Donne, nel lavoro un gap per tutta la vita: «Basta bonus, serve equità nel congedo parentale»
La maternità è uno dei grandi temi culturali e sociali di questo Paese, il lavoro di cura è svolto ancora dalla donna nella maggioranza dei casi e le differenze salariali e di reddito tra lavoratori e lavoratrici sono notevoli.
Il quadro che disegna il Rendiconto di genere presentato a Roma dal Consiglio d’indirizzo e vigilanza dell’Inps mostra in primo piano le criticità della condizione femminile in Italia. Un ampio set di dati racconta come stiamo messi nei grandi canali delle nostre vite, dall’istruzione al lavoro, famiglia, previdenza e assistenza, violenza di genere e demografia.
«I dati non sono neutri, producono consapevolezza e aiutano a cambiare la cultura – è stato detto in apertura – e per generare cambiamento bisogna poter misurare le disparità». Con questo obiettivo il Rendiconto giunge quest’anno alla terza edizione e non si limita a riportare i dati dell’Inps e dell’Istat, bensì va a pescare in molte fonti per dare un’informazione complessiva della questione-donna.
Retribuzioni e precarietà, tendenze al ribasso
Il presidente del Civ Inps, Roberto Ghiselli, sintetizza il lavoro in questo modo: «Se guardiamo tutti gli indicatori, le distanze tra i due generi sono rilevanti e quando si avvicinano purtroppo lo fanno al ribasso, in maniera negativa.
Per esempio. Nell’occupazione l’andamento dei valori non si discosta troppo, poi leggiamo bene e si capisce che sono calate le retribuzioni in generale e di più quelle degli uomini, come pure è cresciuta la precarietà del lavoro maschile e date queste tendenze al ribasso i valori si avvicinano a quelli del mondo femminile, già bassi.
Stesso discorso per le pensioni nuove, liquidate nell’ultimo anno, e quelle già in essere: i dati sono in diminuzione sull’assegno di pensione ed è un trend che vale sia per gli uomini che per le donne».
Un gap che la donna si porta dietro tutta la vita
Stiamo sul lavoro e vediamo cosa succede dall’ingresso dei giovani e avanti nelle varie fasce di età.
«Arrivano dalla scuola e dall’università con percorsi in cui per il profitto spiccano le femmine – dice Ghiselli -, fino a 26 anni l’ascesa delle giovani procede spedita, già all’ingresso nel mercato del lavoro si avvertono le prime differenze pur essendo diffuse situazioni di precarietà per tutti e due i generi.

Intorno ai trent’anni i dati cominciano a evidenziare gap sempre più importanti in termini di tipologia di contratti come part time, differenze di retribuzione e via così. Il divario nel lavoro si accentua a mano a mano fino a diventare notevole mentre ci si avvicina ai cinquant’anni.
L’elemento che determina una discontinuità forte nel lavoro delle donne sono i figli e la maternità: la donna perde reddito e linearità nella carriera e non la recupera più, è un gap che si mantiene per tutta la vita».
La genitorialità va sostenuta
Stando così la condizione sul lavoro, vanno individuate le misure per invertire l’andamento e sciogliere qualche nodo. Da dove si parte?
«Le leve su cui agire sono diverse. Intanto alle donne e alle famiglie servono strumenti veri e non fittizi, penso ai vari bonus, bonus bebè, bonus mamme e via dicendo, sono interventi discontinui e poco incisivi, non determinano veri cambiamenti nelle dinamiche complessive.
Poi c’è la questione dei servizi di sostegno alla genitorialità. L’Italia soffre tantissimo la scarsità e in certi casi la mancanza di asili nido. L’Umbria è l’unica regione ad aver raggiunto l’obiettivo stabilito dall’Unione Europea che è del 45% , subito dietro ci sono Emilia Romagna e Valle d’Aosta, poi si cala fino ad arrivare in Campania e Sicilia dove ci sono il 13% di posti nei servizi educativi per la prima infanzia.

