Teatro, Evelina Rosselli: «Alle donne non è concesso sbagliare»
L’attrice, autrice e regista racconta la sua carriera ma anche il paradosso del teatro, votato all’inclusività delle minoranze ma ancora severo con le donne che in passato non potevano neanche salire sul palco
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Per Evelina Rosselli il teatro è uno spazio in cui il mondo può essere capovolto. Un luogo fisico, prima ancora che artistico, nel quale i corpi tornano a incontrarsi mentre fuori cresce la tendenza all’isolamento.
Ma è anche un ambiente che, nonostante una forte vocazione all’inclusione, non è immune dalle disparità di genere. Anzi, per le donne la richiesta sembra essere ancora quella di una performance migliore: essere più preparate, più rigorose, più difficilmente attaccabili, perché un errore può pesare molto più di quanto peserebbe a un uomo.
Fare teatro in maniera critica
Attrice, autrice e regista romana di 34 anni, Rosselli lavora stabilmente con Caterina Rossi in un percorso che si allontana dalle forme più tradizionali del teatro per sperimentare con maschere, marionette e linguaggi meno consueti. A San Ginesio, nell’ambito del Ginesio Fest, le due artiste presentano con Baraonda l’anteprima di un nuovo lavoro dedicato al potere, liberamente ispirato all’Ubu Cornuto di Alfred Jarry.
Come è avvenuto il suo incontro con il teatro?
«Come tantissime persone mi sono imbattuta quasi inconsapevolmente nel teatro attraverso il laboratorio del liceo. Però non ho avuto immediatamente il desiderio di tentare quella strada. Prima mi sono laureata in Filosofia, mentre Caterina, la mia collega inscindibile, si è laureata in Lettere. Credo che questi studi siano stati fondamentali perché ci hanno permesso di avvicinarci al teatro in maniera più critica, senza entrare a 18 anni direttamente nel calderone di questo mondo.

Poi ho fatto i provini per le accademie e sono entrata alla Silvio d’Amico a Roma. Ma già mentre studiavo Filosofia avevo incontrato Fabiana Iacozzilli, all’Accademia della Cometa, ed è stato attraverso di lei che ho cominciato a conoscere il teatro propriamente detto. In seguito me la sono ritrovata come regista, lavorando con lei da interprete, ed è stato molto bello. Anche grazie a quell’incontro ho capito che questa sarebbe stata la strada che mi avrebbe resa più felice».
Ci sono stati altri incontri particolarmente importanti nella sua formazione?
«Sicuramente quello con Fabiana Iacozzilli e poi con Claudia Castellucci, della Societas Raffaello Sanzio di Cesena. Ma un polo fondamentale per me è Caterina e il lavoro che abbiamo costruito insieme».
Il vostro è un teatro piuttosto particolare, lontano dalle forme più tradizionali. Come avete costruito questo linguaggio?
«Io e Caterina siamo entrambe diplomate in recitazione, ma già durante l’accademia abbiamo scelto di orientarci verso un lavoro autoriale e verso mezzi un po’ meno consueti, come le marionette e le maschere. Ci siamo progressivamente allontanate dal classico e dalla tradizione. È un lavoro fuori dalla consuetudine, un po’ diverso, ed è proprio il terreno sul quale vogliamo continuare a muoverci».
Capovolgere il mondo sulla scena
Che cosa le dà il teatro che non trova altrove?
«Il mondo in cui viviamo è sempre più violento e angoscioso. Il teatro ci offre la possibilità di avere una visione alternativa, di capovolgere il mondo e, per un momento, di crearne un altro. Non viviamo bene dentro questa dinamica turbo-capitalista. Anche il teatro naturalmente rientra in un’industria, ma ne occupa una posizione più marginale e il suo spazio consente, anche solo per un’ora, di aprire una finestra diversa sul mondo.
E poi il teatro richiede la presenza dei corpi, mentre oggi quella presenza si sta progressivamente scomponendo attraverso i dispositivi. Viviamo in una società che tende sempre di più a isolarci e il teatro, banalmente, continua a essere uno spazio di aggregazione umana. Per come sta andando il mondo, ritrovarsi fisicamente insieme può sembrare quasi un gesto rivoluzionario».
Teatro ed equità: il paradosso
Il teatro mostra una sua vocazione all’apertura. C’è parità tra uomini e donne?
«È un paradosso. Da un lato nel teatro troviamo un’accoglienza e un’inclusività verso le minoranze che, da un punto di vista etico, sono probabilmente maggiori rispetto a molti altri settori. Eppure sentiamo che, più sottilmente, continua a esserci una maggiore difficoltà per le donne.
