Lucia Chiatti ha portato sul red carpet dello Sferisterio abiti vintage di una collezione privata
Lucia Chiatti ha portato sul red carpet dello Sferisterio abiti vintage di una collezione privata

Tra opera, economia e leadership, Lucia Chiatti: «Ogni traguardo me lo sono guadagnato»

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Dalla passione per il pianoforte agli studi di Economia, fino alla guida del Macerata Opera Festival, la sovrintendente racconta il suo percorso umano e professionale e il valore del merito


Tempo di lettura stimato: 11 minuti


Il binomio economia e cultura fa ancora oggi fatica ad essere riconosciuto a pieno nella sua enorme potenzialità. Lucia Chiatti, sovrintendente dell’associazione Sferisterio di Macerata, ne aveva colto l’importanza già negli anni dell’università quando in lei si è fatto strada il connubio tra la grande passione per la musica e la scelta degli studi economici. Questo l’ha portata oggi ad essere tra le poche donne ai vertici di istituzioni culturali riconosciute a livello nazionale.

Il pianoforte, un “fidanzatino”

Lucia Chiatti, come è nata la sua passione per la cultura? 

«Tutto nasce quando a sei anni ho iniziato a suonare pianoforte, imitando i miei fratelli già vicini alla musica. Mi sono appassionata profondamente a questo strumento. Il pianoforte è stato per anni il mio grande amore, lo chiamavo il “fidanzatino”, preferivo suonare piuttosto che fare altri giochi, mi inventavo musiche inesistenti. Con i miei fratelli facevamo brani a più mani a più strumenti, brani d’ensemble. Era un tempo che ci consentiva di creare un rapporto molto intimo e ci riempiva i pomeriggi». 

Una scelta difficile

Dal pianoforte è poi passata al canto lirico…

«Questo passaggio invece è stato molto meno sentimentale, non è stato dettato dalla passione ma da una valutazione molto più razionale e ragionevole. Al primo anno di università, avrei dovuto prepararmi per l’ottavo anno di Conservatorio di Pesaro.

Al Conservatorio mi piacevano moltissimo anche le materie propedeutiche come musica d’insieme o armonia che è una materia che mi fa impazzire, ma anche storia della musica quando c’erano insegnanti che ci stimolavano molto e ci facevano capire perché suonavamo certi brani.

Lucia Chiatti e i rappresentanti delle istituzioni alla prima della stagione lirica
Lucia Chiattie i rappresentanti delle istituzioni alla prima della stagione lirica

Mi ero iscritta intanto a Economia e Commercio all’Università di Ancona. Se avessi continuato con il pianoforte avrei dovuto studiare cinque ore di piano la mattina e perdere le lezioni di Economia.

Ho provato ma il ritmo era forsennato: studiare fino a tardi la notte, andare almeno due volte a settimana a Pesaro e neanche i fine settimana erano liberi perché ero impegnata con lo studio.

Io venivo da un istituto magistrale ma Economia era una facoltà che mi piaceva e, nonostante non avessi tanto tempo di dedicarmi allo studio delle materie universitarie, vedevo che erano nelle mie corde.

Col maestro di allora, Bruno Bizzarri, abbiamo fatto una valutazione lucida per capire quanto avessi anche delle possibilità professionali come musicista. La mia tecnica era debole, non era stata affinata negli anni o forse non avevo proprio talenti fisici. In conservatorio ho trovato tante persone molto dotate che studiavano poco e ho capito davvero il calore del talento. Io ero brava ma non eccellente».

È stata la scelta giusta secondo lei?

«Interrompere il pianoforte per me è stato traumatico, ero molto provata, ho vissuto una sorta di lutto, è stato un cambiamento che ho dovuto metabolizzare. Ero ancora in questa fase quando mi hanno proposto di studiare canto che mi avrebbe richiesto un impegno molto più compatibile con l’università. All’inizio non volevo metterci mano, poi sono ricaduta in tentazione e mi sono ritrovata tutto il percorso di pianoforte che avevo fatto.

