Trasparenza salariale, un’arma in più per le donne lavoratrici
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Le lavoratrici dipendenti italiane guadagnano il 5,6% in meno rispetto ai colleghi uomini. Una differenza che non può più essere accettata e sulla quale è intervenuta l’Unione Europea con una direttiva che prevede la trasparenza salariale.
A partire dal principio secondo il quale a parità di lavoro deve corrispondere pari retribuzione il Consiglio dei Ministri del 5 febbraio ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva. Il decreto dovrà essere approvato definitivamente prima di entrare in vigore .
Trasparenza salariale, cosa cambierà
«Dall’approvazione definitiva del decreto che recepisce la direttiva, le donne lavoratrici avranno un’arma in più». A dirlo è Alessandro Brignone, professore dell’Università RomaTre, avvocato con una pluridecennale esperienza nell’ambito e storico collaboratore dell’agenzia per il lavoro OpenJobMetis.
Clicca per vedere l’intervista al professor Alessandro Brignone
«Le dipendenti potranno chiedere al datore di lavoro informazione sui livelli retributivi medi e potranno comparare la loro retribuzione con quella della media. Se scoprissero di soffrire di una discriminazione, potranno agire in via, non giudiziaria, ma di relazione per capire se fosse ingiustificata».
Nel rispetto della normativa sulla privacy, i lavoratori e le lavoratrici hanno il diritto di conoscere i criteri di determinazione del proprio stipendio e i livelli retributivi medi dei colleghi e delle colleghe che svolgono lo stesso lavoro, suddivisi per genere. Le aziende possono fornire queste informazioni in modo proattivo.
Il professor Brignone evidenzia come la parità retributiva come principio non nasce con questo decreto ma era già stata sancita da anni. Nel decreto vengono indicate, invece, delle misure procedurali.
«Datori e datrici di lavoro saranno obbligati a fornire le informazioni richieste. Dovranno inoltre comunicare regolarmente i livelli retributivi medi a un organismo ministeriale e dovranno porre rimedio alle discriminazioni».
A chi si applica
Il provvedimento, come sottolinea il professor Bignone, si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale o la fascia prevista.

Tra le novità, anche il fatto che ai datori di lavoro sarà vietato chiedere ai candidati e alle candidate informazioni sui loro stipendi passati.
Il decreto chiarisce i concetti di “stesso lavoro” e “lavoro di pari valore”, basandoli su criteri oggettivi e neutrali rispetto al genere.
È previsto che la contrattazione collettiva sia il riferimento principale per la classificazione professionale e retributiva. Se emergesse un divario retributivo di genere non giustificato pari o superiore al 5%, il datore di lavoro deve motivarlo e avviare una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali e l’Ispettorato del lavoro per adottare misure correttive.
Le criticità
Il decreto non si applica ad apprendistato, lavoro domestico e lavoro intermittente: esclusioni che fanno discutere perché riguardano ambiti in cui la presenza femminile è significativa.
Nelle piccole aziende, inoltre, la trasparenza potrebbe rendere facilmente identificabili le retribuzioni individuali, con possibili tensioni interne.
Infine, servirà tempo per l’attuazione concreta: le aziende dovranno adeguarsi, predisporre dati, rivedere eventuali squilibri.
Le tutele: ricorso rapido e inversione dell’onere della prova
Se la disparità non viene corretta, la lavoratrice potrà ricorrere al giudice attraverso un canale accelerato.
Elemento decisivo è l’inversione dell’onere della prova: non sarà più la lavoratrice a dover dimostrare la discriminazione in modo pieno, ma il datore di lavoro a dover provare che la differenza retributiva non è discriminatoria.
«Le norme – conclude Brignone – sono sostanzialmente procedurali: servono a rendere effettiva una tutela che già esiste. Il punto non è introdurre un nuovo principio, ma creare strumenti concreti per farlo valere».
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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







