Penelope, Circe e Calipso: il potere femminile nell’Odissea di Nolan

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L’interpretazione del regista narratore ci racconta le figure che siamo abituate a conoscere fuori dalle gabbie degli stereotipi, ma rispetto all’opera originale ne avranno guadagnato o ne avranno perso?


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«Sono seduta su questo trono vacante da vent’anni, eppure le mie conoscenze e la mia esperienza valgono meno della peluria sul tuo volto.» (Penelope a Telemaco – Odissea 2026)

Questo articolo non è una recensione cinematografica. Mi limiterò a dire che il film di Nolan, per me che ho trascorso l’adolescenza, come tanti altri, a tradurre e studiare l’Odissea, è stato godibilissimo, un’interpretazione del mito bella e valida, il viaggio di un uomo massacrato dal rimorso, insomma un riscatto del Cinema dopo lo scempio di Troy di qualche anno fa. Quello che invece vorrei raccontare sono le Donne (dee e mortali) che ci hanno mostrato sullo schermo.

(Attenzione: l’analisi contiene spoiler sul film. Se invece non sapete la storia dell’Odissea e avete più di 10 anni, non è un problema mio nda)

Nell’ascoltare le parole rivolte da Penelope a Telemaco, ci rendiamo conto che l’Odissea di Christopher Nolan non vuole limitarsi a trasferire sul grande schermo il poema di Omero. Vuole rileggerlo con gli occhi del presente, interrogandosi anche sul ruolo delle donne, sulla loro esclusione dal potere e sul prezzo che continuano a pagare per le guerre, le ambizioni e le decisioni degli uomini.

Il risultato, tuttavia, è più complesso di quanto possa sembrare. Secondo alcune letture critiche, Nolan avrebbe ridimensionato figure che nel poema possedevano già intelligenza, ambiguità e capacità di azione. Secondo altre, invece, le avrebbe liberate dagli stereotipi con cui il cinema e l’immaginario popolare ce le hanno tramandate: la moglie fedele, la seduttrice, la strega, la donna per la quale sarebbe scoppiata una guerra.

Per me sono vere entrambe le cose. Nolan rende queste donne più moderne e immediatamente riconoscibili, ma non sempre concede loro la stessa profondità riservata agli uomini. Le colloca al centro della costruzione dell’eroe, pur lasciando quasi sempre a Ulisse il centro della narrazione.

Penelope e il potere esercitato senza essere riconosciuto

Penelope è il personaggio in cui la rilettura contemporanea appare più evidente. Non è soltanto la moglie che attende pazientemente il ritorno del marito, ma la donna che per vent’anni ha mantenuto in piedi una casa, una famiglia e un regno assediato dai Proci.

Quando Telemaco parla del trono paterno come di un trono vuoto, Penelope gli ricorda di essere rimasta lì per tutto quel tempo, ad amministrare Itaca senza che nessuno le riconoscesse pienamente il diritto di governarla. La scena mette a fuoco un meccanismo ancora attuale: le donne possono assumersi responsabilità e garantire la continuità delle istituzioni, ma il potere formale continua spesso a passare da un uomo a un altro.

Penelope governa, ma non può essere riconosciuta come sovrana. La sua autorità è ammessa soltanto in funzione dell’assenza del marito e in attesa che un altro uomo, il figlio, sia pronto a prenderne il posto.

Nolan migliora quindi la rappresentazione più convenzionale di Penelope, restituendole rabbia, consapevolezza politica e una voce capace di nominare l’ingiustizia.

Il confronto con Omero, però, rende il giudizio meno semplice. Nel poema Penelope non è affatto una figura passiva: tesse e disfa la tela, inganna i Proci, protegge il regno e sottopone Ulisse alla prova del letto costruito intorno all’ulivo, costringendolo a dimostrare la propria identità. La sua intelligenza è simile a quella del marito, ma si manifesta attraverso le azioni più che attraverso le dichiarazioni.

Nolan le offre parole esplicitamente femministe, ma riduce alcuni dei gesti attraverso i quali la Penelope omerica esercitava concretamente il proprio potere. La rende più contemporanea, dunque, ma non necessariamente più complessa.

Circe, la donna che conosce la natura degli uomini

Circe rappresenta una delle immagini più antiche della paura maschile: una donna che vive senza uomini, governa autonomamente il proprio spazio e possiede conoscenze che sfuggono al loro controllo.

