Oltre San Francesco: Chiara, donna di fede dalla volontà di ferro
Una figura femminile capace di difendere le proprie scelte e i propri ideali, resistendo alle pressioni della Chiesa e del suo tempo. La storica Francesca Bartolacci ci aiuta a riscoprire la sua vicenda, tra fede, autonomia e determinazione.
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«La testimone più pura del messaggio francescano è stata Chiara d’Assisi». A dirlo è Francesca Bartolacci, professoressa associata di Storia Medievale all’Università di Macerata, che lascia a Donnemente una riflessione non scontata, in occasione degli ottocento anni dalla morte di San Francesco.
Quella della storica, che è anche condirettrice della rivista Picenum Seraphicum e responsabile del progetto “Francescanesimo al femminile” presso la BAP-Biblioteca, Archivio, Pinacoteca “S. Giacomo della Marca” dei frati Minori di Falconara Marittima, è certamente un’affermazione molto potente.
Lo è specialmente se letta attraverso la lente del dibattito, sempre molto vivo, sulla posizione delle donne nella Chiesa, ma anche, in generale, sulla condizione femminile nella società.
Dunque, tra le innumerevoli celebrazioni che, nel 2026, vedono il loro apice nel 4 ottobre, è certamente interessante provare a ripercorrere la Storia attraverso un sentiero poco battuto, per lo meno tra i non addetti ai lavori.
La sindrome “Zeffirelli”
Da oltre cinquant’anni, l’immagine di Chiara che abbiamo in testa è quella di una giovane donna delicata, dai lunghi capelli biondi, eterea, bellissima e legata da un sentimento tenero con Francesco.
Il fortunatissimo film di Zeffirelli del 1972, Fratello Sole, Sorella Luna, ha certamente influenzato l’immaginario collettivo, ma si è probabilmente anche nutrito di esso, della tradizione e della devozione popolare, finendo, come accade spesso, per distaccarsi da quello che le fonti storiche trasmettono veramente.
Come ricordato da Francesca Bartolacci: «Francesco si è spogliato di tutti i suoi beni, ha rinunciato a tutto per seguire il Cristo, ma questo era molto più facile per un maschio che per una femmina.
Andare via, rifiutare un matrimonio combinato, rifugiarsi non in un monastero benedettino, cosa abbastanza accettata, ma ripararsi prima in luogo poi in un altro, per poi trovare dimora a San Damiano, per una donna non era poi così semplice».
Chiara, dunque, era certamente una donna caparbia e dalla volontà di ferro, caratteristiche che confermerà con i fatti durante tutta la vita.

San Francesco e le donne
Generalmente siamo abituati a considerare San Francesco come un innovatore del suo tempo anche per quanto riguarda la considerazione delle donne, soprattutto in virtù della tradizione popolare sul suo rapporto con Chiara, tuttavia, di nuovo, sono le fonti a dirci esattamente come stavano le cose.
Come spiega Bartolacci: «Francesco in realtà non dice nulla delle donne e nella Regola c’è anche un esplicito monito che raccomanda ai frati di stare molto attenti proprio a loro, perché comunque bisognava mantenere un distacco.
Non è vero che San Francesco aveva ideato un ordine maschile e un ordine femminile.
Sicuramente ha accolto Chiara e aveva un grandissimo rispetto e molta attenzione per lei, cose che le aveva promesso anche da parte dei frati, intendendo la cura spirituale e una sollecitudine particolare, impegni che invece poi vengono vanificati.
Io sono abbastanza d’accordo con la storica Maria Pia Alberzoni, quando sostiene che Chiara probabilmente pensava che sarebbe stata compresa dentro la fraternitas ideata da Francesco e rimase delusa del contrario.
Chiara si dichiara “pianticella di Francesco”, quindi sua erede, ma Francesco non lo dice mai.
C’è un rapporto speciale con lei, però lui non pensava né di costruire un ordine femminile né a Chiara in maniera particolare. Chiara segue Francesco di sua iniziativa».

L’erede dimenticata
Il fatto che Chiara sia stata concretamente la prosecutrice più ortodossa del messaggio francescano sono ancora le fonti storiche a confermarlo.
