Ho fatto Splash: lo stato di salute dell’emancipazione femminile quarant’anni dopo
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Spesso capita che le riflessioni sull’oggi nascano da suggestioni passate che, come un’epifania, danno vita ad una presa di coscienza possibile solo grazie ad uno sguardo d’insieme dato a posteriori.
Si fa un gran parlare della condizione femminile contemporanea e spesso ci si divide tra chi pensa che ormai diritti e parità siano raggiunti e chi sostiene che la strada da percorrere sia ancora molta, tuttavia quello che emerge da questa dicotomia è sovente una sensazione che il percorso verso l’equità sia stato costituito nel tempo da una serie di progressivi avanzamenti.
All’improvviso però, come il famoso quadro di Baricco, può capitare che le nostre certezze facciano “fran” e cadano, svelando una realtà meno promettente di quel che si pensava.
Non che la sensazione non ci fosse già, ma lo studio del passato spesso ci regala una nitidezza sul presente che rischiamo spesso di perdere.
Complice la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, giunta quest’anno alla sua 62° edizione e in corso dal 13 al 20 giugno, ho avuto modo di rivedere, in una piacevolissima matinée, il secondo film di Maurizio Nichetti, a cui è dedicata quest’anno una interessante retrospettiva.
Ho fatto Splash, quando la priorità delle donne era l’emancipazione
Uscito nelle sale nel 1980, in seguito al primo apprezzatissimo “Ratataplan” dell’anno precedente, “Ho fatto Splash!” è una commedia surreale e garbata che ci regala un ritratto generazionale al femminile di forte indipendenza e marcata autocoscienza.

Il film ruota attorno alle vicende di tre coinquiline, di cui una è interpretata da una giovane Angela Finocchiaro, che vivono in autonomia, lavorano, se pure una sola delle tre abbia un’occupazione stabile, e coltivano le loro aspirazioni.
Nel film femminismo e universo femminile non sono trattati come proclami ideologici, ma come realtà quotidiane: l’emancipazione femminile viene data per scontata e rappresentata con ironia.
Oggi molti aspetti delle vite di queste donne ci appaiono banali, ma all’epoca erano conquiste, impensabili fino a pochi anni prima, e mostrarle come normalità era un segnale importante.
L’uomo del gruppo, uno stralunato Maurizio Nichetti, è tutto il contrario del macho che non deve chiedere mai, pure in voga in quegli anni, è quasi un moderno Charlot che, dopo aver dormito per venti anni, si ritrova a convivere con le tre donne, da cui viene guidato per orientarsi nella contemporaneità.
Il tema del film non è la condizione della donna, bensì una critica al consumismo e al nascente potere della manipolazione pubblicitaria e un focus sul lavoro precario, che si scontrano con l’ingenuità e la semplicità del protagonista.

Tuttavia, è proprio il non essere incentrato sulla condizione femminile l’elemento che rende questo film un metro di confronto importante con il nostro presente, nel quale l’influenza della pubblicità è diventata assolutamente pervasiva, tramite la tv commerciale prima e infine i social, ormai veri vademecum del vivere attuale.
Ma quale messaggio arriva prevalentemente alle donne di oggi tramite i Media, se non quello di dover essere sempre piacenti, sempre performanti, sempre giovani, a costo di non sentirsi accettate e considerate?
Dall’autodeterminazione all’omologazione
Anche la rappresentazione della donna è cambiata, arrivando ad essere velocemente asservita proprio all’immaginario consumistico che viene messo in ridicolo attraverso il film di Nichetti.
Le tre ragazze emancipate, di cui due aspiranti artiste, che rifiutano il matrimonio, specialmente in Chiesa, perché visto come una sottomissione inaccettabile alle convezioni sociali (e a quell’epoca, per la stragrande maggioranza delle donne era così) e una perdita delle proprie libertà personali (“e il lavoro? Lo lascerai?” chiede una delle protagoniste all’amica in procinto di sposarsi), hanno ceduto rapidamente il passo alle soubrette, all’oggettificazione e alla stereotipizzazione della donna, alle ragazze del “Drive In”, che sarebbero arrivate di lì a poco, e ad una libertà di facciata che però, col tempo, si è rivelata una trappola talvolta autoimposta, se pure spesso inconsciamente.
Anche lo stile della narrazione del corpo femminile appare in contrasto con l’attualità.
“Ho fatto Splash” mostra corpi nudi di donne diversi tra loro, in cui è facile e per certi versi rassicurante potersi riconoscere, in netto contrasto con gli esempi da social che oggi ci bombardano senza soluzione di continuità, in cui il modello dominante è una donna astratta e perfetta, con la stessa taglia di reggiseno e di abito, lo stesso taglio di occhi e forma delle labbra, a cui ci si sente in dovere di somigliare e la cui irraggiungibilità è una catena di insicurezza che tiene tutte sotto scacco.

Che fine hanno fatto le donne?
Dunque il confronto è per certi versi impietoso e mette a paragone un’epoca in cui si iniziava a rivendicare diritti e libertà, confidando in una naturale evoluzione virtuosa, ad una, successiva, in cui le donne, sebbene emancipate in teoria, continuano ad arrancare per stare al passo con gli uomini.
Ci troviamo a vivere una realtà in cui il gender pay gap è ancora un’evidenza, in cui i compiti di cura sono ancora quasi totalmente di appannaggio femminile, in cui si critica una presidente del Consiglio donna per come si veste, in cui ancora si rischia di essere uccise per gelosia e rivendicazioni di possesso, in cui per essere rispettate ci facciamo chiamare al maschile, perché, suvvia, sono altre le cose importanti.
È il paradosso dell’emancipazione: sebbene la legislazione e i diritti formali siano migliorati, le dinamiche sociali, culturali ed economiche spesso relegano le donne in posizioni di svantaggio o le costringono a fare un passo indietro.
La realtà è che i diritti sulla carta non bastano se non sono accompagnati da un cambiamento culturale profondo, che però sembra ancora molto difficile da attuare in una fase storica in cui frotte di ragazzini si fanno risucchiare dalla manosfera e in cui vince chi grida di più e con più violenza.
Forse è proprio questo il cortocircuito che “Ho fatto Splash!” ci costringe a vedere, a più di quarant’anni di distanza: non basta conquistare diritti se, nel frattempo, cambiano forma i meccanismi che limitano la libertà.
L’emancipazione non è una meta raggiunta una volta per tutte, ma un esercizio continuo di consapevolezza e forse guardare indietro serve proprio a questo: non per cedere alla nostalgia di un passato migliore, ma per riconoscere ciò che abbiamo smesso di pretendere dal futuro.
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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.







