La scorciatoia del sessismo
Quando una donna raggiunge il potere, troppo spesso il confronto politico lascia spazio agli stereotipi. È accaduto ancora una volta a Giorgia Meloni: il bersaglio non sono le idee ma il suo essere donna. Tra tanti esempi negativi, c’è chi invece sceglie di fare spazio alle nuove generazioni femminili
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Quando una donna è una delle poche fortunate che riescono a fare strada e a raggiungere reali posizioni di vertice, la si butta in sessismo per screditarla.
Donne portatrici sane di stereotipi sessisti
Lo schema è sempre lo stesso, anziché affrontarla negli atti e nel contenuto della sua carica, si attacca sul personale e, ancor più efficace, sul suo essere donna e in quanto tale portatrice sana di una serie infinita di stereotipi a sfondo sessuale.
Dal più abusato e diffuso secondo cui per raggiungere quel livello deve essersi prestata alle esigenze sessuali di qualcuno più in alto di lei al ciclo mestruale utilizzato per spiegare eventuali reazioni scomposte che in un uomo sono simbolo di autorevolezza e in una donna chiaro segno di isteria, fino alle continue sottolineature sull’aspetto fisico, sull’abbigliamento, comprese scarpe e naturalmente su messe in piega e acconciature.
Per non parlare poi delle necessarie prove di competenza che una donna è tenuta a dare e un uomo no. Perché si dà per scontato che una donna che arriva, ha di certo utilizzato una scorciatoia.
Giorgia Meloni e le ginocchiere di Francesco Silvestri
A tutto questo non è immune neanche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, vittima ieri di un inaccettabile intervento sessista da parte del deputato M5S Francesco Silvestri che potete rivedere nel suo Instagram.
A Montecitorio, Meloni riferisce su Europa, Ucraina, Israele e il caro energia. Dalle opposizioni la incalzano. Prende la parola Francesco Silvestri: «Dopo il referendum si è detto che la linea del governo era di raddrizzare la schiena, rialzarsi da una posizione supina che aveva avuto nei confronti di Netanyahu e di Trump, lei non ha rialzato la schiena, ha semplicemente indossato delle ginocchiere per stare più comoda. Noi abbiamo bisogno di un leader in una condizione sociale completamente diversa e spero che tra qualche mese arriverà».
Meloni si appunta con precisione sul taccuino. Al momento della replica, tiene per ultima la risposta ai 5 Stelle. Prima si rivolge a Laura Boldrini, ex presidente della Camera: «Lei si è indignata perché il collega si rivolgeva alla sottoscritta dicendo signor presidente. Mi chiedo se questo sia davvero il punto del rispetto delle donne. O sia piuttosto quello di ascoltare un collega che mi dice che ho indossato delle ginocchiere.
Collega Silvestri, quello che voi non riuscite ad accettare è che c’è una donna che è arrivata dove è arrivata senza mai indossare delle ginocchiere, senza favoritismi e senza scorciatoie». Poi con un tono di voce alto e giustamente indignato: «Vi dà fastidio che la prima donna presidente del Consiglio sia arrivata dalla destra perché voi non siete stati capaci di proporla?».
Le allusioni sessiste sono tristemente normalizzate tanto che la vicepresidente della Camera Anna Ascani (Pd) che guidava i lavori dell’Aula al momento dell’intervento di Silvestri si è scusata: «Se avessi colto in quelle parole il senso che poi è stato descritto sarei intervenuta. Non l’ho colto e mi scuso».
A confermarlo anche le scuse non scuse di Silvestri che sembra non riuscire a capacitarsi di quello che ha detto e continua, nonostante tutto, a considerarlo normale. Tanto che viene da immaginarlo allargare le braccia al suono di “Eh ma non si può dire più niente”.
Cortigiane e gigolò
Non è la prima volta che Giorgia Meloni viene attaccata in questo modo. Basta tornare indietro di qualche mese nelle cronache per ritrovare Maurizio Landini, segretario della Cgil che la definiva “cortigiana di Trump”, termine inequivocabile e profondamente offensivo che al maschile non ha equivalente o quantomeno non ha un equivalente così poco dignitoso e tanto screditante.
Vogliamo usare puttano? È quasi simpatico. Gigolò è talmente intriso dalla memoria di un ultra affascinante Richard Gere nel film “American Gigolò” che suona come un complimento.
Idem per la giornalista Lilli Gruber alla quale il generale Roberto Vannacci, durante l’intervista andata inonda nei giorni scorsi che tanto ha fatto discutere, si è sentita dire «A lei piacciono i clandestini» con una velata, ma non più di tanto allusione anche qui sessuale.

Semplici esempi per sottolineare come il sessismo sia diffuso e assolutamente trasversale. La stessa Laura Boldrini, citata da Giorgia Meloni, in passato ne ha fatte le spese. E poche settimane fa il presidente del Senato Ignazio La Russa, dovendosi allontanare da un evento, ha salutato dicendo che si sarebbe fatto riferire da Mariastella Gelmini e Mara Carfagna: «Faremo una seduta apposta a tre che non è male con la Gelmini e con la Carfagna».
Intanto fanno bene tutte quelle donne e tutti quegli uomini che portano alla luce queste “battute” che sono tutt’altro che battute.
Quello che emerge è una società intrisa di misoginia, sessismo e machismo per non dire patriarcato che ormai viene inteso come una parolaccia. Una questione in cui non conta l’ideologia, purtroppo non è essere di destra o di sinistra a preservare dal rischio di usare stereotipi e frasi sessiste. Può aiutare un sistema valoriale e una sensibilità maturata con consapevolezza. Consapevolezza che va alimentata ad ogni occasione.
Una donna in Consiglio, senza quote di genere
In tutto questo a Macerata, il neo rieletto e storico consigliere comunale del Movimento 5 Stelle Roberto Cherubini, lascia lo scranno sul quale sedeva da anni per l’ingresso di Alice Verdicchio. Così motiva la sua scelta: «Lo faccio per cedere il posto ad Alice Verdicchio, 30 anni, insegnante di storia dell’arte, donna capace e appassionata, che rappresenta esattamente ciò di cui la politica italiana ha bisogno: una visione giovane, fresca e autentica del presente e del futuro.
Troppo spesso la politica parla di giovani senza mai davvero lasciargli spazio. I consessi istituzionali del nostro Paese restano dominati da chi, per età e per esperienza generazionale, fatica a immaginare il mondo attuale e quello che verrà. Io ho scelto di fare un passo indietro concreto, non solo a parole».

Una scelta libera, non determinata da quote di genere che ancora oggi continuano ad essere purtroppo uno strumento necessario per avere una rappresentanza femminile. Una buona notizia che purtroppo fa notizia perché è una eccezione in un contesto politico che premia i personalismi e la competizione senza regole e senza etica, in cui le donne, vittime degli attacchi più beceri e violenti nei toni e nei termini, non possono che trovarsi a disagio. Non è questione di debolezza, anzi è questione di buon senso di fronte a un accanimento che non trova alcuna spiegabile motivazione se non in una visione tossica e malata dei generi.
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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