Sappiamo che le prime vere e profonde spaccature e tensioni nell’Ordine Francescano iniziarono subito dopo la morte di San Francesco, già nel corso del XIII secolo, riguardo all’interpretazione del voto di assoluta povertà.
Chiara invece è sempre stata estremamente fedele all’ideale francescano delle origini.
Continua Francesca Bartolacci: «Non voglio certamente sminuire Francesco, però non bisogna sminuire neppure Chiara, che è stata l’autentica testimone del suo messaggio di povertà, proprio fino alla morte, anche se non è stata valorizzata quanto i seguaci stessi di Francesco, che l’abbandonarono subito.
Chiara è certamente il personaggio più dimenticato ed edulcorato di questa storia.
Francesco muore nel 1226 e Chiara nel 1253: ci sono quasi trent’anni in cui lei mantiene intatto il messaggio francescano della povertà, al contrario dei frati che successero a Francesco.
Non solo, Chiara per tutta la sua vita continua anche imperterrita a tenere testa a un Papa, Gregorio IX, già cardinale Ugolino da Ostia.
Il pontefice dapprima la voleva convincere ad accettare la regola di San Damiano, il posto dove si era rifugiata, che però non aveva niente a che fare con Chiara, che resiste finché non ottiene per la sua comunità il privilegium pauperatis, il privilegio della povertà, di non possedere nulla.
Per questo dico che Chiara è stata la testimone più sincera del francescanesimo, perché in quel trentennio i frati smontano pezzo per pezzo quello che aveva detto Francesco, le biografie vengono tutte distrutte a favore di un’unica biografia ufficiale, viene costruita attorno alla sua tomba una grande chiesa, cosa che lui non avrebbe voluto, il messaggio subito dopo la sua morte viene proprio sminuito, distrutto, invece lei continua per trent’anni, ma si sente abbandonata dai frati che ormai la considerano un peso.
Chiara è una donna molto forte, che resiste anche a molte pressioni e non era di certo facile farlo».
La prima regola monastica scritta da una donna
La regola di Chiara d’Assisi, la cui approvazione è stata dunque ottenuta con caparbietà dalla sua ideatrice, rappresenta anche un primato, essendo la prima scritta da una donna nella Chiesa Cattolica.
Il percorso tuttavia, come ricorda Bartolacci, è stato accidentato, come spesso avviene per le conquiste femminili: «Chiara muore l’11 agosto 1253, il papa, Innocenzo IV, approva la sua regola solo due giorni prima, il 9 agosto.
La regola che lei scrive è passata alla storia come la prima scritta da una donna per le donne, praticamente speculare alla regola dell’Ordine francescano.
Che l’abbia scritta veramente lei o che si sia fatta aiutare da qualcuno non ha importanza, perché lei l’ha voluta questa regola, anche se però non viene uniformemente adottata da tutti i monasteri e infine, nel 1263, sostituita dalla versione scritta da Urbano IV, meno rigida sul tema della povertà.
Quindi, astutamente, viene usato il nome di Chiara per una regola che non ha niente di Chiara, perché è scritta dal papa.
La regola originale di Chiara però si è conservata e questa è forse la cosa più stupefacente, perché, anche se fatta dimenticare per lungo tempo, in qualche modo è stata tramandata.
La storica Anna Carfora dice che la storia delle donne nella Chiesa è un fiume carsico, cioè sprofonda e poi a un certo punto riappare, proprio come la regola di Chiara.
Questo è anche sintomo del fatto che le donne studiassero.
Nel Quattrocento c’è l’Osservanza francescana maschile e c’è anche l’Osservanza femminile, quindi c’è la voglia di riappropriarsi della regola originale, non quella di Urbano IV.
Ancora oggi infatti ci sono le Clarisse Urbaniste, che sono quelle che seguono ancora la regola di Urbano e le Clarisse Osservanti, che sono quelle che seguono la regola originale di Chiara».

