Denatalità, il vero ostacolo è in casa: troppo lavoro per le donne
Negli ultimi decenni, in molte delle nazioni più sviluppate del mondo, le famiglie hanno smesso di crescere: la denatalità è aumentata fino a portare le nuove nascite sotto la soglia critica di 1,3 figli per donna, un livello che gli studiosi chiamano “lowest-low”. Secondo la maggior parte dei decisori politici è necessario intervenire incentivando le donne alla maternità con bonus, asili, e altre pratiche. Eppure risulta straordinariamente affascinante il punto di vista della Premio Nobel per l’Economia Claudia Goldin: la crescita economica da sola non porta più culle piene, se in casa non cresce anche l’equità nel lavoro domestico e di cura.
Modernizzazione rapida vs cambiamento culturale lento
Nel suo ultimo lavoro Babies and the Macroeconomy (2025), Claudia Goldin mette a confronto due mondi. Da una parte, i Paesi che hanno vissuto una crescita economica lenta ma costante lungo tutto il Novecento come Stati Uniti, Svezia, Regno Unito, Francia, Germania, dall’altra, quelli che per decenni sono rimasti indietro e poi, all’improvviso, hanno accelerato con forza dopo il Dopoguerra come Italia, Spagna, Giappone, Corea.
Ed è proprio qui che si forma un nodo difficile da sciogliere. In questi ultimi Paesi citati la modernizzazione economica è arrivata di colpo, ma le regole sociali e i ruoli di genere non hanno fatto in tempo a cambiare con la stessa velocità. Da un lato, nuove opportunità per le donne: lavoro retribuito, istruzione, riconoscimento sociale. Dall’altro, vecchie aspettative ancora inchiodate all’idea che la cura dei figli, della casa e della vita quotidiana sia un compito quasi esclusivamente femminile.
Come si ripete spesso in una frase che sembra abusata ma che racchiude tutta la drammaticità del vissuto di una generazione, noi donne adesso “dovremmo crescere i figli come se non avessimo un lavoro e lavorare come se non avessimo figli da crescere“, in una spirale che una volta innescata davvero difficile fermare.
Questo squilibrio, questa frattura tra ciò che si apre fuori e ciò che rimane immobile dentro le mura domestiche, ha creato un conflitto silenzioso ma profondo. Un conflitto che pesa sulle scelte più intime e decisive, come quella di mettere al mondo un figlio e che ha come risultato per la comunità la crescita della denatalità.
Il lavoro invisibile che pesa sui bilanci delle famiglie
Uno dei punti più forti delle analisi di Claudia Goldin riguarda ciò che l’economia tradizionale continua a ignorare: il lavoro invisibile delle donne. Pulire, cucinare, accudire, educare: attività quotidiane che consumano tempo, energie e vita, ma che non compaiono nei bilanci economici ufficiali. È come se non esistessero, eppure sono la spina dorsale silenziosa di ogni società.
Goldin mette in chiaro una verità scomoda: nei paesi dove la fertilità resta “moderata-bassa”, la distanza tra le ore che donne e uomini dedicano a questo lavoro è relativamente ridotta. Ma nei paesi “lowest-low”, quella distanza si allarga fino a diventare un abisso. Significa che sono soprattutto le donne a reggere sulle proprie spalle la casa, i figli, dei genitori anziani, la cura di tutto insomma.
E quando il peso è tutto sulle donne, il desiderio (o anche solo la possibilità) di avere più figli si spegne. Non perché manchi l’amore o il desiderio di formarsi una famiglia, ma perché mancano giustizia, condivisione, riconoscimento. Perché mettere al mondo un altro figlio, in queste condizioni, significa condannarsi a un carico che non dovrebbe essere solo tuo.

Citiamo alcuni dati concreti:
-In Italia e in Giappone, le donne dedicano circa 3 ore al giorno in più degli uomini a compiti domestici e cura dei figli e delle figlie.
-In Svezia, la differenza è molto minore: circa 0,8 ore al giorno.
