“Dentro la Manosfera”: quando la violenza diventa marketing
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“Manosfera”, “Incell”, “Redpillati”: partiamo dall’idea che per capire un’ideologia (o per provare a capirla), è importante conoscere il linguaggio che la anima e che la costruisce. Lo fa nel corso di tutto il documentario “Dentro la Manosfera” (che trovate su Netflix) il giornalista Louis Theroux, che con straordinaria pazienza si immerge in un mondo misogino fatto di linguaggio cinematografico, di slogan urlati, di macchine vistose e di relazioni ostentate.
Manosfera, Incell, Redpillati: il linguaggio delle community
Partiamo dalle basi: la “Manosfera” è un insieme di comunità online frequentate principalmente da uomini, in cui si discute (in maniera spesso brutale) di identità maschile, relazioni e ruolo degli uomini nella società, con posizioni che spaziano dalla crescita personale a visioni più critiche o radicali.

All’interno di questo contesto si colloca il termine “redpillati”, ispirato al film The Matrix, che indica chi ritiene di aver “scoperto la verità” sulle dinamiche tra uomini e donne, spesso interpretandole in chiave di potere o disillusione; infine, il termine incel (abbreviazione di “involuntary celibate”, celibe involontario) si riferisce a persone, per lo più uomini, che dichiarano di non riuscire ad avere relazioni affettive o sessuali pur desiderandole, e che in alcuni casi, nelle comunità online, sviluppano una visione fortemente negativa e ostile verso le donne e la società.
Quindi è facile capire chi frequenta questi mondi: uomini che odiano le donne, che sono contro l’emancipazione, che preferiscono nascondere i propri insuccessi personali sotto il tappeto del “E’ colpa del femminismo”. Ma il focus di Theroux è capire chi è a capo di questi momenti: e nel corso del documentario ci ritroviamo a seguire 5 influencer di questo mondo.
Sneako e gli altri
Nel documentario sfilano alcuni dei volti più riconoscibili di questo universo digitale: Harrison Sullivan, influencer che sembra vivere in una diretta perpetua dove provocare è più importante che pensare; Myron Gaines, podcaster che affronta le relazioni come un manuale aziendale, con regole rigide e zero spazio per l’imprevisto umano; Sneako, ribelle anti-sistema che però deve gran parte della sua visibilità proprio a quel sistema che critica con tanta passione; Justin Waller, imprenditore motivazionale capace di trasformare qualsiasi conversazione in una lezione non richiesta su successo e dominio personale ed Ed Matthews, che porta nella manosfera la stessa energia di un incontro sul ring, con il sottotesto costante che ogni opinione sia una sfida da vincere.
Ma cosa vendono davvero?
Dietro la superficie rumorosa dei loro contenuti si intravede un meccanismo piuttosto preciso: la provocazione non è mai fine a se stessa, ma funziona come esca. Più il messaggio è estremo, divisivo o scioccante, più attira attenzione, commenti, condivisioni e quindi visibilità; e quella visibilità si trasforma in denaro.

Molti di questi creator costruiscono infatti un vero e proprio funnel: i video virali servono a intercettare pubblico, spesso giovane e insicuro, che viene poi indirizzato verso podcast, community private, corsi a pagamento, coaching, eventi o abbonamenti. In altre parole, il contenuto gratuito è solo la porta d’ingresso, mentre il vero business sta nei prodotti e nei servizi venduti come “soluzioni” ai problemi che loro stessi contribuiscono a definire e amplificare.
È una dinamica quasi circolare: prima si crea disagio o senso di urgenza, poi si offre la chiave per uscirne, naturalmente a pagamento. I corsi sono i più disparati: dal trading alla palestra, da percorsi di crescita personale a strategie assurde e offensive per conquistare e sottomettere le donne. C’è infine chi, sul proprio canale telegram sponsorizza specifici profili Onlyfans da cui prende delle percentuali: in pratica, un pappone in digitale.
Ma cosa pensano davvero i creator?
Il vero plot twist del documentario arriva quando, dopo aver visto i creator sbraitare online, essere accolti per strada da folle di ragazzini e uomini adulti che cercano di emularli in tutto e per tutto, aver dichiarato urbi et orbi la propria superiorità di maschio alfa, li ritroviamo in privato a balbettare davanti alla campagna che pretende di avere un rapporto senza tradimenti, alla madre delle proprie tre figlie che alla domanda “siete sposati legalmente” risponde convintamente di sì, mentre il creator dice di no, e persino alla propria di madre che infuriata fa pulire il pavimento con uno straccio all’osannato Uomo Superiore, perché non sa tenere un appartamento come lei gli ha insegnato.
E le donne?
Ma allora sono le donne che cambieranno questi creator? In realtà, a parte alcune scene mostrate per sottolineare il disallineamento tra i propri contenuti e quello che in parte si vive, nel racconto costruito da Inside the Manosphere, le donne sembrano essere più un’ombra che una presenza: compaiono di riflesso, spesso raccontate dagli uomini piuttosto che ascoltate direttamente.
Eppure, proprio questa assenza pesa: sicuramente si sarebbe potuto approfondire molto di più il punto di vista femminile, ma invece si lascia in secondo piano l’impatto reale di queste ideologie sulle donne. Il risultato è quasi paradossale: si racconta un mondo che parla continuamente di donne, ma in cui le donne, alla fine, hanno pochissimo spazio per parlare davvero.
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Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.







