Neutro, schwa e oltre: riflessioni sul linguaggio di genere
Il linguaggio è molto più di un semplice strumento per descrivere la realtà: è la trama stessa con cui costruiamo il nostro modo di pensare, di relazionarci agli altri e persino di immaginare il futuro. Ogni parola che scegliamo non è mai neutra, perché porta con sé significati, valori, visioni del mondo. Comprendere come le parole agiscono nella società significa, in fondo, comprendere come si forma la nostra stessa identità.
Di questo complesso intreccio tra linguaggio, pensiero e cultura si occupa il professor Marcello La Matina, semiologo ed ellenista che ci guida in una riflessione sul potere delle parole: sul loro ruolo nella creazione di mondi possibili, nelle questioni di genere, nei processi culturali e politici, fino ad arrivare ai dibattiti più recenti sul linguaggio inclusivo.
Le parole influenzano il pensiero
Professore, spesso si dice che “il linguaggio non descrive soltanto la realtà, ma la costruisce”. Partiamo da qui: in che modo, secondo lei, le parole che usiamo influenzano il nostro pensiero e la società?
«Il linguaggio umano – che da un secolo a questa parte è studiato non soltanto da linguisti e filosofi – possiede un numero vastissimo di funzioni, di cui quella descrittiva è solo la più evidente. Parliamo per dire che “il sole è alto in cielo”, ma anche per dire “prometto di essere buono”. Nel primo caso descriviamo uno stato del mondo, nel secondo compiamo l’azione di promettere. Anche quando diciamo “ti amo” non stiamo descrivendo i nostri sentimenti, ma stiamo compiendo una azione (come ‘darsi un bacio’). Tant’è vero che, se alla nostra fidanzata che ci dice “ti amo” rispondessimo
soltanto “anch’io”, lei avrebbe ottime ragioni per dirsi insoddisfatta della risposta. Se qualcuno ci chiede “Mi ami?” non è interessata al contenuto semantico, ma all’atto linguistico che è la nostra personale “firma” a quel contenuto.
Non ci interessa altro che la firma di quelle parole. Con le parole compiamo svariati atti linguistici: minacciamo, ordiniamo, benediciamo o malediciamo, offendiamo, diamo forma, raccontando, a un mondo immaginario, dichiariamo la guerra, negoziamo la pace. La realtà è intessuta di parole, è letteralmente o metaforicamente una “macchina narrativa”. E ricordiamo che, nei più antichi racconti cosmogonici le varie religioni rappresentano l’atto della creazione del mondo come prodotto di un suono, di una parola o di un canto. Le parole sono tuttavia importantissime. Diceva un filosofo del Novecento che «là dove la parola manca, manca anche la cosa».
Tuttavia, esistono linguaggi umani senza parole: la pittura, la fotografia, la danza, sono linguaggi che non hanno propriamente parole, ma nondimeno esprimono con potenza un numero infinito di cose. Nel 1972, la Nasa spedì in orbita la sonda Pioneer 10 affidandole un messaggio per eventuali extraterrestri: una placca con informazioni sull’umanità, sul suo livello di conoscenza e sull’aspetto fisico degli umani. Be’, qui non ci sono parole, ma solo linguaggi iconici e diagrammatici».

Linguaggio e categorie mentali
Nella prospettiva della linguistica cognitiva , il linguaggio plasma le nostre categorie mentali. Come si riflette questo sul tema del genere e delle discriminazioni implicite?
«È necessaria una premessa. Il cognitivismo ha sicuramente dei meriti. Ricordo che il mio maestro János Sándor Petőfi mi fece studiare accuratamente l’opera di Phil Johnson-Laird, uno psicologo inglese che – verso la metà degli anni ’80 – è stato tra i primi a interessarsi di IA. Si trattava di spiegare i procedimenti del pensiero (le inferenze, per esempio) senza ricondurli al funzionamento di un cervello umano.
Si lavorava per costruire “modelli mentali” capaci di funzionare con categorie logico-formali che di fatto conducevano lo studio dei linguaggi fuori dal terreno proprio della psicologia. I “modelli mentali” di Johnson-Laird assomigliavano agli “scripts” di Shank e Abelson o ai “frames” di Marvin Minsky (non strutture soggetto/predicato, ma frammenti di storia con attori e azioni). Il successo della semiotica dipese molto da questa rottura con il cognitivismo psicologista. Ciò premesso, non sono i linguisti – neppure i cognitivisti – a fare le leggi linguistiche, e neppure i singoli parlanti. Le lingue sono organismi viventi, sono universi di libertà, aperti a tutto e a tutti. Una lingua possiede delle dinamiche che permettono e che impediscono: ma, in sé, essa è assolutamente indifferente a ciò che permette e a ciò che impedisce.
Questo vale anche per le discriminazioni attuali. Il massimo che possiamo fare è tentare di influenzare i parlanti a dire così o cosà, a usare o meno alcune forme. Ovvero, potremmo mettere in atto quella strategia che Umberto Eco chiamò guerriglia semiologica: una strategia ermeneutica che, di fronte a messaggi fortemente codificati in senso autoritario, elaborava tattiche di decodifica nelle quali, pur senza mutare la lettera del messaggio, i destinatari riscoprivano la loro libertà di rispondere. Oggi sarebbe quasi “figo”.
