Maria Corina Machado è la Premio Nobel per la pace
Maria Corina Machado è la Premio Nobel per la pace

Quello a Maria Corina Machado è molto più di un Premio Nobel

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«Dedico questo Premio al popolo venezuelano e al presidente Trump». Sono state le prime parole di Maria Corina Machado, subito dopo l’incredulità iniziale alla notizia di essere la vincitrice del Nobel per la pace.

Un Premio Nobel. Cosa potrebbe esserci di più? Eppure questo Nobel si inserisce a pieno in un contesto mondiale in fermento per la ridistribuzione del potere, delle ricchezze e degli equilibri. Oltre al fatto che le ambizioni del presidente americano Donald Trump che lo avrebbe voluto assolutamente per sé ha acceso i riflettori molto più che in passato sul Comitato di Oslo.

La dama de hierro del Venezuela e Trump

Oggi il commento ricorrente è che Machado, la “dama de hierro” del Venezuela, è stata scelta perché è vicina a Trump, una sua protetta. Un meccanismo che si ripete di frequente nelle alte e nelle basse sfere quando di mezzo c’è una donna.

Il merito non è suo, o per lo meno non tutto. Vive in clandestinità da due anni perché ha osato opporsi al regime di Nicolas Maduro, perché ha lottato per avere elezioni corrette e non se ne è fregata del suo Paese, come avrebbe potuto tranquillamente fare, viste le sue competenze e anche la condizione agiata della sua famiglia. Eppure il Nobel sembra una concessione dovuta all’intercessione del presidente Trump che è uno dei suoi principali alleati nell’opposizione.

Il messaggio di Maria Corina Machado su X
Il messaggio di Machado su X: «Questo immenso riconoscimento alla lotta di tutti i venezuelani è uno stimolo per portare a termine il nostro compito: conquistare la Libertà. Siamo sulla soglia della vittoria e oggi più che mai contiamo sul Presidente Trump, sul popolo degli Stati Uniti, sui popoli dell’America Latina e sulle nazioni democratiche del mondo come nostri principali alleati per raggiungere la Libertà e la democrazia. Il Venezuela sarà libero!»

La gioia per il Nobel

Ieri pomeriggio abbiamo ricevuto segnalazioni riguardo la gioia “esplosa” in Venezuela per il Premio Nobel. Ingenuamente, nella mia testa, si sono fatte strada immagini di cortei e striscioni per le strade, di manifestazioni di felicità.

A riportarci nella realtà sono state le testimonianze di due donne venezuelane che abbiamo raggiunto telefonicamente ieri pomeriggio, quando a Caracas era circa l’ora di pranzo.

Per prima cosa mi hanno chiesto di non scrivere per nessun motivo il loro nome e cognome, hanno paura che il governo possa prenderle e portarle chissà dove.

«Questo Premio è un segno di speranza – spiega una cittadina – È la gioia per una donna che ha fatto tanta strada per il nostro popolo in Venezuela e nel mondo. Speriamo che questa luce che emerge nell’alba di oggi si trasformi in un cambiamento».

Una bellissima notizia di cui non si può parlare nelle strade: «L’atmosfera che si respira è pessima, per le strade bisogna stare attento a ciò che si dice perché basta una parola fuori posto e ti portano via. Aspettiamo solo il giorno – dice quasi con il timore di dire cosa intende – perché non ce la facciamo più. Mangiare costa sempre di più, l’inflazione è altissima, si fa fatica veramente a vivere. Speriamo che con forza che arrivi qualcosa di buono».

Avrebbe voluto far festa anche una cittadina venezuelana più anziana che ha vissuto anni e anni di sofferenza e sopraffazioni: «È un riconoscimento allo sforzo che Maria Corina – così la chiama – ha fatto per il Paese. Rappresenta un riconoscimento mondiale al cambiamento di un regime che accusa di istigazione all’odio chiunque provi a dire la sua opinione, a far sentire la sua voce. Basta poco per finire in prigione o sparire. Maria Corina ha alzato la voce per tutti noi».

Il potere delle parole

Tanta la sua voglia di raccontare, di far sapere cosa è accaduto nel Paese e qual è la situazione oggi. Parlare. Questa la loro urgenza perché da troppo a lungo non possono far sentire la loro voce.

Vera Gheno a Civitanova
Vera Gheno a Civitanova

Perché «le parole ci salvano, se le usiamo con consapevolezza» ha detto la sociolinguista Vera Gheno a Civitanova Marche. E sono proprio le parole ad aver portato questo Premio Nobel a Machado, a lei che non ha usato armi né violenza, ma determinazione. Quella sì, perché ci sono realtà, e non sono poche, in cui far sentire la propria voce non è affatto scontato.



Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.

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