Chiara Becchimanzi a Macerata per lo spettacolo "Terapia intensiva: beata ignoranza" (Foto dell'associazione Calcifer)
(Foto dell'associazione Calcifer)

Rovesciare gli stereotipi con una risata: Chiara Becchimanzi, artista impegnata e donna intera

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Per Pirandello comicità e umorismo erano due fasi di un processo che può scaturire dallo stesso evento: si parte da un avvertimento del contrario, che poi, aprendosi alla riflessione, si tramuta in un sentimento del contrario, che vela il sorriso di un’ombra di compatimento.

Comprendere come suscitare queste sensazioni allo scopo di arrivare concretamente alle coscienze delle persone, per veicolare un messaggio di rivoluzione culturale ed equità di genere concreta è un’impresa difficile, ma profondamente necessaria in un’epoca in cui sembra più che mai necessario adottare una narrazione del femminile finalmente giusta e rispettosa.

È proprio questo il percorso che sta portando avanti da parecchi anni, con crescente successo, Chiara Becchimanzi, artista dalle molteplici competenze, donna multifacente e complessa, intendendo quest’ultimo termine in accezione assolutamente positiva, in una fase storica in cui il vero dramma è forse l’eccessiva semplificazione della realtà.

L’abbiamo intervistata per Donnemente dopo aver assistito alla sua performance Terapia intensiva: beata ignoranza”, organizzato dall’associazione culturale Calcifer a Macerata, spettacolo già nel titolo spunto di ampie riflessioni dal tono, appunto, pirandellianamente umoristico.

Chiara Becchimanzi: rivendicare il diritto alla complessità

Nelle note biografiche del suo sito web, Chiara Becchimanzi si definisce:

«Sono attrice, autrice, regista, stand up comédienne, romanziera, attivista, progettista culturale e chi più ne ha più ne metta: in un mondo che ci vuole dividere in nicchie, appiattite negli interessi e nelle competenze, rivendico fortemente il diritto alla complessità e ad essere tante cose tutte insieme, fuggendo le categorizzazioni, soprattutto se sembrano etichette».

“Complessità” potrebbe dunque diventare la parola chiave di una conversazione che ci ha portato a riflettere su quanto sia importante mantenerla e quanto sia altrettanto fondamentale saper adottare un linguaggio che sappia tradurla perché, restando viva nella sostanza, possa giungere a tutti, anche a chi non ha strumenti per comprenderla.

A partire dalla definizione del suo lavoro sul palco, Becchimanzi ci tiene a precisare di non essere una “stand up comedian” pura: «In realtà il mio è uno spettacolo teatrale che mischia vari linguaggi, tra cui la stand-up comedy come speech con il pubblico.

A me piace mischiare, vengo dal teatro, dalla formazione teatrale, quindi per me è importante giocarmi un po’ tutte le carte che posso».

E la cifra della sua forza comunicativa è probabilmente questa ammissione di “ibridità”, che è palese guardandola sul palco, dove si muove con facilità attraverso la recitazione, il canto, l’impostazione della voce, la mimica facciale e l’espressività corporea.

Comunicare in modo realmente efficace significa fare la differenza

Una forza comunicativa che si è fatta strada in lunghi anni di studio, passando da un evidente quinquennio di studi superiori classici e proseguendo con una laurea al DAMS, attraverso tantissima gavetta, che le ha permesso di sviluppare una grande empatia col pubblico e una spiccata capacità di lettura del presente.

Il messaggio che Chiara Becchimanzi porta avanti, sia dai suoi canali social, dove conta oltre 160mila followers, sia dai teatri e dalle piazze, fino alla televisione, pone in alto la necessità di diffondere una cultura della conoscenza e della riflessione, in contrasto con una narrazione mainstream sempre più spesso pericolosamente approssimativa.

Rovesciare gli stereotipi facendo ridere è il modo scelto, utilizzando un codice espressivo che arriva realmente alle persone, sia a chi è già sensibile a certe tematiche, sia a chi non lo è:

«Io gioco su un equilibrio tra riferimenti estremamente pop e altri assolutamente non pop e mi piace molto vedere nella folla, nella gente, quali vengono compresi e quali no.

È bello notare, almeno nel mio pubblico, che nessuno rimane mai infastidito da questo e anche se non sa qualcosa, magari chiede al vicino, però non si irrigidisce: questa secondo me è una grande conquista».

Chiara Becchimanzi a Macerata per lo spettacolo "Terapia intensiva: beata ignoranza" (Foto dell'associazione Calcifer)
(Foto dell’associazione Calcifer)

Dai social ai teatri mantenendo coerenza

Conquista che è anche un esempio virtuoso di come l’ambiente digitale, se gestito consapevolmente, possa smettere la sua potenziale tossicità per diventare strumento di impegno civile e dialogare con l’ambiente off line.

«Secondo me – continua Becchimanzi – io sono riuscita a farlo attraverso i social perché il mio pubblico è cresciuto tanto con dei contenuti che non sono semplicissimi.

