divario di genere

Achille, la tartaruga e il divario di genere

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Di recente ci hanno fatto notare che una donna può anche scegliere di non lavorare. In fondo non è lontano il tempo in cui molte mamme e nonne non lo facevano, e c’è chi le ricorda felici.

Ci hanno anche segnalato, sempre di recente, che declinare al femminile i nomi delle professioni o degli incarichi è un po’ noioso e suona strano: in fondo non è farsi chiamare “medica” o “avvocata” che ci da autorevolezza.

Sono ben altri i problemi del paese!

In effetti il Paese, ma diciamo pure il mondo intero, ha a che fare con molti problemi, ma tra questi, a quanto risulta dall’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini SVIMEZ – W20”, sembra proprio che la condizione femminile abbia un ruolo piuttosto rilevante.

I dati emersi dall’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini Svimez – W20”

Presentato di recente al Maxxi di Roma, l’Osservatorio è un nuovo strumento di analisi e monitoraggio dedicato alle disuguaglianze di genere.

L’obiettivo dello studio, presentato dalla ricercatrice della Svimez, Serenella Caravella, è quello di riconoscere la parità di genere come leva strategica per lo sviluppo del Paese e per il futuro delle nuove generazioni.

Ciò che emerge dalla ricerca tuttavia non è incoraggiante: la riduzione globale dei divari di genere procede infatti molto lentamente e, ad oggi, c’è ancora una differenza del 31,3%.

In Italia, complici pesanti ritardi strutturali, la situazione peggiore si registra al sud dove l’occupazione femminile è molto bassa, il part time involontario molto alto.

Il gender pay gap risulta poi ancora molto elevato un po’ in tutta Italia e i salari penalizzano le donne in ogni area e qualifica del Paese.

Le carriere femminili sono poi discontinue e le pensioni, di conseguenza, risultano più basse del 44%.

Istruzione alta, impieghi bassi

Dall’analisi risulta che le donne nei paesi G20 sono mediamente più istruite, ma trovano difficoltà ad inserirsi nei settori principali.

In Italia, soprattutto ancora una volta nel Meridione, sebbene le donne siano molto qualificate, non sussistono per loro le condizioni per partecipare pienamente alla vita economica, sociale e politica del Paese.

Secondo le elaborazioni su dati Wef, il Global Gender Gap 2025 risulta colmato solo al 68,8%, con un progresso minimo di appena +0,3% rispetto all’anno precedente.

Nei diversi settori la situazione non è omogenea: la parità è quasi raggiunta nell’ambito dell’Istruzione e in quello della Salute, che sono oltre il 95%.

D’altronde, si sa, il settore della cura è tradizionalmente associato al genere femminile, sia in casa che fuori, quindi è normale che qui andiamo forti!

Il quadro però cambia di molto se passiamo alla partecipazione economica, dove siamo ferme al 61%, per non parlare del potere politico, dove arriviamo ad un risicato 22,9%.

Ancora 123 anni di cammino verso la parità

Di fatto, la situazione che noi di Donnemente abbiamo descritto lo scorso autunno, nel nostro primo editoriale, resta invariata: mancano ancora 123 anni per raggiungere la piena parità .

Stringendo il focus ancora sull’Italia, dalle analisi risulta che siamo all’85° posto per quanto riguarda la parità di genere, mentre nei paesi del G20 raggiungiamo l’11°.

Nel nostro Paese emergono poi forti differenze regionali: in Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania il numero delle donne inoccupate o disoccupate supera di gran lunga quello delle occupate, anche al netto della componente inattiva per motivi di studio.

Tra le donne 25-34enni, i motivi familiari rappresentano la prima causa di inattività: 38,4% nel Mezzogiorno e 49,3% nel Centro-Nord.

divario di genere

Il part time non è sempre una scelta

Il part time involontario poi raggiunge livelli da guinness dei primati: in pratica, una lavoratrice part time su due sarebbe disposta, se potesse, a lavorare a tempo pieno.

Anche qui la differenza tra nord e sud è evidente: nel Mezzogiorno infatti il part time involontario riguarda il 63,3% delle lavoratrici, al centro nord il 40,7%.

In tutta Italia poi il part time femminile si concentra prevalentemente nei settori del Turismo e della Ristorazione (45,6%), dei Servizi alle imprese (377,2%) e alle persone (46,2%) e nel Commercio (38,6%).

I numeri relativi al part time involontario, le disparità salariali e le carenze del welfare territoriale spingono quindi a consolidare modelli sociali in cui i carichi familiari ricadono prevalentemente sulle donne.

Informazione politica: quanto ne sanno le donne

Anche per quanto riguarda l’informazione politica il divario di genere è evidente e anche qui chi abita al sud è fortemente penalizzata dal contesto che si trova a vivere.

Dalle analisi effettuate è risultato che nel Mezzogiorno il 37,3% delle donne non si informa mai di politica, contro circa il 25% nel Nord.

La condizione lavorativa è determinante: chi lavora è più presente e si informa maggiormente, grazie alle reti sociali che si sviluppano in ambiente professionale.

Achille e la tartaruga

Chiudendo la nostra riflessione, non possiamo che ricollegarci al suo esordio, sottolineando come a ricordarci che le donne hanno diritto di scegliere di non lavorare e anche di farsi chiamare al maschile, sono state proprio due rappresentanti della categoria.

Questo dimostra che anche molte donne, probabilmente non abituate a ragionare sui grandi numeri e spesso immerse in un contesto sociale privilegiato di donne lavoratrici in zone meno arretrate di altre, possano considerare raggiunti alcuni obiettivi di parità, che invece sono ancora piuttosto lontani.

Ad esse vorremmo rispondere che siamo d’accordo: dobbiamo avere il diritto di scegliere.

Risulta però evidente che la stragrande maggioranza di noi non abbia questo diritto e allora, si, questi sono problemi di cui dobbiamo occuparci ora – e possiamo farlo anche contemporaneamente al resto, visto che il multitasking è una virtù che ci viene sempre accollata -, perché quel conto alla rovescia di 123 anni non risulti alla fine come il paradosso zenoniano di Achille e la tartaruga.

Il filosofo greco sosteneva infatti, in uno dei suoi celebri paradossi, che, per quanto Achille potesse correre veloce, non avrebbe mai raggiunto una tartaruga partita prima di lui.

Ogni volta infatti che l’eroe avesse raggiunto la posizione precedente della tartaruga, questa si sarebbe spostata più avanti, creando una serie infinita di traguardi intermedi che impediscono il sorpasso logico.

Speriamo dunque sinceramente di non ritrovarci come tante novelle “pié veloci”, affannate a rincorrere una schiera di imprendibili testuggini maschio.


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Digital Strategist e Social Media Manager, formatrice certificata sull’educazione digitale e su tematiche legate a libri, lettura e scrittura; blogger, fondatrice del portale mammemarchigiane.it (Premio Alumni Università degli Studi di Macerata 2024; Premio “Donna Impresa” Camera di Commercio di Macerata 2016; Golden Media Marche 2015); autrice dei saggi “Marche Stregate, viaggio nella stregoneria popolare marchigiana” e “Sani e liberi, la maternità nella tradizione marchigiana (sec. XVII-XX)” ; co-autrice della guida “Le Marche con i bambini”.
Ha collaborato con l'Osservatorio di Genere e scrive anche su Vitamine Vaganti, magazine dell’associazione Toponomastica Femminile, occupandosi di storia delle donne ed equità di genere. Laurea specialistica in Archivistica e Biblioteconomia, Laurea quadriennale in Lettere indirizzo Moderno.

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