Le donne senza velo di Kish
Donne senza velo alla maratona di Kish

Le donne senza velo di Kish e il coraggio che torna a respirare

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Alessandra Campedelli commenta la marcia di Kish
Alessandra Campedelli

di Alessandra Campedelli*

Ci sono immagini che non guardi soltanto. Ti attraversano.
Le donne iraniane che hanno marciato a Kish senza hijab sono una di queste immagini: un colpo al cuore, un fiato che finalmente esce dopo mesi trattenuto.
È come se, per un attimo, l’Iran avesse ricominciato a respirare.

Quando penso a loro, rivedo i volti delle ragazze che ho allenato. Volti giovani, determinati, coperti da veli che sembravano sempre troppo stretti rispetto ai loro sogni. Quel velo non era solo un pezzo di stoffa: era una linea invisibile che ricordava loro, ogni secondo, che qualcun altro decideva al posto loro.

Ricordo una mattina in palestra, durante un allenamento. Una ragazza, dopo una schiacciata, si fermò di colpo perché l’hijab le era scivolato all’indietro. La sua mano corse alla testa con un riflesso che parlava più di qualsiasi discorso: paura, abitudine, rassegnazione. Le altre la raggiunsero in un attimo, come un piccolo branco che si protegge da un pericolo imminente.
Il pericolo non c’era. Ma loro lo sentivano comunque. Non c’era nessun uomo presente, nessun funzionario, nessuno sguardo accusatorio. Eppure, la paura era interiorizzata. Era già legge nei loro gesti.

Quello fu il mio primo ‘dolore’ iraniano: accorgermi di non poter condividere la loro paura, pur vedendola chiaramente.
Oggi, quelle stesse ragazze — o ragazze come loro — hanno camminato a Kish con i capelli al vento. Senza nascondersi. Senza correre a coprirsi. Senza aspettare il permesso di nessuno.
Non è solo una protesta.
È un gesto di vita.
Un modo per dire: «Guarda, esisto anch’io».

Per questo, la marcia delle donne di Kish non è solo un gesto simbolico, un gesto politico. È un terremoto culturale.
Kish è un luogo particolare: un’isola dove si affaccia il volto più moderno dell’Iran, dove famiglie e turisti iraniani vivono momenti di apparente normalità. Ma proprio per questo, la marcia senza hijab è ancora più significativa. Non è avvenuta in un contesto di protesta organizzata o sotto l’egida di movimenti internazionali: è nata dal basso, da donne comuni che hanno deciso che quel giorno non avrebbero più chinato la testa.

È un gesto che parla direttamente al potere iraniano, ma anche — e forse soprattutto — alla comunità internazionale, che da anni osserva l’Iran oscillare tra repressione e tentativi di rigenerazione, senza trovare il coraggio di una posizione chiara. L’Occidente si è abituato a considerare l’Iran un dossier difficile: una combinazione di strategia nucleare, equilibri geopolitici e diritti umani da trattare con prudenza diplomatica. Ma la prudenza, quando diventa silenzio, diventa complicità.

Le donne iraniane non chiedono interventi dall’esterno. Chiedono che il mondo non distolga lo sguardo. Che non normalizzi l’anormalità. Che non accetti che un regime possa decidere come devono vestirsi metà dei suoi cittadini, come devono muoversi, respirare, esistere.

Durante le mie settimane in Iran, le mie atlete mi dicevano spesso una frase che non ho mai dimenticato:
«Allenatrice, noi possiamo sopportare tutto… tranne l’idea che non cambierà mai nulla».
E invece qualcosa sta cambiando. Kish lo dimostra. La morte di Mahsa Amini lo ha dimostrato. Le migliaia di ragazze che tolgono il velo per pochi secondi nelle strade, rischiando arresti e punizioni, lo dimostrano ogni giorno.

Molte persone fuori dall’Iran non capiscono cosa significhi davvero. Perché non hanno mai visto una giovane donna cambiare postura solo perché un ciuffo di capelli ha tradito un ordine non scritto.
Perché non hanno mai assistito al miracolo silenzioso della libertà che si nasconde negli sguardi, nei sorrisi trattenuti, nelle conversazioni sussurrate tra un esercizio e l’altro.

Allenando la nazionale femminile, ho imparato che in Iran la libertà non è un diritto: è una ricerca.
Una ricerca che comincia presto, che non si ferma mai, che si insinua negli spazi minuscoli, nelle crepe, nei battiti. E proprio per questo, quando la vedi esplodere in strada, è impossibile non emozionarsi fino alle lacrime.

Donne senza velo di Kish
La marcia di Kish

La marcia di Kish emoziona perché non è eroica in senso tradizionale.
È una marcia di giovani Donne, di Donne stanche.
Di Donne che hanno perso amiche, sorelle, compagne.
Di Donne che hanno visto cosa succede quando il potere decide che i loro capelli, il loro corpo, la loro voce sono una minaccia.
Eppure, sono lì.
Nonostante tutto.
O forse: proprio per tutto questo.

In quelle immagini vedo anche me stessa.
Vedo la me che non poteva correre con i capelli al vento accanto alle mie atlete.
Vedo la me che cercava di proteggerle senza avere gli strumenti per farlo davvero.
Vedo la me che, tornando nella mia cameretta tre metri per tre la sera, pensava sempre la stessa cosa:
«Se potessero scegliere, sceglierebbero altro».
E oggi lo stanno scegliendo.
Con i piedi.
Con il volto scoperto.
Con quella semplicità che è la forma più pura della rivoluzione.

Kish non è soltanto un luogo.
È un frammento di futuro.
È la dimostrazione che ogni gesto, anche il più piccolo, ha il potere di incrinare una montagna.
E mentre guardo quelle donne camminare, sento una cosa che non sentivo da tempo: speranza.
Una speranza fragile, potente, necessaria.
La speranza che un giorno nessuna ragazza iraniana debba più imparare a sistemarsi il velo prima ancora di imparare a sognare.

*Alessandra Campedelli è allenatrice di pallavolo e autrice del libro “Io posso – Storia di un’allenatrice di pallavolo in Iran e in Pakistan (Baldini+Castoldi, 2025). Ha guidato le Nazionali femminili di volley di Iran e Pakistan, vivendo esperienze profonde al confine tra sport, cultura e diritti. Ha allenato anche la nazionale italiana sorde. È stata insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana per il suo impegno nell’emancipazione femminile attraverso lo sport. Oggi racconta la sua storia nelle scuole, nei festival e nei contesti educativi per ispirare nuove generazioni.

Di recente è stata la prima donna eletta a far parte del direttivo dell’Associazione Italiana Allenatori di Pallavolo. Di recente ha anche ricevuto il premio internazionale Semplicemente donna.

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