Se sei una donna non puoi sbagliare, perché uno sbaglio costa molto di più. Devi essere più prestante, più preparata, perché parti già da una condizione di maggiore difficoltà. C’è un’attenzione diversa nei confronti dell’errore e una diversa percezione dello sbaglio. E forse è qualcosa che abbiamo anche introiettato».
È una pressione che riconosce anche nel vostro modo di lavorare?
«Sì. È significativo, per esempio, che ci siano ancora molte meno registe rispetto ai registi. Non credo che dipenda da un dato oggettivo legato alle capacità, ma da una selezione che nel tempo diventa molto più dura. E non so quanto noi stesse finiamo per introiettare questa necessità.
Io, Caterina e Carolina Piccioni, che costituiamo la base di Uror e poi cerchiamo altre figure con cui collaborare a seconda dei progetti, abbiamo sviluppato un rigore molto forte. Mi domando quanto questo rigore sia stato influenzato inconsciamente dalla condizione di svantaggio dalla quale partiamo. Senza alcun vittimismo: semplicemente, osservando la situazione nel modo più asettico possibile, qualche volta mi chiedo se avremmo sentito la necessità di essere così impeccabili se fossimo state di un altro genere».
Le maschere per raccontare la realtà
Voi sarete protagoniste al Ginesio Fest di Baraonda, come è nato il vostro rapporto con il festival?
«Se questo nuovo lavoro è nato è perché Leonardo Lidi ha creduto in noi. Eravamo già state al festival lo scorso anno con un altro lavoro, che Leonardo ha visto. L’incontro tra i nostri sguardi ci ha fatto venire voglia di incrociarli nuovamente.
Viviamo un momento storico talmente accelerato che gli argomenti sembrano sfuggirci continuamente dalle mani: accade qualcosa e immediatamente ne arriva un’altra. Diventa difficile perfino riuscire a fermarsi e lavorarci artisticamente. Leonardo questa volta ci ha chiesto qualcosa di molto diverso rispetto allo scorso anno e abbiamo deciso di concentrarci sul potere».
E per raccontarlo avete scelto ancora una volta la trasformazione e le maschere.
«Sì. In epoca elisabettiana le donne non potevano recitare e salire sul palcoscenico, quindi erano gli uomini a interpretare anche i personaggi femminili. Questa volta siamo noi a trasformarci in uomini e diventiamo totalmente irriconoscibili.
Abbiamo scelto delle maschere in silicone che modificano completamente i nostri connotati. Interpretiamo il potere in una chiave surreale, attraverso figure anche inquietanti, e chi ci guarda non riesce più a riconoscerci come attrici. Non volevamo però inserire esplicitamente il femminile all’interno della critica al potere: le maschere, da questo punto di vista, ingannano molto bene».
Il riferimento è all’Ubu Cornuto di Alfred Jarry. Perché proprio Ubu?
«Il lavoro è ispirato all’Ubu Cornuto, secondo capitolo del ciclo iniziato con Ubu Roi. Ubu è una figura teatrale per eccellenza, incarna il grottesco del potere. Il punto è che quel grottesco, che poteva sembrare assurdo sulla scena, oggi è diventato realtà. Alcune figure contemporanee non sembrano poi così diverse da quelle immaginate dal teatro dell’Ottocento.
È come se la realtà avesse superato il teatro. Noi proviamo allora a mettere in dialogo questi due mondi, quello fantastico e quello contemporaneo. Non facciamo mai riferimento a una figura precisa: Ubu in qualche modo può incarnarle tutte. Nel nostro lavoro entra anche in competizione con un altro uomo, uno scienziato che rappresenta il mondo della tecnica. Tutto, però, avviene in una dimensione farsesca».
Quindi anche davanti a temi come il potere e la tecnologia resta centrale l’ironia?
«Assolutamente. È una delle possibilità più preziose che ci offre il teatro. L’ironia è una chiave che cerchiamo di non abbandonare mai, anche quando affrontiamo questioni molto serie. Ci permette di guardare la realtà da un’altra prospettiva e forse anche di mostrarne con maggiore evidenza le contraddizioni».
A San Ginesio Baraonda viene presentato in anteprima al Ginesio Fest. Il debutto arriverà poi a Roma, nell’ambito di Anni Luce, progetto dedicato alle giovani realtà emergenti della scena teatrale. Un percorso nel quale Rosselli, Filograno e Piccioni continuano a cercare forme non convenzionali per interrogare il presente. Con quel rigore che, nel loro caso, è diventato una cifra artistica, oltre ogni stereotipo.
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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.







