Frida e Marilyn, non “poverine” ma rivoluzionarie
Inaugurata a Fermo la mostra che fa rivivere le vicende delle due protagoniste attraverso memorabili scatti di grandi fotografi e opere di artisti
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Oltre 120 fotografie, scattate dai più grandi fotografi del Novecento, ripercorrono le vite di due donne che non si sono mai incontrate eppure sembrano legate da più di un filo invisibile. Sabato 27 giugno è stata inaugurata a Fermo la mostra “Frida Kahlo e Marilyn Monroe. Vite parallele“ a Palazzo dei Priori, dove rimarrà visitabile fino al 1° novembre.
Osservando foto dopo foto, chi visita la mostra si trova a rivivere le vicende delle due protagoniste guidato dai memorabili scatti di grandi fotografi e dalle opere di artisti del calibro di Andy Wharol, immancabile, e dell’artista cinese Zhang Hongmei che ha realizzato una riproduzione fedele de Las Dos Fridas. Al centro spicca Nickolas Muray, il fotografo ungherese che ritrasse tutte e due e intraprese con entrambe una relazione.
Non è ovviamente il legame con lo stesso uomo – e nemmeno le relazioni sentimentali in generale – che rendono Frida e Marilyn così vicine. All’inaugurazione si è parlato di fragilità, di mito, di dolore. Tutte parole che in parte rappresentano le due artiste, ma forse c’è una parola chiave che meritava maggior risalto: rivoluzione.
Perché il rischio, quando si parla di Frida Kahlo e di Marilyn Monroe, è quello di ridurle a vittime esemplari, dei corpi sofferenti, oppure donne consumate dagli uomini e dalla fama. Il racconto del dolore le schiaccia. Invece – come ha suggerito l’assessora alla cultura di Fermo, Micol Lanzidei – la mostra ci chiama a compiere uno sforzo per guardare oltre il mito laccato, e vedere finalmente Frida e Marilyn per quello che sono: donne alla ricerca della propria libertà.
Frida compie 119 anni e non è mai stata così viva
Oggi, lunedì 6 luglio, Frida Kahlo avrebbe compiuto 119 anni. Per raffigurare Frida come personaggio rivoluzionario basta raccontare che diceva a tutti di essere nata in un anno di nascita diverso. Infatti, era nata a Coyoacán, Messico, nel 1907 ma amava dire di essere nata nel 1910, l’anno della rivoluzione messicana, perché aveva deciso che la sua nascita doveva coincidere con quella di una nuova nazione.

Un piccolo dettaglio della sua storia che subito ci fa comprendere che definire Frida una “vittima” (di una vita ingiusta, della malattia, dell’amore tossico) non basta. Non si piangeva addosso per il suo corpo martoriato da un brutto incidente, decise piuttosto di abbracciarlo, perdonarlo e poi trasformarlo in arte. Con i suoi dipinti Frida non cercava compassione, ma rivendicazione. Ha fatto del suo aspetto reale, e dell’iconico monociglio, un’immagine politica, nazionalista, e senza dubbio femminista.
E una donna così non si fa certo definire “vittima” di Diego Rivera. È vero, il suo “panzón”, come lo chiamava affettuosamente, l’ha amata, tradita, poi risposata e ferita di nuovo. E lei, ha fatto esattamente le stesse cose. In più ha saputo usarlo come materiale narrativo: il dolore che ha provato durante gli anni spesi insieme al suo compagno è innegabile, ma forse bisognerebbe riflettere se la descrizione di donna soggiogata sia sufficiente per l’immensità di Frida. Era un’artista capace di trasformare il dolore in pigmento. C’è qualcosa di più della sofferenza dietro.
Marilyn, l’amica che Frida non ha mai conosciuto
Dall’altra parte c’è probabilmente la donna più fraintesa del Novecento. Hanno fatto di lei la prova che le donne belle sono vuote e sono felici, di conseguenza le donne belle e felici perché mai dovrebbero soffrire? Se accade è solo colpa loro.
Il curatore della mostra Alberto Rossetti ha detto che le foto esposte «hanno la forza di togliere le maschere, di riportare Marilyn alla sua identità più autentica, quella di Norma Jeane». E Norma Jeane Mortenson possedeva una biblioteca di oltre 400 libri e amava leggere Dostoevskij, fondò una propria casa di produzione (la Marilyn Monroe Productions, nel 1954), un evento storico che le permise di scegliere i propri ruoli. Chi l’ha conosciuta davvero riferisce che era colta e ironica. Portava in scena la bionda stupida perché sapeva farlo meglio di chiunque altra. E perché conosceva i gusti del pubblico dell’epoca.

Ha sofferto, certo. Ha avuto matrimoni difficili, è risaputo. Sappiamo anche che ha perso dei figli, come è accaduto a Frida, e che probabilmente quel personaggio che ha creato è stato la sua rovina. Ma anche in questo caso è più comodo guardare la fragilità, piuttosto che riconoscere che Marilyn Monroe è stata una delle prime donne a capire, nell’industria dell’intrattenimento, che l’immagine è potere. E che si può essere desiderate senza perdere la dignità. Come Frida – se si fossero conosciute potrebbero aver costruito una bella amicizia – ha capito il potere dell’arte.
Oltre il dolore, l’arte. Anche oggi
«Quando usciremo da questa mostra – ha avvertito Tanino Bonifacio, anche lui curatore – porteremo con noi l’eredità di Frida Kahlo e Marilyn Monroe: l’idea che l’arte, per tutti noi e senza esclusioni, possa essere una cura per l’anima».
Il punto di forza di questa mostra è quello di collocare le loro battaglie una vicina all’altra, per dimostrare che, anche se in contesti e luoghi differenti, entrambe sono state capaci di usare la propria immagine come manifesto. Ed è vero, hanno pagato un prezzo altissimo nel tentativo di convivere con un mondo che voleva definirle prima che potessero definirsi da sole.

Ma invece di raccontare la fine di entrambe con compassione, va osservata la vita, l’azione. Partecipare alla mostra significa cambiare prospettiva e magari smettere di chiamarle “poverine” e forse nemmeno icone (un termine che rimanda a delle immagini statiche, mentre loro di immobile non hanno proprio niente), ma utilizzare finalmente l’aggettivo che più le rappresenta: rivoluzionarie.
Nel periodo estivo, da giugno a settembre, la mostra sarà visitabile tutti i giorni presso il Palazzo dei Priori in Piazza del Popolo dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 20. Biglietto unico 10 euro che comprende tutto il circuito museale.

Per maggiori informazioni: https://www.fermomusei.it/frida-kahlo-e-marilyn-monroe-vite-parallele-fermo/ Tel. 0734 217140
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Silvia Cotechini
Classe 1994, è una giornalista di Fermo. Si è avvicinata alla professione nel 2018 e nel 2023 è diventata giornalista pubblicista. Attualmente scrive per quotidiani locali online e cura la rubrica "C'era un ragazzo" del Corriere Adriatico. Lavora anche come addetta stampa per associazioni che operano nella cultura, nel turismo e nel terzo settore. Da gennaio 2025 è caporedattrice di una web TV interamente dedicata al mondo della disabilità.