Nella versione di Nolan non è costruita come una giovane seduttrice, né il suo potere viene spiegato attraverso l’attrazione erotica. È una donna matura, inquietante, segnata dalla violenza e consapevole di ciò che un gruppo di uomini armati può fare quando approda in un territorio che considera disponibile.

La trasformazione dei compagni di Ulisse in animali assume così un significato nuovo. Circe non crea la loro brutalità, ma la porta in superficie: restituisce loro esteriormente ciò che la guerra li ha fatti diventare interiormente. La sua magia può essere letta come una forma di difesa preventiva, nata dalla conoscenza della violenza maschile e non da una femminilità capricciosa o malvagia.

Da questo punto di vista, Nolan rende Circe migliore rispetto a molte rappresentazioni precedenti, perché la libera dalla funzione di tentatrice e le attribuisce una motivazione politica e psicologica.

Il limite emerge quando arriva Ulisse. La storia di Circe torna rapidamente a essere una tappa nel percorso dell’eroe e il film non esplora fino in fondo il suo passato, la sua solitudine e il suo rapporto con il potere.

Circe è più umana e meno stereotipata, ma continua a esistere soprattutto in relazione all’uomo che attraversa la sua isola.

Calipso: desiderio, solitudine e possesso

Anche Calipso viene sottratta alla rappresentazione tradizionale della donna sensuale incaricata di distogliere l’eroe dalla propria missione. Nolan ne riduce la sessualizzazione e la presenta come una figura di potere, desiderio e solitudine.

Calipso può offrire a Ulisse protezione, immortalità e una vita fuori dal tempo, ma non gli concede la libertà di scegliere. Rimane però evidente il doppio standard che attraversa l’intera vicenda. Il desiderio di Calipso viene rappresentato come pericoloso ed eccessivo, mentre le relazioni e le infedeltà di Ulisse vengono assorbite dentro la normalità del viaggio maschile. Penelope deve dimostrare una fedeltà assoluta; Ulisse può attraversare altri corpi e altre vite e continuare a essere riconosciuto come marito, padre e re.

Anche in questo caso Nolan migliora il personaggio rispetto allo stereotipo cinematografico della tentatrice, ma non le concede uno spazio narrativo sufficiente per diventare davvero protagonista della propria storia.

Atena e il privilegio di essere una dea

Atena è intelligenza e autorità. Protegge Ulisse, orienta Telemaco e interviene nelle vicende degli esseri umani con una libertà che nessuna donna mortale potrebbe possedere.

Il suo potere, tuttavia, non sovverte realmente l’ordine patriarcale. Atena può essere più intelligente e autorevole degli uomini perché è una dea: non deve rivendicare un trono, essere una buona moglie, dimostrare la propria fedeltà o giustificare il desiderio di comandare.

La sua autonomia esiste fuori dalle condizioni imposte alle altre donne. È una figura potente, ma la sua funzione rimane soprattutto quella di accompagnare la crescita e la trasformazione degli uomini.

Resta però determinante nella costruzione di una nuova idea di mascolinità: meno fondata sulla forza e sulla gloria guerriera, più attraversata dal trauma, dal dubbio e dalla vulnerabilità.

Atena, quindi, non è soltanto al servizio dell’eroe. È anche una delle forze che lo costringono a diventare qualcosa di diverso dal guerriero che è partito per Troia.

Elena e Clitennestra, due sorelle nella stessa trappola

La scelta di affidare a Lupita Nyong’o sia Elena sia Clitennestra crea uno dei collegamenti simbolici più interessanti del film, al di là di quello pratico di essere effettivamente sorelle gemelle. Nolan ha confermato il doppio ruolo, sottolineando la volontà di rendere più complesso soprattutto il ritorno di Elena accanto a Menelao.

Elena è la donna sulla quale gli uomini hanno depositato la responsabilità di una guerra decisa e combattuta da loro. Per secoli abbiamo continuato a ripetere che la guerra di Troia sia scoppiata “per una donna”, come se migliaia di uomini non avessero trasformato il suo corpo in un territorio da conquistare e il suo nome in una giustificazione della violenza.

La cicatrice sul suo volto suggerisce una storia di sofferenza e sposta lo sguardo dalla presunta colpa di Elena alla violenza esercitata su di lei. Nolan la sottrae così all’immagine della donna bellissima e incostante che avrebbe provocato la rovina di due popoli.

