Il presidio a Roma voluto da Pangea per testimoniare la sofferenza delle donne afghane
A Roma il sit-in voluto da Pangea

Il grido delle donne afghane arriva a Roma: «Viviamo nel terrore»

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Dagli arresti arbitrari alle proteste represse nel sangue, le testimonianze raccolte da Fondazione Pangea raccontano la vita quotidiana a Herat sotto il controllo del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio. Una realtà di paura che non riesce però a spegnere la richiesta di istruzione, lavoro e libertà


Tempo di lettura stimato: 7 minuti

Sono state le voci delle donne afghane che vivono in Italia a testimoniare lo stato di terrore in cui si vive in quel Paese. Lo hanno fatto a Roma, in piazza Santi Apostoli, dove si è svolto un presidio organizzato da Fondazione Pangea per dimostrare vicinanza alle donne afghane e denunciare le violenze e le oppressioni perpetrate in Afghanistan, a causa delle continue violazioni dei diritti fondamentali da parte del governo talebano.

Il 9 giugno una folla di circa 70 persone ha protestato ad Herat contro tali violenze. Il governo talebano, però, vieta completamente ogni tipo di protesta, organizzata e non. Infatti, le forze armate si sono scagliate sulle persone che urlavano “Istruzione, lavoro e libertà”, per denunciare gli arresti arbitrari delle donne – le stesse parole che venivano gridate ieri a Roma.

Secondo alcune testimonianze riportate da giornali come il Guardian, in quel drammatico intervento sarebbero rimaste uccise almeno due persone, tre sarebbero i feriti e 12 gli arrestati dopo essere stati malmenati. Le forze talebane hanno aperto il fuoco sulla folla senza remore.

Lotta contro l’oppressione e la discriminazione delle donne


Per questo, in risposta a tali continui atti di violenza nei confronti del genere femminile, Fondazione Pangea ha deciso di ascoltare donne, sorelle e madri afghane che ora vivono in Italia. Queste cittadine sono ogni giorno in contatto con i loro familiari in Afghanistan, i quali denunciano una città, Herat, e un intero Paese che vivono nel terrore. Le scuole spesso rimangono chiuse, le donne hanno paura di uscire di casa e alcune testimonianze parlano di mercati completamente vuoti.

Il presidio a Roma voluto da Pangea per testimoniare la sofferenza delle donne afghane

Basta poco, il velo leggermente spostato o a volte neanche quello, per permettere alla Pvpv (Ministry for the Propagation of Virtue and the Prevention of Vice) di giustificare l’arresto.

La Pvpv quindi, è il Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio, che controlla il corretto rispetto del codice d’abbigliamento delle donne, il quale prevede il burqa o lo chador.

Questo obbligo, impresso esclusivamente sul genere femminile, costituisce una vera e propria discriminazione, in quanto chi non fa un uso corretto di questi indumenti viene arrestata. L’arresto, però, non si esaurisce con il mero rilascio: oltre a subire la violazione dei diritti umani e violenze fisiche sul corpo, in Afghanistan l’essere fermate comporta la vergogna della propria famiglia. Di conseguenza, anche dopo la liberazione, molte donne vengono isolate persino in casa.


«Gli eventi di Herat si inseriscono in un quadro più ampio di persecuzione e discriminazione sistematica nei confronti delle donne e delle ragazze in Afghanistan, private del diritto all’istruzione, al lavoro, alla libertà di movimento, alla partecipazione alla vita pubblica e alla piena autodeterminazione. Le donne vivono una condizione di Apartheid solo perché donne e nell’indifferenza generale si sta commettendo una delle più gravi violazioni dei diritti umani nel mondo contemporaneo» afferma Simona Lanzoni, vice presidente di Fondazione Pangea.


Il governo oggi e le testimonianze


I Talebani hanno assunto il controllo dell’Afghanistan il 15 agosto 2021, giorno in cui sono entrati nella capitale Kabul e hanno conquistato il palazzo presidenziale, a seguito del ritiro delle truppe statunitensi e della Nato.

In realtà, questo è il loro secondo regime: c’era già stato il dominio del governo talebano dal 1996 al 2001. Da quel fatidico agosto sono state ripristinate tutte le forme di repressione e discriminazione, soprattutto nei confronti delle donne, a seguito dei controlli del Ministero per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio.

Il presidio a Roma voluto da Pangea per testimoniare la sofferenza delle donne afghane

Secondo alcune testimonianze raccolte da Fondazione Pangea, nel Paese vige un totale senso di terrore. Frohar, una giovane donna di 25 anni, racconta di avere paura di uscire di casa: «Da quando sono iniziati i nuovi controlli sull’hijab a Herat, ho paura di uscire di casa. I talebani fermano automobili, motociclette e mezzi pubblici per controllare l’abbigliamento delle donne e delle ragazze. Molte persone vengono portate via con il pretesto di non rispettare le regole sull’hijab, e nessuno sa cosa accada loro dopo l’arresto».

Infatti, dopo che le donne vengono portate via all’improvviso e arrestate, molti non sanno dove vengano recluse e quando le potranno rivedere. Una ragazza, Amina, di soli 30 anni, racconta infatti che molte donne vengono arrestate senza spiegazioni e spariscono: «Ho delle amiche che vivono nel quartiere hazara di Jebrail e ho visto crescere la paura tra le famiglie. In un solo giorno dieci ragazze sono state portate via senza alcuna spiegazione e il loro destino è ancora sconosciuto. Molte delle pressioni e delle violenze dei talebani colpiscono proprio quella comunità».

Le voci si iniziano a sentire


In Afghanistan ogni forma di protesta o manifestazione è severamente punita, per questo nel Paese sono estremamente rare; da qualche anno, invece, molte persone si organizzano in maniera clandestina utilizzando i gruppi WhatsApp per coordinarsi e farsi sentire.

Il presidio a Roma voluto da Pangea per testimoniare la sofferenza delle donne afghane



Come si è visto, facendolo si rischia la vita, perché le forze armate talebane colpiscono la folla con armi da fuoco senza guardare a chi sparano. Ma questo dà grande speranza a molte persone, come racconta Myriam: «Io sono in contatto costantemente con mia mamma e mia sorella.

Non escono da casa da circa una settimana. La situazione è terribile. I Talebani arrestano tutti e non vedono se sono anziani o giovani. La cosa positiva è che ci sono delle manifestazioni e i numeri partecipanti aumentano ogni giorno ma anche il numero di persone arrestate, che spariscono».

Forse, nonostante la paura e il pericolo, anche Herat vuole giustizia, pace e serenità per le donne e per la popolazione intera. Per questo e per tutte le donne, ascoltando l’appello dei familiari che rimangono in costante contatto con le persone ad Herat, Fondazione Pangea ha voluto riunirsi per accogliere il grido di tutti e tutte. Un modo per trasformare la solidarietà in un gesto concreto nel centro di Roma, chiedendo alla comunità internazionale di non restare indifferente davanti a questa repressione che continua a negare a tutte le donne diritti, libertà e futuro.

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Chiara Ascani

Chiara Ascani

giornalis |  Altri articoli

Laureata in Scienze della Comunicazione , frequenta la Magistrale di giornalismo sempre a Roma Tre. Ama scrivere di cultura, attualità e diritti e per questo segue il Master in Studi e Politiche di Genere. Ha lavorato a Domani Editoriale e collaborato con Pour Parler. Su DonneMente offre una prospettiva focalizzata sulla difesa e sul riconoscimento dei diritti delle donne

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