Scienza, il gender gap è realtà: se per emergere bisogna essere eccezionali
Talento, merito e competenze non bastano secondo uno studio promosso dal Club Top Italian Women Scientists a cui ha preso parte anche la presidente Aiom Rossana Berardi: «Per conciliare la carriera con la maternità ho dovuto chiedere e ricevere aiuto»
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Donne scienza, il gap resta rilevante. È ancora lontana la parità di genere nel campo della ricerca scientifica. A certificarlo è uno studio promosso dal Club Top Italian Women Scientists (Tiws), sostenuto da Fondazione Onda Ets.
Barriere di genere
Al centro della ricerca c’è la biomedica. In questo caso, nove scienziate italiane su dieci hanno sottolineato di aver dovuto affrontare almeno una ‘barriera di genere’ durante il percorso di studi e lavoro.
Nel dettaglio, il 91% sostiene di affrontare difficoltà nel conciliare lavoro e vita privata; il 57% parla di maggiori difficoltà nell’accedere a posizioni di leadership; il 52% ha trovato difficoltà nella progressione di carriera; il 39% denuncia stereotipi o pregiudizi nei confronti delle donne nella ricerca biomedica e solo il 17% si considera soddisfatta dell’attuale livello di parità e inclusività nel campo della ricerca medica.
C’è poi la questione figli. Nove su 10 delle scienziate con figli e figlie hanno incontrato difficoltà nel conciliare la cura dei bambini e delle bambine con l’attività professionale.
Le difficoltà delle scienziate che ce l’hanno fatta
A parlare sono state un gruppo di ricercatrici senior in campo biomedico, con una produzione scientifica continuativa e di elevato impatto di citazioni. «Abbiamo scelto di raccontare le donne che ce l’hanno fatta e non quelle rimaste ai margini.
Questo per far capire che – spiega Adriana Albini, co-presidente del Club Tiws e autrice dello studio con Sonia Levi – il problema non riguarda le capacità, la preparazione o la determinazione delle donne, ma il contesto nel quale devono costruire la propria carriera».
Non solo donne eccezionali
Tra le scienziate interessate c’è anche la marchigiana Rossana Berardi, presidente Aiom, l’associazione italiana oncologia medica: «Nel nostro campo le donne rappresentano ormai circa due terzi degli specialisti, ma la loro presenza si riduce drasticamente quando si sale nei livelli decisionali. Le primarie non raggiungono il 20% che diventa il 10% quando si parla di professori ordinari».

Da scienziate le donne non cercano scorciatoie o posizioni riservate. «Vorremmo – riprende Berardi – condizioni che permettano al merito di emergere senza essere frenato dal genere. La parità non è una donna eccezionale che ce la fa, nonostante tutto, ad arrivare al vertice, ma quando nessuna donna dovrà più essere eccezionale per veder riconosciute le stesse opportunità».
Commentando lo studio del Club Top Italian Woman, la direttrice della Clinica oncologica Aou delle Marche, torna sul doppio ruolo di scienziata e madre: «Ho sempre vissuto il lavoro con una passione molto intensa, spesso a prezzo di un forte squilibrio rispetto alla vita personale. Per conciliare la carriera con la maternità ho dovuto chiedere e ricevere aiuto. Ma ciò che è stato possibile per alcune non può essere lasciato alle risorse personali, economiche o familiari».
La maternità non può essere penalizzante
Tornando alla ricerca, il timore di Albini è che «il successo individuale diventi un alibi per non intervenire sulle barriere strutturali, culturali e organizzative ancora presenti». Barriere che per Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda Ets, si possono superare solo a fronte di un radicale cambiamento: «Criteri di selezione e promozione trasparenti, modelli organizzativi sostenibili, supporto alla genitorialità e al caregiving, e una maggiore presenza delle donne nei luoghi in cui si assumono le decisioni».
Il tutto, aggiungendo una riduzione della precarizzazione che caratterizza il settore della ricerca biomedica. «Una ricercatrice, nella fase della vita in cui è fertile, molto spesso si trova ad avere dei contratti precari o delle borse di studio: questo determina degli enormi ostacoli nel conciliare la maternità. Non può la maternità restare un elemento penalizzante, servono ammortizzatori sociali adeguati, come ad esempio gli asili nido, oltre a una maggiore stabilità lavorativa».
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Raffaele Vitali
Giornalista professionista da oltre 20 anni, è cresciuto tra politica estera e basket. Da anni si occupa di cronaca locale, in particolare politica ed economia, ma sempre con uno sguardo più ampio, l’ambizione è renderla glocal.
«Non è il luogo - spiega - ma il contenuto a rendere una notizia interessante, una storia utile da conoscere: l’informazione non ha confini, soprattutto se si muove nel web. Capirlo e farlo capire è la sfida quotidiana».
Gender gap e diritti fanno parte del suo Dna, quando si dice i buoni modelli familiari. «Amo le domande - conclude - non sempre trovo le risposte. Ma non mi arrendo».