Clitennestra si trova dall’altra parte della stessa struttura patriarcale. Non attende docilmente il ritorno di Agamennone, perché Agamennone ha sacrificato la loro figlia Ifigenia per permettere alla flotta di partire. La sua vendetta resta terribile, ma non è più priva di un’origine: nasce dal dolore di una madre e da un crimine compiuto da un uomo in nome della guerra.

Il patriarcato condanna entrambe. Elena viene punita perché è stata desiderata; Clitennestra perché ha reagito. Una è accusata di aver causato la guerra, l’altra di non aver riaccolto il guerriero. Il doppio ruolo di Nyong’o rende visibile una trappola ancora contemporanea: una donna può essere giudicata tanto per la violenza che subisce quanto per il modo in cui tenta di opporvisi.

Melanto e le donne che non hanno il privilegio di essere regine

Melanto introduce nel racconto un elemento che la nostra lettura non può trascurare: non tutte le donne occupano la stessa posizione.

Penelope è esclusa dal potere in quanto donna, ma rimane una regina. Melanto appartiene invece alla servitù ed è sottoposta contemporaneamente al dominio degli uomini e a quello della famiglia reale. Le sue possibilità di scelta sono molto più limitate di quelle di Penelope, ma il film non approfondisce davvero le condizioni materiali della sua vita.

Nolan elimina l’esecuzione collettiva delle dodici schiave che, nel poema, vengono impiccate da Telemaco perché accusate di aver avuto rapporti con i Proci. Il regista ha spiegato di aver considerato quel finale troppo cupo e misogino e ha scelto di modificarlo.

È un cambiamento importante, che evita di trasformare l’uccisione delle donne in una semplice appendice della riconquista maschile del potere. Tuttavia, Melanto viene ugualmente condannata quando Penelope la spinge verso la carneficina.

La scena mostra quanto la solidarietà tra donne possa spezzarsi lungo le linee della classe sociale. Penelope è vittima di un sistema patriarcale, ma possiede anche il potere di sacrificarne una vittima più vulnerabile. È forse il momento più ambiguo del suo personaggio, perché impedisce di trasformarla in un’eroina femminista senza contraddizioni.

Donne migliori o donne meno complesse?

Dire che Nolan abbia semplicemente impoverito i personaggi femminili sarebbe ingiusto. Penelope non è più soltanto la moglie fedele; Circe e Calipso non vengono ridotte a corpi seducenti; Elena non porta da sola la colpa della guerra; Clitennestra riceve una storia e un dolore; Atena contribuisce alla costruzione di una mascolinità meno monolitica. Anche la decisione di eliminare l’impiccagione delle schiave dimostra la volontà di confrontarsi con la violenza misogina presente nel testo antico.

Nolan rende dunque queste donne migliori rispetto agli stereotipi con cui siamo abituati a ricordarle.

Il problema nasce quando il confronto non viene fatto con l’immaginario popolare, ma con il poema. Le donne di Omero erano già intelligenti, ambigue, pericolose e capaci di modificare il destino degli uomini. Emily Wilson, autrice della prima traduzione inglese dell’Odissea pubblicata da una donna, ha criticato il film proprio perché considera i suoi personaggi meno ricchi rispetto a quelli omerici.

Nolan rende esplicito ciò che Omero affidava spesso all’ambiguità. Aggiunge parole contemporanee, ma riduce alcuni gesti; attenua la sessualizzazione, ma restringe lo spazio narrativo; riconosce il dolore delle donne, ma continua a utilizzarlo per raccontare la trasformazione di un uomo.

Le donne dell’Odissea governano mentre gli uomini combattono, custodiscono la memoria mentre gli uomini inseguono la gloria e raccolgono le conseguenze della guerra quando i guerrieri tornano a casa pretendendo di ritrovare tutto al proprio posto. Sono fondamentali, spesso più moderne e certamente più visibili. Tuttavia, raramente possiedono una storia che non serva anche a spiegare chi sia diventato Ulisse.

Forse la vera Odissea femminile rimane proprio quella che il film lascia intravedere senza raccontarla fino in fondo: il viaggio immobile di chi non parte, non viene celebrata e, nonostante questo, deve impedire al mondo di crollare.


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Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.

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