Io vado contro l’algoritmo, i miei video sono sempre lunghi , anche fino a tre minuti, ci sono sempre mille spiegazioni, chiaramente cerco sempre di far ridere, però è importante, quando uno fa attivismo o comunque comicità sui social, che la gente in sala si ritrovi qualcosa di simile a quello che ha visto online.

Io, che faccio spettacoli di questo tipo, non potrei mai far ridere in 20 secondi con un video di me che mi cambio o con cose più immediate, perché poi quando uno arriva in teatro si chiede cosa stia vedendo»

L’arte è politica

Un altro caposaldo del discorso di Chiara Becchimanzi, ribadito sul palco e confermato nel suo agire quotidiano, è poi quello che vede l’arte come espressione politica, intesa in senso prima di tutto etimologico.

Dunque in tal senso la riflessione vira sul domandarsi se e come uno spettacolo possa influire su chi non è già “formato”, su chi non conosce il suo stile e soprattutto su chi è lontano dalle tematiche affrontate, che per lo più vertono su questioni di genere.

«Se ci chiediamo poi come fare ad attirare la gente per “cambiare il mondo”, quello è un esercizio quotidiano che si fa anche in sala, perché tante persone portano i compagni un po’ “alfa” oppure gli amici e si crea il passaparola.

Tanta gente mi ringrazia perché dice che dopo il mio spettacolo sull’educazione sessuale si è liberata, assistere ha liberato dei blocchi, e quindi piano piano io ritengo che anche l’arte serva per cambiare il mondo, per questo dico che l’arte è politica.

Bisogna avere la pazienza però di capire che a volte dobbiamo parlare con la lingua di chi ci ascolta e non con la lingua nostra, che è una cosa che io stessa a volte scelgo di non fare, perché non mi diverte.

Lo faccio però a volte nei commenti sui social, quando certe persone mi scrivono in maniera poco piacevole e io con pazienza provo a spiegargli con la loro lingua quello che volevo dire, però è faticoso perché la gente è “de coccio” proprio, sinceramente!»

Femministe di facciata

E ancora a proposito di registri linguistici e coerenza tra la propria vita pubblica e privata, soprattutto di chi fa attivismo, si apre un altro capitolo, particolarmente sentito negli ultimi giorni: quello che riguarda l’identità femminista e il domandarsi quanto le dimensioni privata e pubblica debbano coincidere.

«Mi hanno molto stupito – dice Becchimanzi – le reazioni all’ultimo reel che ho pubblicato, quello sulla chat delle tre attiviste, Carlini, Fonte e Vagnoli.

Mi ha molto spaventato, in questo caso, che molte persone abbiano rivendicato il diritto di odiare in privato e di chiamare in privato le donne puttane, perché se le chiami in privato puttane non vuol dire che non sei femminista. Per me questo non è vero.

La dimensione privata e pubblica devono coincidere nel femminismo.

Non puoi dire in pubblico che sei femminista e in privato la prima offesa che ti viene in mente per una donna è insultare la sua vita sessuale. Questa cosa qua ha “triggerato”, come direbbero i giovani, un sacco di gente femminista, che però evidentemente nel privato è Gabriancella».

Non si può fare di tutta la Gabriancella un fascio!

Le Gabriancelle, neologismo coniato proprio da Chiara Becchimanzi, sono quelle donne che sottostanno alla cultura patriarcale, difendendo, quasi sempre senza rendersene conto, quel tipo di comportamento maschile che le vuole ancora in posizione subalterna: ancelle, appunto, del patriarcato.

Può capitare che anche chi si mostra prepotentemente femminista, in realtà celi dentro di sé una Gabriacella insospettabile.

Sono quelle donne sempre pronte a difendere un’altra: «ma poi se è quella di cui si interessa il marito diventa una puttana. No, non è una puttana lei, è uno stronzo il marito. Eppure non lo capiscono.

Secondo me non si può fare di tutta la Gabriancella un fascio! – continua Becchimanzi – Ci sono Gabriancelle che prendono coscienza e per esempio mi ringraziano e dicono “guarda che io questa cosa non l’avevo mai pensata, grazie Chiara, perché effettivamente io lo faccio”, e altre che invece mi aggrediscono proprio con la moneta che dicono di voler combattere nel loro femminismo».

Sensibilizzare anche un pubblico “freddo”

Che si voglia vendere un prodotto o diffondere le proprie idee, la parte più difficile è quella che riguarda raggiungere il così detto “pubblico freddo”, che in termini di strategia di marketing indica le persone che non hanno mai avuto a che fare con un certo marchio o un certo concetto, pertanto meno predisposte ad avvicinarcisi.

È logico allora chiedersi se sia possibile arrivare a sensibilizzare anche chi vive contesti molto lontani dal messaggio che si vuole diffondere.

Per Chiara Becchimanzi la risposta è compresa nella natura stessa dei suoi palcoscenici: non solo teatri scelti, ma anche molte piazze.