E’ un discorso che ricade anche sui dati demografici: siamo arrivati a un tasso di natalità di 1,18 per donna. I nati sono circa trecentocinquantamila, negli anni Sessanta erano circa un milione».
La scarsità delle nascite sappiamo che non è un dato che riguarda solo i servizi all’infanzia o limitato all’economia che gira intorno ai bambini e alle bambine. Ha ricadute molto più ampie.
«Vedremo fra quindici o vent’anni gli effetti del calo delle nascite, e non saranno positivi. Ci sono sia ragioni economiche che di organizzazione del lavoro e anche di nuove priorità delle persone. Il lavoro instabile e il costo alto delle abitazioni sono due motivi che portano le coppie a fare pochi figli o farli tardi. Tra l’altro l’età media della donna al primo figlio è arrivata a 32 anni.
Poi il modello organizzativo del lavoro in Italia non aiuta, se affronti la maternità può darsi che tu debba sacrificare la carriera, in alcuni casi rischiare di perdere il posto. Qui bisogna agire e sostenere la lavoratrice. Tra l’altro portare più donne nel mondo del lavoro è una necessità anche per garantire la stabilità del sistema, inoltre consentirebbe di avvicinarsi ai dati degli altri paesi europei rispetto ai quali siamo indietro di circa venti punti percentuali».
Le criticità sono evidenti e diffuse in molti ambiti della vita delle donne, mentre i provvedimenti per invertire la rotta non sembrano abbasta efficaci. E’ una questione di tempo?
«Il tempo scorre troppo lentamente su questi temi. L’ultimo dato del World economic forum ci dice che ai ritmi attuali ci vorranno ancora centotrent’anni per colmare il divario di genere a livello globale. E’ un trend troppo lento» afferma Ghiselli che ha anche tirato le conclusioni alla presentazione del Rendiconto.
Il congedo parentale è uno strumento usato dalle donne
Nei giorni della bocciatura della proposta per rendere obbligatorio il congedo parentale dei padri, quale riflessione sui provvedimenti per ridurre il divario di genere?
«Bisognerebbe agire per un equo utilizzo dei congedi parentali da parte dei genitori. Pur avendo registrata una certa crescita nell’impiego dello strumento da parte degli uomini, il congedo parentale è ancora molto più utilizzato dalle donne».

Nel confronto a più voci che si è tenuto per approfondire i contenuti del Rendiconto, il tema del congedo parentale paritario è tornato più volte. Tiziana Nisini, vice presidente della commissione lavoro della Camera ha detto che «è uno strumento che nel lavoro lascia ancora indietro le donne. Si tratta di un tema trasversale condiviso da maggioranza e minoranza, si sono fatti passi avanti ma bisogna anche fare i conti con la finanza pubblica».
Secondo Valeria Vittimberga, direttrice generale dell’Inps, bisognerebbe «sostenere il congedo parentale con una quota-papà che sia più significativa».
Autonomia finanziaria delle donne contro la violenza
L’autonomia finanziaria delle donne è uno degli argomenti su cui si è posta l’attenzione, anche in funzione dell’importanza per arginare il fenomeno della violenza. «L’arrivo del primo figlio – dice Maria Giovanna De Vivo presidente del Comitato unico di garanzia dell’Inps – riduce il reddito delle madri del 16 per cento, mentre quello dei padri aumenta del 40 per cento, servono con urgenza misure per riequilibrare questi andamenti anche perché l’autonomia finanziaria delle donne è uno strumento per combattere il fenomeno della violenza sulle donne che continua a mostrare dati preoccupanti».

