biancaneve dei Grimm è la madre a condannarla a morte, poi è diventa matrigna e per secoli nella trasmissione orale è stato così.

Solo in un secondo momento la versione viene edulcorata, perché ad un bambino ad un certo punto non potevi dire che la mamma ti può fare del male fino ad ucciderti, quindi l’hanno trasformata nella matrigna. È stata cambiata, ma questa dimensione è sempre esistita».

Le famiglie allargate delle fiabe

Riflettendo dunque sulla filologia delle fiabe dovremmo forse rivedere la nostra concezione di tradizionalità, intesa come sinonimo di un certo conservatorismo, che si alza spesso in difesa di concezioni, legate forse più al presente che al passato.

Ne è certa Silvia Ballestra, che nelle fiabe, specchio delle usanze dei popoli, si è immersa con certosina accuratezza:

«Una cosa che mi ha colpito moltissimo visitando il museo dei Grimm è uno schemino appeso ad un muro, che rappresenta le varie combinazioni delle famiglie raccontate nelle storie.

Allora sono andata veramente a rileggere gli incipit delle fiabe dei Grimm e ho notato che tantissime iniziano con: “C’era una volta una donna che era morta di parto”, “C’era un uomo che si era risposato”, “C’era un padre che viveva solo con i figli”: le famiglie nelle fiabe sono allargate, ricomposte, come diremmo oggi, quindi la famiglia “madre, padre, figlio”, così come continuiamo a raccontarcela, in realtà non è mai esistita, anche perché prima le donne morivano spessissimo di parto, quindi rimanevano i bambini, i padri si risposavano, c’era da sistemare tutti questi equilibri nelle relazioni familiari e le fiabe, appunto, raccontano anche questo, sia per i ricchi che per i poveri, che devono abbandonare i figli perché non sapevano come sfamarli. Accadevano anche cose terribili in queste famiglie».

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Il ruolo di Walt Disney

Ne “Una notte nella casa delle fiabe” si apprende poi che nel Grimmwelt mancano del tutto la figura e l’opera di Walt Disney, che da decenni detiene il monopolio dell’immaginario fiabesco mondiale, nonostante ultimamente le scelte della casa di produzione americana siano state al centro di diverse polemiche, come quelle della Sirenetta di colore o quelle legate alla riflessione di una mamma londinese che, qualche anno fa, evidenziò come il bacio rubato alla Bella Addormentata, quindi senza consenso, potesse essere considerato una violenza.

Silvia Ballestra spiega dunque come tutto questo possa essere tranquillamente compreso proprio nella natura stessa della fiaba, sempre mutevole e rivelatrice delle sensibilità contemporanee:

«Nel Grimmwelt Disney è assente per un banale problema di diritti d’autore, però devo dire che questo almeno da spazio ad altro, a qualcosa di alternativo.

Quello di Disney è un impero, l’impero americano è l’impero Disney e non riguarda solo le fiabe, ma anche la letteratura, la musica, il cinema.

Siamo stati, siamo tutt’ora vassalli di questo impero. Io sono sempre stata una lettrice di scrittori americani e sono un’appassionata Disney, quindi non voglio demonizzarlo, ma semplicemente sono consapevole del fatto che arrivi da una società che non c’entra così tanto, come sembra, con la nostra.

Riscritture e alternative

Quando si va negli Stati Uniti si vede bene, perché è un paese molto selvaggio per certi aspetti, però è anche altro: per esempio le riscritture delle fiabe nel secondo dopo guerra, che vanno in direzione antimilitarista, femminista e pacifista hanno rappresentato un’alternativa per noi bambini italiani.

Noi abbiamo letto Rodari a scuola e lo leggiamo tutt’ora e quello è l’esempio più felice di riscrittura e di ribaltamento delle fiabe, con una proposta di altre fiabe possibili.

Le riscritture mi affascinano moltissimo perché quello della fiaba è un genere che si presta a tantissimi cambiamenti: nel balletto, nella pubblicità, nel cinema, fino a travalicare la storia classica e prendendo mille forme».

Quello che nasconde un bacio rubato

Le rielaborazioni dunque sono una delle caratteristiche principali del genere fiabesco, che si adatta e muta forma in base alle sensibilità della società in cui si trova a transitare.

A proposito dei baci rubati senza consenso, Silvia Ballestra ci mostra una prospettiva più ampia:

«Una cosa che mi ha colpito della mamma che si preoccupa di come il suo bambino possa intendere il risveglio della Bella addormentata con un bacio, senza che lei abbia dato il suo consenso, è che sembra un problema del tutto moderno, legato all’ultra sensibilità del “woke”.

In realtà però, scavando in quella fiaba, si viene a scoprire che nella versione originaria non c’era un bacio, ma un vero e proprio stupro, quindi la signora non aveva visto male, non era un’idea così così farneticante, di eccessiva sensibilità.

Il problema c’era alla base, poi è stato edulcorato, cambiato, e alla fine lo stupro è diventato un bacio, che in effetti sembra una cosa più innocente e tollerabile, però non era così all’inizio.

È necessario quindi comprendere l’adattamento di questi testi a seconda del periodo storico, dei valori delle società in cui circolano e in cui vengono raccontati».

La magia senza tempo della fiaba

Le fiabe sono dunque metafore della complessità della vita, storie paradigmatiche multiformi che si adattano ai tempi e ne rispecchiano le caratteristiche, insegnando, ponendo limiti, tracciando ciò che è lecito e ciò che non lo è: il ruolo ancestrale del mito, che può assumere le forme di un racconto per bambini.

Conclude così l’autrice di “Una notte nella casa delle fiabe”:

«È proprio qui la magia della fiaba: la puoi leggere da piccolo e hai delle aspettative, perché magari ti piace trovare un po’ la paura, emozionarti, oppure trovare la giustizia, l’utopia… poi puoi studiarla da adulto, dal punto di vista critico letterario, oppure da quello della lingua.

Ci sono poi anche le versioni locali, la parola magica che il dialetto contiene. Il dialetto è più vicino ad una dimensione più diretta della realtà e dei nostri sentimenti, di quello con cui ci siamo formati, anche se non lo parliamo.

La fiaba può essere letta anche in chiave psicanalitica: tutta la psicanalisi usa moltissimo le fiabe e poi c’è la sociologia, c’è la storia, c’è la storia delle donne, c’è tutto!».

Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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