Cecilia Sala, il racconto crudo di ciò che succede a Teheran
Un gatto rosso è il simbolo della resistenza. Forse è stato quest’animale ad evitare la pazzia alla giornalista e podcaster Cecilia Sala, che il 19 dicembre 2024 fu detenuta nella prigione di Evin a Theran. «Se ci entri non esci più, è stata la frase pronunciata da chi mi interrogava mentre ero bendata e faccia al muro».
Queste le parole che Sala ha pronunciato ieri al Teatro Gentile di Fabriano, durante “Una notte a Teheran” lo spettacolo che, con la regia di Bruno Fornasari, porta in tutti i teatri d’Italia il suo celebre podcast “Stories”.
Durante l’esibizione Sala intreccia la sua esperienza con le voci di chi abita e vive a Teheran, e ogni giorno vive sulla propria pelle la dura repressione del regime.
Le voci delle donne e degli uomini, o forse e meglio dire dei giovani che abitano la capitale, dove dalla morte di Masha Amini si sono susseguite moltissime manifestazioni, contro l’attuale regime che non disdegna l’utilizzo della forza bruta contro chi esprime il proprio dissenso.
Sala si trovava a Theran per ascoltare le voci di queste persone quando una mattina del 19 dicembre 2024, sentì bussare alla sua camera d’albergo, erano lì per lei, per portarla alla temutissima prigione di Evin.
Bendata e portata ad Evin
«Quando aprii la porta mi ritrovai davanti due uomini uno vestito sportivo, l’altro con una camicia alla Coreana. “Sit” le uniche parole che gli sentirò pronunciare, dopo di che mi bendarono e mi portarono via». Così inizia il viaggio della giornalista che sarà detenuta in quel carcere per ventuno lunghissimi giorni.

Sala in carcere non aveva nulla, nemmeno i suoi occhiali o le sue lenti a contatto «pregai in ginocchio la guardia affinché mi permettesse almeno di tenere le lenti a contatto» racconta la giornalista. Il desiderio ovviamente fu negato.
Sala venne rinchiusa in una cella d’isolamento larga due metri, dove non c’era nulla: niente letto, niente cuscini, niente bagno: «Per farei i miei bisogni avrei dovuto chiamare le guardie attraverso un citofono, ti bendavano e ti portavano in un cesso alla turca».
Una condizione non facile, in cui ti privano del sonno e la paura ti assale: «Lo fanno per farti confessare, per renderti un sacco vuoto che poi possono riempire con quello che per loro è utile».
Sala racconta di non aver pianto, ma di essersi aggrappata al suo istinto di sopravvivenza. Così senza occhiali, in questa minuscola cella cercò di fare qualcosa per non impazzire, ma soprattutto non confessare: «è l’unica cosa che non ti perdono» si dice ad alta voce all’interno di quello spazio angusto, «Sono le uniche parole in italiano che pronuncerò».
Le strategie per sopravvivere a Evin
Per la giornalista farsi prendere dal panico in questa situazione era facile, nel tempo aveva potuto ascoltare varie testimonianze di quello che accadeva all’interno di Evin.
Era a conoscenza delle torture, della brutalità dei carcerieri, che arrivarono persino ad uccidere una reporter, di origini iraniane naturalizzata canadese, con una manganellata alla testa. Nella prigione dove era detenuta Cecilia Sala le impiccagioni e le percosse erano all’ordine del giorno.
Sapeva che per non impazzire avrebbe dovuto trovare qualcosa da fare come leggere, così chiese alle guardie il Corano in inglese, «anche se dopo due giorni di insistenti richieste ho capito che non me l’avrebbero dato». Così mentre nella cella di fianco alla sua si poteva ascoltare l’altra detenuta che prendeva la rincorsa (in quel poco spazio) per prendere a teste la parete, Sala doveva trovare dei modi per non andare fuori di testa, come ad esempio: contare le dita, leggere gli ingredienti del pane più e più volte o contare i passi «una volta ne ho fatti duemila in una cella di due metri».
Ma oltre alle strategie per non impazzire nell’isolamento, servivano strategie per resistere ai duri interrogatori «dove ero bendata e faccia al muro». Quando ti arrestano vogliono sapere tutto quello che sai, chi conosci, chi hai incontrato, ma ovviamente cercare di resistere agli interrogatori dopo 72 ore senza dormire non è semplice: «Alla settantaduesima ora vale tutto».
Ma il crollo di Sala avvenne quando dopo la chiamata della madre, nella quale la giornalista era autorizzata a dire solamente: «Sono in carcere e non sono ferita, la Repubblica islamica sta seguendo il mio caso» la madre approfitta per farle alcune domande a risposta chiusa, le chiede se ha un letto, un cuscino, un materasso. Sala risponde no a tutte le domande. Così la mamma raccontò le condizioni nelle quali era detenuta la figlia, ma lo scoprirono anche ad Evin, così le guardie presero Sala di peso e la portarono a fare un tour nella stanza delle impiccagioni: «questo è quello che facciamo alle spie». Fu l’unico momento in cui accettai di farmi sedare per tranquillizzarmi.
Un gatto rosso, segno di speranza

«Uno dei giorni più belli fu però quando mi portano all’esterno, da sotto il cappuccio con il quale ero bendata vidi ai miei piedi un gatto rosso che mi faceva le fusa». Un forte segno di umanità, una compagnia che rompeva l’isolamento, «ora ho un gatto rosso a casa» sottolinea Cecilia Sala.
Il racconto della detenzione di Sala, si lega nello spettacolo con le testimonianze di chi ha partecipato alle proteste in Iran. Racconti drammatici che evidenziano l’attuale situazione che si vive a Teheran e in tutto l’Iran. Ragazzi uccisi, impiccati in pubblica piazza come Majidreza Rahnavard, uccisi con sei proiettili come Hadis Najafi, o le brutalità della polizia, raccontate da Asim, ragazzo di 22 anni, arrestato durante le manifestazioni per Mahsa Amini. «Durante gli interrogatori ti spengono le sigarette sulla faccia ed ogni guardia vuole darti la propria razione di botte, come a mettere la propria firma attraverso i lividi» le parole di Amin riportate da Cecilia Sala.
Uno spettacolo durissimo e crudo che racconta un paese che sta vivendo giorni difficili.
Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Macerata, ha collaborato con l’ufficio stampa di ateneo. Attualmente collabora con Cronache Junior e modera eventi.
Da tempo si dedica a studi e approfondimenti sulle questioni di genere perché crede che l’equità e la giustizia per tutte e tutti siano una conquista necessaria, ma alla base di tutto ci deve essere rispetto e cortesia. Crede fermamente che attraverso la gentilezza si possano raggiungere grandi obbiettivi. E’ appassionato di cinema, scrittura e letteratura.







