Dieci donne che hanno lasciato il segno (anzi undici)
Le donne sono scomparse per secoli dalla storia della letteratura, dalla musica, dall’arte. Per non parlare della politica che le ha escluse come elettrici e continua ad escluderle come parte attiva.
Parlare di donne del presente e del passato che hanno fatto grandi cose è un modo per veicolare il bisogno di equità che c’è. Abbiamo quindi pensato quindi di dedicare questo ultimo giorno del 2025 proprio a dieci donne (anzi undici) che hanno lasciato il segno, per ricordare quanto di importante è stato fatto e per prepararci a un 2026 in cammino verso il cambiamento e l’equità in pratica.
Alice ed Ellen Kessler, nello spettacolo oltre gli stereotipi
Alice ed Ellen Kessler, nate in Germania nel 1936 e cresciute artisticamente tra Europa e Italia, sono state molto più che gemelle “ornamentali” del varietà televisivo: ballerine, cantanti e attrici di straordinaria disciplina, hanno segnato la storia dello spettacolo italiano tra gli anni Sessanta e Settanta, diventando un’icona della Rai del sabato sera.

Dietro l’immagine patinata e perfettamente sincronizzata c’era però un lavoro durissimo, una gestione rigorosa della carriera e una lucida consapevolezza dei limiti imposti alle donne nello show business.
Le Kessler seppero muoversi in un ambiente profondamente maschile senza rinunciare alla propria autonomia, scegliendo repertori, rifiutando ruoli umilianti e costruendo un modello di professionalità femminile fondato sull’autodeterminazione.
Anche la loro morte, anzi la loro scelta, ponderata e studiata, di morire insieme, è stata simbolica e in qualche modo rivoluzionaria chiudendo una storia artistica e umana inseparabile.
Maria Corina Machado, il Nobel per un intero Paese
Ingegnera venezuelana di 58 anni ha ricevuto il premio Nobel per la Pace per la sua lotta contro il chavismo che oggi ha il volto di Nicolas Maduro. Dopo sedici mesi passati a nascondersi, il suo 2025 si è chiuso con il Nobel per la Pace, ritirato dalla figlia Ana Corina Sosa Machado, perché lei non ha fatto in tempo ad arrivare. Da anni si nasconde proprio perché considerata pericolosa per il regime.

La notizia del Nobel è stata accolta in Venezuela con festeggiamenti sommessi e nascosti perché il regime è pronto a punire. Eppure abbiamo sentito, subito dopo l’assegnazione del premio, due donne venezuelane (che ci hanno chiesto di rimanere anonime a loro protezione) e una di loro ha commentato così: «È un riconoscimento allo sforzo che ha fatto per il Paese. Rappresenta un riconoscimento mondiale al cambiamento di un regime che accusa di istigazione all’odio chiunque provi a dire la sua opinione, a far sentire la sua voce. Basta poco per finire in prigione o sparire. Maria Corina ha alzato la voce per tutti noi».
Le donne senza velo di Kish
Le donne senza velo a Kish, isola iraniana, sono diventate un simbolo di protesta, dopo la maratona di dicembre. Centinaia di donne hanno corso a capo scoperto, sfidando la legge iraniana che obbliga l’uso dell’hijab in pubblico, mostrando un atto di disobbedienza civile contro le restrizioni imposte, sottolineando il desiderio di libertà e l’uso di eventi sportivi come piattaforma per il dissenso. Un gesto semplice per noi, un atto politico per loro.

Un atto che fatto ricominciare a respirare l’Iran secondo Alessandra Campedelli, allenatrice di pallavolo che ha lavorato anche con la nazionale iraniana e che ha commentato così questo gesto: «Allenando la nazionale femminile, ho imparato che in Iran la libertà non è un diritto: è una ricerca.
Una ricerca che comincia presto, che non si ferma mai, che si insinua negli spazi minuscoli, nelle crepe, nei battiti. E proprio per questo, quando la vedi esplodere in strada, è impossibile non emozionarsi fino alle lacrime».
Emma Prévot, una scienziata tra AI e medicina
Emma Prévot è una ricercatrice italiana di 25 anni, attiva nel campo dell’intelligenza artificiale applicata alla medicina. Attualmente sta svolgendo un dottorato in statistica all’Università di Oxford, dove lavora su tecniche avanzate di machine learning e modelli generativi.

In particolare è nota per i suoi “gemelli digitali“, capaci di simulare cosa sarebbe accaduto ad un paziente con un diverso trattamento medico. I suoi studi sono particolarmente significativi nel campo delle malattie neurodegenerative. A spingere la scienziata in questa direzione è stata la morte del nonno per Alzheimer.
Per il suo talento e le sue ricerche, Emma Prévot ha ricevuto riconoscimenti come il premio Super Nova 2025 tra i migliori giovani talenti under 25 in Italia.
Rina Melli, giornalista da riscoprire
Rina Melli (Ferrara, 1882 – 1958) è stata una giornalista e attivista socialista, pioniera del femminismo italiano. Ribelle e anticonformista, lasciò giovanissima la sua vita borghese per dedicarsi alla lotta per i diritti delle donne e delle lavoratrici.

Nel 1901 fondò Eva, il primo giornale di propaganda socialista rivolto direttamente alle donne, parlando a contadine, operaie e braccianti con un linguaggio semplice e accessibile. Per tutta la vita si batté contro lo sfruttamento, il patriarcato e l’emarginazione femminile, pagando il prezzo dell’isolamento e dell’oblio, come accaduto a molte donne scomode del suo tempo.
Jane Goodall, la scienziata amica degli scimpanzè
É morta il 2 ottobre in California a 91 anni Jane Goodall, celebre naturalista, etologa, ambientalista ed umanitaria. Il suo messaggio continuerà a viaggiare oltre il tempo. Non una scienziata qualunque, ma la donna che ha trasformato la primatologia in poesia, la ricerca scientifica in amore per la vita, la curiosità in rivoluzione.

