Psicologia della violenza di genere

“Non è una battuta”: fermare gli stereotipi che alimentano la violenza di genere

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«Mangi tanto per essere una donna. Viaggi sola, ma non hai paura? Tuo marito ti aiuta nelle faccende di casa? Sei una donna con le ovaie». Quante volte abbiamo ascoltato queste frasi nella nostra vita? Son proprio queste che alimentano gli stereotipi e i pregiudizi, perpetrando la violenza di genere.

«Si tratta di una violenza che ha delle radici socio culturali grandissime, i responsabili principali sono gli uomini, che si accontentano di pensare se stessi come uomini non violenti o che magari aiutano nelle faccende domestiche per credere di non alimentare stereotipi e violenza di genere» afferma Luca Milani, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università Cattolica di Milano, autore del libro “Psicologia della violenza di genere” scritto insieme alla psicologa e ricercatrice Serena Grumi.

Milani è intervenuto ieri all’Università di Macerata, nel corso della lezione Metodi e tecniche di analisi dei processi psicologici, tenuta dalla professoressa Paola Nicolini.
Un momento per riflettere insieme alle nuove generazioni su che cos’è la violenza di genere e soprattutto gli stereotipi che la portano avanti. «È importante che gli uomini lavorino su loro stessi – afferma Milani – Non sono autori di violenza solo gli uomini aggressivi, ma anche tutti quelli che: ridono per una battuta sessista o si arrabbiano più facilmente in auto se a guidare sono le donne».

L’albero della violenza di genere

Purtroppo, le forme di violenza sono molteplici: economica, sessuale, verbale, psicologica o fisica. Ma quello che rende la violenza così radicata è la parte simbolica che tende a minimizzare la violenza: battute, umorismo e linguaggio sessista.

Se infatti paragoniamo la violenza di genere ad un albero, le sue foglie saranno ciò che è visibile: femminicidi, urla, aggressioni, minacce, a mano a mano che si scende, nelle radici più esterne troviamo la colpevolizzazione, la denigrazione o il controllo. Ancora più in profondità, nelle radici che sostengono il fusto quelle più importanti troviamo l’umorismo sessista, l’oggettivazione sessuale all’interno dei media e discriminazioni di genere. «Attraverso questo, si alimenta la linfa dell’albero. Non solo ciò è radicato, ma anche invisibile».

L’albero della violenza di genere

Milani mette in guardia anche dal sessismo benevolo, differente dal sessismo ostile ma altrettanto pericoloso e sbagliato: «Dire “Le donne sono esseri preziosi e vanno protette” equivale a dire che sono esseri inferiori e quindi automaticamente vanno protette».

Spesso poi gli uomini che agiscono violenza nei confronti della donna (secondo le percentuali sono quasi sempre partner, ex partner o persone vicine alla donna) hanno delle attenuate generiche come l’essere sotto una sostanza, «un uomo non è violento perché beve una bottiglia. Certamente può essere un fattore di rischio perché la sostanza abbassa il livello di controllo, ma se ha agito violenza vuol dire che era dentro di lui».

Oppure spesso, dopo un femminicidio si parla di raptus passionale, «questo elimina l’atto violento e da un comodo appoggio. Il raptus non esiste, il comportamento è sempre premeditato e progettato» spiega Milani.

Il minimo comune denominatore della violenza

Certamente alla base ci sono delle motivazioni molto differenti ma il minimo comun denominatore è quello di esercitare una proprietà. Nei casi di violenza la donna è vista come un oggetto su cui esercitare il controllo dell’uomo: «Quando invece la donna si ribella alla volontà del padrone, allora attraverso la violenza viene riportata sulla “buona strada” attraverso degli atti coercitivi».
Tutto questo porta la donna a disturbi post traumatici, insicurezze, depressione e spesso vittimizzazione, che spesso è anche il motivo per cui si evita di denunciare, per evitare quelle domande del tipo «ma come eri vestita».

La violenza assistita

Senza considerare che spesso queste situazioni di violenza sono vissute anche dai figli
bambini e bambine che vivono questa condizione nella propria abitazione
o direttamente, assistendo a veri e propri maltrattamenti del padre nei confronti della madre, o indirettamente, dove il figlio o la figlia non assistono direttamente alle vessazioni, ma attraverso il clima che si crea nella casa possono percepire la violenza.

«Questo tipo di situazione prende il nome di violenza assistita e spesso porta ad altri casi di violenza. È un ciclo, nella maggior parte dei casi le vittime che sono cresciute all’interno di un contesto violento portano avanti quest’ultima». Chi assiste a casi di violenza assistita non solo sono più propensi a sviluppare: disturbi del sonno, bullismo, violenza di genere nelle prime relazioni e hanno più propensione alla criminalità. «Non tutti gli uomini maltrattanti però – chiarisce Milani – hanno subito casi di violenza assistita».

Come prevenire la violenza di genere

«Però si può lavorare anche sul tardi – sostiene Milani – bisogna lavorare in termini di trattamento. Gli uomini autori di violenza si possono rieducare ad una gestione della rabbia e una visione differente del genere. Gli uomini devono smettere di essere nelle retroguardie, devono fare lo stesso percorso di liberazione delle donne, però al maschile. Il patriarcato mortifica anche gli uomini».

Luca Milani, Paola Nicolini e Veronica Guardabassi

L’organizzazione mondiale della sanità (Oms) afferma che per eliminare la violenza di genere occorre intervenire il prima possibile: «Spesso invece, soprattutto in Italia, si interviene dopo e male». L’Oms, sostiene che il punto che può fare la differenza è una buona educazione sessuale e affettiva.

Occorre oggi più che mai una sinergia, un lavoro di squadra, un’alleanza tra uomini e donne, non solo tra i sessi ma anche tra generazioni «Durante le mie lezioni mi rendo conto che oggi le donne sono molto più consapevoli, mentre gli uomini sono rimasti a ventri o trent’anni fa. Molti miei studenti ancora hanno la visione della donna come una persona da proteggere, serve una presa di coscienza maschile».

È fondamentale ribellarsi, essere delle sentinelle, dire «questa battuta non è divertente» quando ad essere derisa è una donna. Bisogna sensibilizzare ed intervenire a più livelli, perché secondo le statistiche arriveremmo ad una vera equità di genere nel 2125, ed è veramente troppo tardi.


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Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Macerata, ha collaborato con l’ufficio stampa di ateneo. Attualmente collabora con Cronache Junior e modera eventi.
Da tempo si dedica a studi e approfondimenti sulle questioni di genere perché crede che l’equità e la giustizia per tutte e tutti siano una conquista necessaria, ma alla base di tutto ci deve essere rispetto e cortesia. Crede fermamente che attraverso la gentilezza si possano raggiungere grandi obbiettivi. E’ appassionato di cinema, scrittura e letteratura.

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