Lina Haddad
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Lina Haddad dall’Algeria in Italia per essere libera di scegliere il suo futuro

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Scegliere di studiare e decidere a quale facoltà iscriversi sono forme di libertà che in Italia diamo per scontate. Lina Haddad, studentessa algerina di 26 anni, con la sua storia ma soprattutto con l’orgoglio con cui affronta il suo percorso accademico e di vita, ricorda quanto lo studio e la possibilità di scegliere (di scelte abbiamo anche parlato nell’editoriale di Silvia Volpi) possano essere conquiste.

La scelta obbligata di Lina Haddad


Lina Haddad sapeva già da bambina, a dieci anni, che avrebbe voluto lavorare nella diplomazia, in ambito internazionale per far sentire la voce degli algerini e delle algerine fuori dal Paese. Ma la vita l’ha messa di fronte a scelte obbligate, per quanto ciò che è obbligo può essere anche scelta.

«Sono la quarta di cinque sorelle. I miei genitori sono separati e non ho un rapporto sano con mio padre. Noi siamo molto attente al nostro percorso accademico perché rappresenta l’unico modo per emanciparci da nostro padre.

Sono sempre stata molto brava a scuola e ho ottenuto la maturità con un voto molto alto. In Algeria da chi va bene a scuola, si aspettano l’iscrizione a una facoltà nell’ambito medico o in ingegneria. Quindi la scelta è fortemente condizionata dalla famiglia e dalla comunità.

Lina Haddad si è laureata all'Università di Macerata
Lina Haddad si è laureata all’Università di Macerata

Mia mamma è medica, una mia sorella farmacista, l’altra ha fatto biologia, un’altra è architetta.
La Medicina garantisce un futuro in Algeria, in alternativa c’è la carriera militare. Io ho scelto Odontoiatria in base alla mia situazione familiare».

Un percorso universitario di sei anni in una facoltà che non sentiva per niente sua e che ha impegnato moltissimo Haddad: «Al quarto anno ho avuto una crisi, ma mia madre mi ha incoraggiato. La laurea era la condizione per fare quello che desideravo davvero. Inoltre in Algeria non si possono fare due percorsi universitari insieme. Quando mi sono laureata, il lavoro negli studi dentali mi ha convinto che non era la strada per me e ancora oggi ne sono convinta.

Durante i tirocini cercavo altro e quattro anni fa ho trovato all’Università degli studi di Macerata il mio percorso ideale in una triennale di Diritto internazionale. Ora sto facendo Relazioni internazionali.

Ho scelto questa città in base al costo della vita, più contenuto rispetto ad altre realtà e per il fatto che il programma fosse in inglese, visto che ancora non conoscevo l’italiano. Mi sono laureata in Algeria il 12 luglio e a settembre ero già a Macerata. Non voglio un lavoro qualsiasi, continuo a studiare per raggiungere il mio obiettivo».

Lasciare l’Algeria e rifarsi una vita in Italia

L’entusiasmo e la voglia di fare sono di certo un valore aggiunto ma il percorso di Lina Haddad è stato tutt’altro che semplice: «Uscire dall’Algeria è molto difficile, devi essere accettato da una Università straniera e chiedere un visto. Da quando ho fatto la domanda, ho pregato tanto perché mi venisse accettata. Fanno indagini molto approfondite sulla persona e su 20 richieste, solo la mia è stata approvata. Dopo aver affrontato tante difficoltà, gli algerini che escono dal Paese, spesso fanno cose grandi».

Lina Haddad si è laureata all'Università di Macerata

Lasciare il proprio Paese, rifarsi una vita in Italia senza conoscere l’italiano e studiare in una lingua diversa dalla propria. sono solo alcune delle difficoltà che la studentessa algerina ha dovuto affrontare. «Spesso mi sono scoraggiata, ma ho sempre pensato al mio obiettivo.

Avevo promesso a mia madre che non avrei avuto bisogno di supporto economico ma, quando sono arrivata a Macerata, ho capito che non potevo farcela da sola e le ho chiesto aiuto. Lei mi ha detto che mi vedeva molto determinata e mi ha dato i soldi per iniziare la vita in Italia, poi mi sono mantenuta da sola.

Prima ho chiesto una borsa di studio ma servivano documenti di mio padre che per me sarebbe stato difficile ottenere. Quindi sono andata a Vicenza a fare la stagione estiva in una gelateria. io indosso il velo e qui è più difficile essere assunti. Ho lavorato nella stessa gelateria l’estate seguente.

Il terzo anno dovevo laurearmi e avevo difficoltà a spostarmi. Ho tentato di nuovo la via della borsa di studio come studentessa indipendente ma questa volta non avevo i requisiti richiesti. Ho quindi iniziato il Servizio civile nella Biblioteca di Giurisprudenza. Contemporaneamente mi sono laureata con 110 e lode con una tesi su “Algorithmic bias and its impact on fundamental rights. The digital occupation of Palestine“».

Il suo lavoro mostra come i social media sono una modalità di colonizzazione digitale ed è stato presentato anche nel corso di un convegno all’Università di Macerata a cui ha preso parte anche Gennaro Giudetti, operatore umanitario a Ghaza, appena rientrato.

Ora Lina Haddad proseguirà il suo percorso accademico per raggiungere i suoi obiettivi e continuare ad autodeterminarsi. Se è scontato domandarle perché indossa il velo, niente affatto scontata è la sua risposta: «Ho deciso di indossarlo il primo giorno di università. Il velo, nell’Islam, è effettivamente un obbligo, così come lo sono la preghiera, il non mentire o fare la carità.

Allo stesso tempo, però, come accade in ogni religione, le persone possono scegliere di non rispettare sempre tutti gli obblighi: siamo esseri umani e siamo inevitabilmente portati a sbagliare.

Agli occhi di Dio, non è solo il velo a rendere una persona una “buona musulmana”. Ad esempio, non pregare è considerato un peccato molto più grave rispetto al non indossare il velo.

Io ho scelto di portarlo per aiutarmi con la mia religione. Quando voglio fare qualcosa che la religione non consente, ho il velo che me lo ricorda. Inoltre volevo raggiungere i miei obiettivi usando la mia testa e non il mio velo, sento che fa parte della mia personalità, quando lo indosso ho come un superpotere.

Dio mi ha aiutato tanto nella mia vita per affrontare quello che ho vissuto con mio padre e continuare il mio percorso accademico. Quello che mi ha permesso di andare avanti, senza perdere le mie ambizioni e la speranza, è la mia fede».



Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.

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