Con il canto ho scoperto altre materie che mi hanno fatto conoscere un mondo affascinante come letteratura poetica e drammatica ad esempio. L’arte scenica, poi, mi è stata molto utile per superare la mia timidezza e fare gli esercizi era un modo per superare la paura dei riflettori».

Diventare personaggio per affrontare la timidezza

Davvero era timida?

«Sì, molto timida e quella palestra è stata tosta ma molto utile. Oggi mi ritrovo molto quel lavoro anche se avevo scoperto che la chiave per vincere la timidezza era pensare che fosse un gioco incarnare quel personaggio. In realtà sul palco non ero Lucia ma ero tutti i personaggi che interpretavo.

Appena nominata direttrice generale alla Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, mi ha ripreso la paura perché non potevo più fingere di essere qualcun altro. Ero io con tutto il mio carico di responsabilità.

Allora il presidente della Fondazione mi disse “tu non devi parlare al pubblico come Lucia, non sei in mostra ma rappresenti l’istituzione, non pensare a te ma all’istituzione”. Fu una chiave di approccio che mi aiutò molto e che uso ancora oggi».

Il mondo del teatro La Scala

La vera svolta fu per lei forse il momento della tesi in cui i suoi due mondi, economia e musica, trovarono il modo di convivere, non solo come impegni complementari.

«Al momento di scegliere il tema della mia tesi , il mio professore mi suggerì di seguire la passione che da me trapelava, di lasciar stare il settore calzaturiero che pure aveva un suo fascino. Mi suggerì di lavorare sul teatro La Scala di Milano.

Mi sentivo davvero piccola per affrontare la Scala, non avevo contatti e non sapevo come muovermi. In quegli anni era in atto la trasformazioni, nel campo dello spettacolo, di enti pubblici in fondazioni di diritti privato con un approccio più aziendale. Un taglio nuovo che dava importanza ai privati.

Lucia Chiatti
Uno degli abiti vintage indossati allo Sferisterio

Si trattava di realtà che avevano sofferto per la politicizzazione e gestione non aziendale e ancora forse lavoriamo per recuperare i danni. Questo fatto mi ha molto affascinato. Quindi sono andata a Milano per cercare letteratura nel settore, ho ordinato i miei primi libri. Ho anche la fortuna di prendere parte a un master, ancora in fase embrionale, in Bocconi su queste tematiche.

Mi si è aperto un mondo: mi sembrava di nutrirmi senza mai saziarmi di una materia che mi affascinava.  Continuavo a sentirmi piccola ma prendevo più possibile. Sono riuscita a completare la tesi dal titolo “La gestione economico-finanziaria delle fondazioni lirico-sinfoniche. Il caso del Teatro alla Scala” ma ho capito che quello era un mondo difficile da raggiungere per il futuro».

Sentirsi piccole e fare cose grandi

Da cosa viene secondo lei questo modo di porsi, di sentirsi piccola come dice lei?

«Dico con orgoglio che vengo da una famiglia modesta senza agganci e protettori ma credo nella meritocrazia. Ogni cosa in cui sono riuscita è perché l’ho guadagnata. Io mi impegno sempre al massimo. Intanto conosco cose che mi piacciono poi spero che mi sia riconosciuto l’impegno ch eho investito. È l’approccio che cerco di avere e che viene dalla mia storia.

Per vincere la timidezza, mi fermavo spesso in conservatorio Conservatorio “G. Rossini” di Pesaro, dove mi sono diplomata in Canto Lirico nel 2004 e mi fermavo ad ascoltare il M° Robleto Merolla. Ci ha trasmesso la passione. 

Poi cantai in quattro o cinque operette».

Il caso le ha fatto trovare un’operetta, La vedova allegra, scelta da Paolo Gavazzeni, anche al suo arrivo al Macerata Opera Festival…

«L’ ho trovata un piacevole benvenuto visto che era il primo titolo della mia prima stagione».