«A me capita ancora tantissime volte di essere invitata a serate, magari da un comune piccolo e sconosciuto, in cui c’è di tutto, in sala e in piazza. E quindi io lì scelgo sempre di fare “Terapia di gruppo” che è il mio spettacolo più facile per chi non mi conosce.

Facile nel senso che è più empatico è più “cazzone”: faccio la lettura satirica di “50 sfumature di grigio” che fa morire da ridere tutti».

La provincia dunque, le piazze aperte, sono la risposta e al tempo stesso la dimostrazione della varietà della realtà che ci circonda:

«Anche in scena dico che sono la regina delle provincie: sono andata a fare spettacolo in paesini dove c’erano i catto-comunisti che alla parola orgasmo inorridivano e poi magari il circolo di estrema destra dove invece sull’educazione sessuale si sono mostrati tutti molto felici di farla.

La gavetta quindi è stata molto importante: mi ha portato a fare tante date senza avere ancora il mio pubblico, perché il mio pubblico sta soprattutto nelle grandi città. Nei piccoli paesi magari mi conoscono in 20 e, gli altri 200 sono di piazza. Parlare con tutti è un buon modo».

Attivismo anche oltre la scena

A questo punto è da tempo chiaro che Chiara Becchimanzi non sia una semplice “comica”, bensì una donna realmente “intera” per definirla con le parole di Joyce Lussu.

Il linguaggio teatrale è per lei la misura del suo impegno, che la spinge in prima fila anche al di fuori dei riflettori per dialogare con tutte e con tutti, anche a generazioni diverse, proprio perché uscire dalla propria “bolla”, sia digitale che concreta, è fondamentale per fare la differenza.

«Ho un’associazione culturale che si chiama Valdrada – ci racconta – gestita da solo donne, che è anche una compagnia teatrale.

Sopravviviamo tramite bandi pubblici perché sappiamo scriverli. Io ho imparato a farlo una quindicina d’anni fa insieme alla mia collega Giulia Vanni.

Attraverso queste risorse implementiamo progetti sociali sulle tematiche che ci stanno a cuore, che non riguardano soltanto le nostre performance, ma anche dei progetti laterali di cineforum, di formazione, di contrasto alla violenza di genere in varie forme.

Chiara Becchimanzi a Macerata per lo spettacolo "Terapia intensiva: beata ignoranza"
Chiara Becchimanzi a Macerata per lo spettacolo “Terapia intensiva: beata ignoranza” (Foto dell’Associazione Calcifer)

Uscire dalla bolla significa anche partire dalla costruzione del futuro

Un impegno su molti fronti che non può escludere il fondamentale contatto con i giovani, come ci tiene a sottolineare Chiara Becchimanzi:

«Un’altra cosa che io faccio si chiama “Rigenerazioni”, che non è una citazione dal Racconto dell’Ancella, ma è una Stand up comedy a tema sessuo-affettivo per le scuole superiori.

Ci rivolgiamo agli adulti che si stanno formando con uno spettacolo corredato da una lezione sugli stereotipi di genere, condotta da una psicoterapeuta, e poi facciamo il dibattito di due ore e mezzo.

Anche questo è un modo per uscire dalla propria bolla perché se tu lavori sul futuro, dalla bolla esci necessariamente ed è sconvolgente scoprire quanto gli stereotipi siano attivi già nei ragazzi dai 14 ai 18 anni.

Lavorare con loro ti dà una grande soddisfazione, perché dopo che hanno riso i ragazzi sono molto più aperti e arrivano anche a dirti cose che non direbbero a nessuno: questo è davvero un grande dono».

Tra emozione e consapevolezza

Ed è proprio dall’impegno sociale che scaturisce l’ultima riflessione che Chiara Becchimanzi ci regala, quando le chiediamo di chiudere la nostra chiacchierata con un ipotetico consiglio che darebbe alla se stessa adolescente e con una raccomandazione concreta per una ragazza o un ragazzo di oggi.

«Alla me adolescente direi: il tuo corpo ti serve non lo trattare male. Questo le direi».

Una quasi impercettibile increspatura nella voce dell’artista, subitaneamente sdrammatizzata da una veloce battuta, alza la nostra attenzione su concetti familiari a molte donne:

«Per quello che ho fatto passare al mio corpo – continua – dovrei essere molto più provata di così: invece quello ha retto, ha fatto tutto quello che doveva, si è laureato, ha fatto tante cose, io gli toglievo tutto, ma lui andava da solo e adesso c’ho la gastrite perché ovviamente le paghi tutte!

Per cui alla me adolescente direi questo: “quello che ti dice lui non è colpa tua“».

La conclusione di questa corposa chiacchierata, che ha seguito oltre due ore di risate sincere è infine dedicata alle ragazze e ai ragazzi di oggi:

«A loro direi: parlate, non vi chiudete nel rapporto a due con lo schermo, parlate con le altre persone, apritevi, leggete, viaggiate, abbiate il coraggio di sviluppare l’empatia».

Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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