Sono istruttivi in proposito i tentativi dei regimi come il Nazismo o il Fascismo, che hanno tentato di introdurre usi e divieti. Consiglio a tutti di leggere i Taccuini di un filologo (1946), dove il linguista tedesco non-nazista Victor Klemperer ha documentato gli sforzi della propaganda nazista per “espellere” dalla lingua tedesca gli ebrei tedeschi che avevano tutto il diritto di sentirvisi a casa. Ovvero guardate il film Zeta, l’orgia del potere (1969) dove il regista greco Costa-Gavras parla della
censura attuata dal regime dei Colonnelli (che dominò la Grecia tra il 1967 e il 1974):
dopo aver assassinato un politico dissidente, i Colonnelli proibirono addirittura la lettera “zeta” dell’alfabeto greco, perché essa, quando viene letta, significa “vive”. Ma tutte queste prepotenze non hanno sortito gli effetti sperati dai dittatori.
Le lingue hanno dei paradigmi e spesso questi sono fatti di opposizioni: maschile/femminile, alto/basso. In un libro finissimo e mirabile, il semiologo Roland Barthes ha messo a tema il “neutro”, ossia quell’elemento che può scardinare o incrinare il binarismo dei nostri paradigmi culturali. Tra l’altro egli vi scrive una proposizione che sembra un programma politico: «Ci prenderemo il diritto di
parlare di ogni stato, di ogni condotta, di ogni affetto, di ogni discorso (senza spirito e nemmeno possibilità d’esaustività) che riguarda il conflitto, o la sua rimozione, la sua sottrazione, la sua sospensione». [cfr. R Barthes, Il Neutro. Corso al College de France – 1978, Mimesis, Milano 2015]. Se il Neutro è «ciò che elude il paradigma», allora una riflessione seria sui generi non può non essere una riflessione semiotica.

Questioni di genere nel linguaggio
Alcuni studiosi, come Sapir e Whorf, hanno sostenuto l’ipotesi della relatività linguistica: che il modo in cui parliamo condiziona il nostro modo di percepire il mondo. È una tesi ancora attuale per interpretare il linguaggio di genere?
«Non vedo un gran futuro se ci mettiamo nelle mani di Sapir e Whorf per la questione del genere. Ma, come risposta generale, direi questo. Che vi sia un grado di relativismo nelle nostre concezioni del mondo è innegabile, ma non mi spingerei fino a dire che, sempre e ovunque, il modo di parlare condiziona il modo di vedere il mondo. Se fosse così, allora dovremmo concluderne che l’asserto «il linguaggio è relativo» sia l’unico asserto non-relativo della scienza linguistica: il che è paradossale. Personalmente, ho ragione di credere che vi siano molte cose che sfuggono all’ipotesi relativista, e in primo luogo l’esistenza delle arti, l’occasionale creatività di cui danno prova umani e animali,
la mistica e perfino l’esistenza di menti come quella di Umberto Eco, che sono quanto di più lontano vi sia dal relativismo linguistico.
Trovo molto interessante il lavoro di un filosofo americano recente, Donald Davidson, il quale riteneva centrale il concetto di “verità”. Noi, diceva Davidson, possiamo dipendere dalle strutture della sintassi, dal significato delle parole, da dati di senso e tanto altro; ma quando affrontiamo direttamente il mondo – come ad esempio in un terremoto – lì è determinante la condivisione del senso del pericolo, la ricerca di un contatto visivo con altre creature, la fiducia nelle loro reazioni davanti a uno stimolo oggettivo e non immaginario. In questi e in tanti altri casi, il pensiero emerge in primo luogo mediante una linea di comunicazione tra due o più creature responsive ed entro un frammento di mondo condiviso. In queste situazioni basiche il linguaggio dipende dalla comunicazione e non viceversa.
Queste “triangolazioni” persuadono che esista qualcosa che non dipende dalle stipulazioni, dalle convenzioni, e questo qualcosa è la verità, l’intuizione della Verità, che è data a tutti. Ed è su questa base che noi costruiamo le nostre teorie mentre dialoghiamo con altri. È la verità che determina il significato e non viceversa».
L’uso dello “schwa”
In Italia si discute molto dell’uso dello “schwa” (ə) o dell’asterisco come strumenti di linguaggio inclusivo. C’è chi lo considera un passo necessario, e chi invece lo vede come un artificio poco comprensibile. Qual è la sua posizione?
«Ricordo ancora che i linguisti, i filosofi del linguaggio e i semiologi si limitano a descrivere i linguaggi: il loro studio è descrittivo e non prescrittivo. Ciò premesso, rispondo alla domanda dicendo che lo schwa è un grafema che, al pari di altri, assolve a una funzione sincretistica: esso inibisce il meccanismo della declinazione e – detto tecnicamente – blocca la mozione sessuale dei nomi cui si applica. Ciò consente a singoli parlanti di non dover attribuire il genere in un processo di denominazione.
Chi usa lo schwa non deve, cioè, scegliere di dire “professori”, là dove vuole che si intenda “professori e professoresse”. Ora, se la comunicazione che abbiamo in mente è soltanto
quella scritta, be’ allora lo schwa o l’asterisco o un altro segno sono strumenti applicabili
con successo. Le cose cambiano, però, se pensiamo a un linguaggio che sia anche parlato,
come le lingue storico-naturali: qui entra in gioco il problema della pronuncia, della categoria grammaticale, del senso, della prescrizione.
Tuttavia, va sottolineato che sono soltanto i parlanti che decidono della lingua. Nessun espediente sintattico ha mai impedito nella storia linguistica del mondo di discriminare qualche categoria di individui. Anzi, spesso l’istituzione di un segno che neutralizza una opposizione semantica è stato il preludio a una più feroce discriminazione. Ovvero ha stimolato comportamenti aggressivi come reazione».
(Fine prima parte dell’intervista)
Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.