La soddisfazione di tante sfide vinte

Sta iniziando il terzo fine settimana del Macerata Opera Festival 2026, qual è il suo primo bilancio fin qui?

«Sono molto soddisfatta. Credo di aver vinto diverse sfide. La prima è l’allestimento di Nabucco. Abbiamo avuto un iter articolato, un percorso con avvicendamenti non previsti che hanno portato molte soddisfazioni. Io credo tanto nelle scene di Benito Leonori e il suo ritorno è stata una bella rivincita. Aveva studiato quello spazio da tempo e il pubblico sta apprezzando.

La seconda sfida vinta è data dalle tante scommesse di natura artistica che abbiamo fatto su giovani che hanno debuttato e stanno facendo sempre meglio. Qui il merito va al direttore artistico Marco Vinco. È bello pensare che abbiamo offerto tante chance.

Lucia Chiatti

infine credo che ci sia più serenità anche nel reparto tecnico, dove riscontro meno problematicismo e più voglia di costruire. Dopo percorsi difficili, delicati e sofferenti, nel corso dei quali ho dovuto fare scelte che non volevo, ho capito che quando l’obiettivo non ha secondi fini e sai che stai facendo il bene e il risultato arriva. Sono abbastanza critica ma questa volta mi sento davvero soddisfatta».

Le donne nel mondo dell’opera

Quanto spazio hanno oggi le donne nel mondo dell’opera, non solo sul palcoscenico ma anche nei ruoli decisionali? 

«Nel campo tecnico c’è stata apertura, con l’ingresso anche di elettriciste e attrezziste. Nel campo istituzionale, apicale e gestionale vedo una certa apertura. In passato c’era chiusura come se in fondo la donna non fosse quella che potesse prendere la decisione finale, come se non potesse stare nei tavoli di potere ma dovesse concentrarsi nel lavoro duro e sporco. Ultimamente vedo più apertura e fiducia. Poi c’è chi apprezza di più e chi ancora ti vuole tenere distante».

Oggi si parla molto di leadership femminile. Esiste, secondo lei, un modo femminile di guidare un’istituzione culturale? 

«Non c’è una ricetta però credo che ascolto e capacità di immedesimazione facciano la differenza. È sbagliato porsi con la presunzione di avere le risposte. La risposta va costruita in un dialogo in cui gli altri cambiano ma forse cambi anche tu. Questo appartiene più alla donna che all’uomo poi però è nella persona che si trova la vera differenza».

Qual è il personaggio dell’opera che più ama?

«Amo molto Puccini, quindi direi Madama Butterfly e Mimì. Puccini ha una costruzione armonica che qualcuno definisce ruffiana ma tocca tantissimo le corde della mia sensibilità

Verdi è un grande ma è un compositore corale invece Puccini ha grande intimità e sensibilità per i particolari. Mi piacciono molto anche le caratterizzazioni orientali, molto moderne e antesignane di una musica che arriverà più tardi ma già efficaci». 

Alta moda vintage per iniziare la stagione dello Sferisterio

E a proposito di Economia, in questo caso di moda, e spettacolo a margine delle tre serate inaugurali del Macerata Opera Festival 2026, Lucia Chiatti ha fatto una scelta molto sofisticata.

Piuttosto che seguire “banalmente” la moda dle momento, ha accolto gli ospiti istituzionali indossando tre preziosi abiti d’Alta Moda vintage – due creazioni di Valentino e una di Giorgio Armani – provenienti dalla collezione privata della stilista e collezionista svizzera Fabiola Gianettoni.

Un progetto nato dalla comune passione per l’opera, che ha intrecciato la storia dell’Haute Couture con quella del melodramma, rendendo omaggio alla tradizione manifatturiera marchigiana e al saper fare artigianale che accomuna il mondo della moda e quello della produzione teatrale.

L’iniziativa, curata insieme all’architetto Alessandro Fumagalli, ha trasformato il red carpet dello Sferisterio in un simbolico incontro tra cultura, creatività e Made in Italy.


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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.

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