Da più parti si è detto che investire sulle donne e sulla condizione femminile in generale è una necessità non tanto e non solo per giustizia o equità morale, ma è anche una convenienza economica. Secondo le stime, 10 punti percentuali in più nell’occupazione delle donne porterebbe il Pil a un più 7 per cento.
«L’investimento sulla donna è uno degli investimenti più sicuri che si possano fare – sostiene Valentina Picca Bianchi, presidente del Comitato impresa donna Mimit – lo dico anche da imprenditrice, investirei nelle donne e nelle imprese guidate da donne e non è una scelta di genere ma basata sulle competenze, la professionalità e la capacità di conciliare i temi vita/lavoro, inoltre le aziende guidate da donne hanno mediamente gruppi dirigenti stabili e più duraturi».
Si è parlato di equilibri vita-lavoro e della sostenibilità dei molti binari che ogni giorno donne e uomini percorrono. Sull’argomento si è espressa Rossana Dettori, presidente del comitato pari opportunità del Cnel. «Un ostacolo da superare – dice – è come costruiamo il rapporto familiare che non dev’essere di conciliazione ma di condivisione. Poi attenzione al mondo del lavoro dove le donne hanno molti problemi e criticità, non ultime le molestie nell’ambiente di lavoro. Ricordiamoci che avere un lavoro e contare sulla propria indipendenza economica sono condizioni fondamentali contro la violenza sulle donne».
L’economista Azzurra Rinaldi, direttrice dell’università Unitelma Sapienza di Roma, ha parlato delle donne come «infrastruttura sociale di questo Paese, che si regge sul lavoro femminile silenzioso e continuo, di dedizione e cura fra le mura di casa e per la famiglia. Gli studi più recenti dicono che il capitale umano femminile è uno dei pilastri che determinano la crescita e lo sviluppo del Paese. Usciamo dagli stereotipi».

Magda Bianco di Banca d’Italia ha accennato al progetto “Le donne contano” che stanno portando avanti con la Rai per portare pillole concrete di educazione finanziaria che passano attraverso le trasmissioni televisive.
Dalle studentesse alle giovani che si affacciano al lavoro, dalle madri alle lavoratrici in carriera fino all’età dell’uscita dal mondo del lavoro, il Rendiconto presentato dal Civ Inps mostra anche i dati della previdenza con importi e strumenti vari.
«Nella pensione – sostiene Chiara Gribaudo della commissione lavoro della Camera – si cumula tutta la discriminazione che la donna vive nel corso della sua vita. E’ discriminatorio l’uso delle quote, anche il trattamento della maternità e pure la differenza salariale. Il Pnrr era una grande occasione di rilancio di questo Paese invece finora non ne abbiamo fatto un uso sufficiente anche verso il raggiungimento della parità tra uomini e donne».
Sulla trasparenza salariale obbligatoria per le grandi aziende si è soffermata la direttrice generale dell’Inps, Vittimberga che ha spinto anche sulla necessità di adeguamento delle aziende alla certificazione di genere.
Sul part time una riflessione a parte c’è stata per quello cosiddetto involontario e scelto dalle donne per andare incontro a esigenze familiari e di cura, auspicando che in certe situazioni lo smart working possa diventare un diritto e non una concessione dell’azienda.
La presentazione del Rendiconto di genere 2025 è stata aperta da Alessandro Casile, responsabile della segreteria del Civ Inps; l’illustrazione delle parti salienti del documento era affidata a Tania Pagano, consigliera del Civ. Dopo i saluti di Micaela Gelera del consiglio di amministrazione dell’Inps, la tavola rotonda con le esperte di organizzazioni e istituzioni è stata coordinata dalla giornalista Patrizia Senatore.
«Il mondo del lavoro è ancora a vantaggio degli uomini – si è sintetizzato – ci sono ostacoli concreti che rallentano il percorso personale e professionale delle donne ma anche la crescita del Paese. Il Rendiconto è uno strumento che fornisce dati aggiornati e verificabili che possono orientare le scelte politiche, far evolvere gli equilibri tra i generi e stimolare il dibattito pubblico».
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Giornalista e scrittrice, formatrice sul tema della comunicazione.
Ha scritto “Equilibriste” (AltreVoci), un libro che affronta con ironia il tema dell’equilibrio tra vita personale e professionale. E’ autrice di due romanzi gialli Alzati e corri, direttora (Mondadori) e Il silenzio dell’erba (Kobo Originals), tiene corsi di comunicazione e svolge ricerche sul tema donne e lavoro. Ha ideato e dirige i percorsi “Equilibri al centro” per crescere e migliorarsi tra vita e lavoro. Collabora con riviste e tv.
Il suo motto è #conleparole