L’etologa, che ha cambiato per sempre il nostro modo di guardare agli animali e alla natura stava ancora viaggiando per il mondo con le sue conferenze, instancabile ambasciatrice del pianeta, quando il suo cuore ha smesso di battere.
Jane Goodall era conosciuta in tutto il mondo per i suoi numerosissimi studi sugli scimpanzé selvatici svolti a Gombe, in Tanzania. Nell’ultima parte della sua vita ha ampliato la sua missione sostenendo attivamente a livello mondiale una serie di cause legate alla salvaguardia della fauna selvatica e dell’ambiente.
Jane era entusiasta di coinvolgere i giovani in progetti di conservazione e umanitari, ritenendolo essenziale ed ha condotto molte iniziative divulgative dedicate alla conoscenza e al rispetto degli scimpanzé sia selvatici che in cattività.
Michaela Benthaus, prima astronauta in sedia a rotelle a volare nello spazio
Michaela Benthaus, ingegnera paraplegica tedesca è partita per un viaggio spaziale da sogno con altri cinque passeggeri, abbandonando la sua sedia a rotelle per fluttuare nello spazio e ammirare la Terra dall’alto.

Gravemente ferita in un incidente in mountain bike sette anni fa, Michaela Benthaus si è preparata a lungo per il viaggio ed è diventata la prima persona in sedia a rotelle a volare nello spazio, partendo dal West Texas con la Blue Origin, la società di Jeff Bezos.
Nella capsula ha potuto lasciare la sedia a rotelle e ha potuto fluttuare nell’aria e capovolgersi, dimostrando che l’accesso allo spazio non deve essere limitato ai “fisicamente perfetti”.
Non è stato necessario fare nessuna modifica strutturale alla capsula e nello spazio la disabilità fisica è diventata irrilevante. Una ulteriore conferma al fatto che è la Terra, così come l’abbiamo organizzata, a non essere adatta alla convivenza delle differenze e a dover essere rivista.
Jasmine Paolini e la forza di non conformarsi
Jasmine Paolini rappresenta una narrazione femminile alternativa nello sport, capace di scardinare stereotipi profondamente radicati. In un tennis che spesso premia corpi conformi a ideali di potenza e verticalità, Paolini ha costruito il proprio successo su intelligenza tattica e rapidità dimostrando che non esiste un solo modo “giusto” di essere atlete vincenti.

La sua carriera parla di costanza più che di miracoli, di lavoro quotidiano più che di talenti improvvisi: il riconoscimento arriva quando si smette di chiedere alle donne di adattarsi e si inizia a valorizzarle per ciò che sono.
Paolini non è un’eccezione da celebrare con stupore, ma la prova concreta che i limiti imposti alle donne sono spesso culturali, non reali. La sua presenza ai vertici del tennis mondiale apre immaginari nuovi, soprattutto per le ragazze, ricordando che il successo può avere molte forme e che la determinazione, quando è sostenuta e riconosciuta, è una forza politica oltre che sportiva.
La scienza di Martina Ardizzi contro il determinismo
Martina Ardizzi è una neuroscienziata italiana e docente universitaria che ha portato la sua ricerca nel cuore del dibattito su cervello, sesso e genere, proponendo una visione innovativa e scientificamente rigorosa.

Secondo Ardizzi, il cervello umano non è suddivisibile in “maschile” o “femminile” in senso biologico: non esistono due tipi fissi di strutture cerebrali, ma piuttosto un mosaico di tratti neurali che si modellano in continuo grazie alla plasticità, alle esperienze, all’ambiente e alla cultura.
Questa prospettiva mette in discussione stereotipi radicati come l’idea che uomini e donne siano nati con cervelli predeterminati per certi ruoli o abilità e invita a ripensare l’influenza di educazione e aspettative sociali sulla formazione delle capacità cognitive. Nel suo lavoro, Ardizzi utilizza le neuroscienze per smontare certi determinismi biologici e per sostenere che comprendere il cervello significa tenere insieme biologia, cultura ed esperienza, trasformando il sapere scientifico in uno strumento di emancipazione e giustizia sociale.
Claudia Goldin: l’economia come uno strumento di giustizia di genere
Claudia Goldin, premio Nobel per l’Economia, ha trasformato i numeri in uno strumento di giustizia, mostrando come le disuguaglianze di genere non siano incidenti marginali ma strutture profonde del sistema economico.

Attraverso decenni di ricerca, Goldin ha ricostruito la storia del lavoro femminile, dimostrando che il divario salariale non nasce da scelte individuali o “mancanze” delle donne, ma da istituzioni, norme sociali e modelli di lavoro pensati su misura maschile. Il suo contributo più radicale è forse l’aver reso visibile ciò che spesso resta invisibile:
il peso della maternità, la penalizzazione della flessibilità, l’illusione della meritocrazia in contesti diseguali. In un mondo che continua a chiedere alle donne di adattarsi, Goldin ribalta la prospettiva e chiede che siano i sistemi a cambiare. Il suo Nobel non è solo un riconoscimento accademico, ma un atto politico capace di incidere sulle politiche pubbliche e di immaginare un’economia che non consideri l’uguaglianza un’eccezione, ma una condizione fondamentale.