La clausura e il controllo sul corpo delle donne
A prescindere dalla regola adottata, entrambe le tipologie si riferiscono a monache che vivono in clausura, segnando una distinzione piuttosto netta col ramo francescano maschile, il cui rapporto col mondo secolare è stato stretto e rivoluzionario fin dalle origini.
A differenza dei monaci tradizionali che cercavano l’unione con Dio nell’isolamento dei monasteri, Francesco e i suoi frati scelsero infatti di vivere dentro il mondo, specialmente nei nascenti centri urbani.
Tuttavia, anche in questo caso, la conoscenza della Storia ci permette di leggere le cose in maniera differente e di interpretare in modo diverso quello che spesso si da per scontato: la clausura delle donne non è una mancanza di impegno, ma una necessità e un’imposizione.
È ancora Francesca Bartolacci a rivelarci che: «Diversi studi hanno dimostrato che San Damiano, dove dimorava Santa Chiara, non era chiuso, era aperto e le donne si muovevano abbastanza liberamente.
Donne sole che andavano in giro per la questua – perché questa è l’implicazione della povertà – però, rappresentavano un problema.
Mentre infatti gli uomini andavano tranquillamente per le strade a chiedere l’elemosina, di certo per le donne era più complicato ed è per questo che il Papa le costringe a possedere, ad avere dei beni con cui mantenersi.
Chiara ci rinuncia con il privilegio di povertà e San Damiano, quando lei vive, non è un monastero di clausura.
Avere però delle donne in giro è abbastanza pericoloso e il controllo sul corpo delle donne è quello che le riguardava nel Medioevo e riguarda anche noi oggi.
Come vestiamo, come non vestiamo, dove andiamo, con chi ci andiamo: la clausura è qualcosa che è legata a questo, al controllo del corpo delle donne e della loro verginità.
Chiara non aveva pensato alla clausura e nel suo processo di canonizzazione, infatti, alcune testimoni, delle sorelle che vivevano con lei, dicono una cosa molto significativa che ci dimostra come nella loro mentalità erano contemplate cose che non ci immagineremmo.
Una consorella dice dunque che Chiara voleva andare nelle terre d’Oriente per avere il martirio, perché per lei sarebbe stato il massimo.
A prescindere dal domandarsi se ci sarebbe andata davvero o no, è importante considerare che c’era l’idea di andarci, che era considerato possibile farlo, come aveva fatto Francesco.
Poi si dice che Chiara non ci riesce perché è troppo malata, quindi è la malattia che la trattiene, non altro e non c’era l’idea della clausura.
Col controllo del corpo delle donne nascono poi le Clarisse chiuse nei monasteri».
La sindrome della monaca di Monza
Tuttavia, la scelta di farsi monaca, specialmente di clausura, sebbene ad un primo sguardo possa sembrare una rinuncia che oggi per lo più consideriamo insopportabile, non è sempre stato come la tradizione popolare ci suggerisce.
«Come per Chiara abbiamo la sindrome di Zeffirelli per le monache abbiamo la sindrome della monaca di Monza», dice Bartolacci.
«Nel Medioevo – continua la storica – il monastero è fondamentalmente uno spazio di libertà dai parti, che sono pericolosissimi.
È anche uno spazio dove si può studiare, dove magari anche chi aveva un altro tipo di sessualità era libera dal doversi concedere per forza ad un uomo.
Forse c’è stato un periodo in cui le figlie cadette i figli cadetti venivano costretti, ma non era di certo sempre così.
Il monastero è anche uno spazio in cui si mangia, dove si studia e dove potersi allontanare dal matrimonio, che forse non tutti desiderano e poi dove si può anche far carriera.
Oltretutto all’epoca di Chiara, nel tredicesimo secolo, c’era anche una genuina religiosità e un genuino voler essere poveri e seguire il Vangelo, sentimento che coinvolge tanti strati della popolazione e soprattutto le donne».
Dunque, se il messaggio francescano è stato di certo una grande rivoluzione, possiamo senza dubbio affermare che a renderlo ancora più innovativo è stata la volontà di ferro di una donna dalla reale figura decisamente diversa dalla giovane angelicata di zeffirelliana memoria.
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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.