-Anche negli Stati Uniti la “gap” esiste, ma è intermedio rispetto agli estremi: le donne fanno più lavori domestici, ma la differenza non è così ampia come in Italia o Giappone.
Denatalità: meno fertilità, scelte familiari diverse
Quando una donna sa, magari osservando quello che succede alle coetanee o alle colleghe, che dopo avere avuto un figlio dovrà farsi carico, oltre che del neonato, di molte ore quotidiane di cura e lavori domestici, mentre il partner non contribuirà nella stessa misura, può cambiare i suoi piani. Può magari decidere di rimandare quella nascita a quando potrà permettersi di pagare un supporto, o magari potrà decidere di avere una famiglia meno numerosa di quelli che erano i piani iniziali. un’altra opzione è smettere di lavorare o farlo con orario ridotto (riducendo anche le sue possibilità di successo lavorativo e di carriera) sacrificando così reddito, carriera, autonomia.
Quando sempre più donne scelgono di non farsi schiacciare da un carico domestico squilibrato, l’effetto si riflette sull’intero Paese: la denatalità aumenta. Ma, avverte Goldin, non è un destino già scritto. La vera svolta arriverà solo quando gli uomini impareranno a prendersi la loro parte dentro le mura di casa — non come aiuto, ma come responsabilità condivisa. E quando le politiche pubbliche sapranno accompagnare questo cambiamento con servizi concreti, incentivi, ma anche con una nuova cultura della cura.
Perché il futuro non nasce soltanto nelle culle: nasce nelle cucine, nei salotti, nelle mani che dividono equamente il lavoro e rendono possibile immaginare una vita familiare più giusta e sostenibile.
Quali politiche e quale cultura contro la denatalità?
L’economista Goldin suggerisce alcune piste concrete, non lasciando le sue parole solo nel campo della teoria: azioni reali come investire in servizi di cura per l’infanzia (asili, scuole materne, strutture pubbliche accessibili) che alleggeriscano il carico sulle famiglie. Oppure come la promozione di congedi parentali che siano realmente usufruibili da padri (non solo formali, ma con incentivi e senza penalizzazione lavorativa.)
Si deve lavorare per un cambiamento culturale: modelli mediatici, educazione, politiche che valorizzino la paternità, non considerarlo un sacrificio ma una responsabilità condivisa e infine è necessario promuovere la flessibilità lavorativa (orari, modalità, lavoro da remoto) che riconosca la doppia dimensione, professionale e domestica, delle vite delle donne (e delle famiglie in genere).
L’Italia nella lente di Goldin: cosa ci riguarda
Per l’Italia queste riflessioni sono particolarmente urgenti (e per le Marche lo sono ancora di più): infatti il tasso di fecondità è da anni sotto la soglia sostitutiva dei 2,1 figli per donna, mentre la disparità quantitativa nel lavoro domestico e di cura fra uomini e donne è ampia e purtroppo le politiche di welfare, gli incentivi alla natalità esistenti, non appaiono sufficienti per compensare il costo (in termini non solo economici, ma di tempo, opportunità, fatica) che sopporta gran parte delle donne.
Se in Italia non si spezza la catena di un lavoro domestico e di cura che pesa quasi interamente sulle spalle delle donne, molte continueranno a rinunciare o a rimandare la maternità. Non per egoismo, ma perché non vogliono sacrificare tutto di sé in un sistema che non riconosce il loro valore. Così, la spirale demografica non è solo un dato statistico: diventa la prova viva di un’ingiustizia sociale che ci riguarda tutti e tutte.
La lezione di Claudia Goldin è chiara: la crescita economica non basta se le donne restano intrappolate nei vecchi ruoli, se gli uomini non si assumono la loro parte di responsabilità, se le istituzioni non sostengono concretamente la condivisione della cura. Dove il divario domestico è profondo, la natalità non solo cala: crolla.
Perché nessuna società può pensare di avere futuro se continua a costruirlo solo sulle spalle stanche delle donne.
Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.







