Quote di genere: privilegio o democrazia?
Sono amate e odiate, tollerate e ridicolizzate: eppure senza di loro le donne sarebbero ancora meno rappresentate in politica di quanto sono oggi
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Dopo l’ultima tornata elettorale si è tornato a parlare delle quote di genere in politica, ovvero del tentativo di riequilibrare per legge un ambito, quello politico, nel quale le donne sono state a lungo fortemente sotto-rappresentate, nonostante costituiscano oltre la metà della popolazione italiana.
Le quote di genere suscitano da sempre discussioni accese, tanto tra gli uomini quanto tra le donne. I primi, spesso anche quelli che si dichiarano sostenitori della parità, ribattono che dovrebbe prevalere esclusivamente la meritocrazia. Le seconde, soprattutto quando hanno competenze, esperienza e professionalità da vendere, vivono invece il fastidio di sentirsi attribuire il proprio ruolo non alle capacità personali ma al semplice fatto di essere donne.
La domanda scomoda: se non piacciono a nessuno, perché esistono?
Ma allora, se sembrano scontentare tutti, perché sono state, attenzione spoiler, così importanti?
Per rispondere occorre fare un piccolo viaggio nella storia e poi guardare i numeri.
In Italia il dibattito sulle quote si sviluppa soprattutto dagli anni Novanta. I primi tentativi di introdurre quote obbligatorie nelle leggi elettorali incontrano però ostacoli giuridici e politici.
La vera svolta arriva nel 2003, quando viene modificato l’articolo 51 della Costituzione, stabilendo che la Repubblica promuove le pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive e ai pubblici uffici.
Negli anni successivi vengono introdotti diversi meccanismi di equilibrio di genere nelle candidature e nelle liste elettorali. Con il Rosatellum del 2017, ad esempio, si prevede che nessuno dei due sessi possa superare una determinata soglia nelle candidature parlamentari.
Parallelamente, nel 2011, la Legge Golfo-Mosca, promossa da Lella Golfo e Alessia Mosca, introduce quote di genere nei consigli di amministrazione delle società quotate e delle aziende pubbliche, contribuendo ad aumentare significativamente la presenza femminile nei CdA italiani.
Quando il Parlamento era quasi esclusivamente maschile

Prima della riforma costituzionale del 2003 la presenza femminile nelle istituzioni cresceva molto lentamente.
Nel 1948, nella prima legislatura repubblicana, le donne erano appena 49 su oltre 900 parlamentari, circa il 5% del totale.
Negli anni Settanta si supera per la prima volta la soglia delle cinquanta parlamentari complessive. Nel 1992 le donne al Senato rappresentano appena il 9,1% dei membri. Nella legislatura 1996-2001 le senatrici sono 26 su 338, pari al 7,7%.
All’inizio degli anni Duemila, sommando Camera e Senato, la presenza femminile oscilla tra il 9% e l’11%.
Vent’anni dopo: i numeri raccontano un cambiamento
Il 2003 rappresenta dunque uno spartiacque. Grazie alle riforme successive, nel giro di circa vent’anni si passa da meno del 10% a circa un terzo del Parlamento composto da donne.
Oggi, nella XIX legislatura, alla Camera siedono 132 donne su 400 deputati, pari al 33,2%, mentre al Senato le donne sono 75 su 205 senatori in carica, pari al 36,6%.
Complessivamente, le parlamentari rappresentano circa un terzo del Parlamento italiano.
Dove il soffitto di cristallo resiste ancora
Le cose sono cambiate? Sì. Ma non abbastanza.
Se infatti dal Parlamento scendiamo alle Regioni, scopriamo che su venti presidenti di Regione soltanto due sono donne: Alessandra Todde in Sardegna e Stefania Proietti in Umbria.
Tra le venti maggiori città italiane, le sindache sono appena tre.
Nella provincia di Macerata il dato è più incoraggiante: le sindache sono 13 su 55 comuni, oltre il 23%, ben al di sopra della media nazionale che si attesta intorno al 15%. Un risultato positivo, ma ancora lontano da una rappresentanza realmente equilibrata.
L’immaginario maschile dietro le quote di genere

Quando si parla di quote di genere, il dibattito si concentra quasi sempre sulle donne. Sono loro a dover spiegare perché esistono, a giustificare la propria presenza, a dimostrare di meritare il posto che occupano.
Molto più raramente ci si interroga sull’altra faccia della medaglia: l’idea, spesso inconsapevole, che il potere abbia un volto maschile per definizione. Per secoli nessuno si è stupito che consigli comunali, giunte, parlamenti, governi, consigli di amministrazione e tavoli decisionali fossero composti quasi esclusivamente da uomini. Quella situazione veniva considerata naturale, neutrale, meritocratica.
Le quote, in fondo, non hanno introdotto un privilegio femminile. Hanno semplicemente reso visibile un privilegio maschile che esisteva da così tanto tempo da essere diventato invisibile.
La meritocrazia funziona solo quando si parte dalla stessa linea
La meritocrazia è un concetto affascinante e necessario. Il problema nasce quando la si invoca in una gara nella quale alcuni concorrenti partono cento metri avanti agli altri.
Se per decenni le donne hanno avuto meno accesso alle reti di potere, meno opportunità di carriera politica, meno modelli di riferimento e una maggiore pressione sociale legata alla cura della famiglia, è difficile sostenere che il punto di partenza fosse davvero uguale per tutti.
Le quote non garantiscono l’elezione di donne incapaci, come spesso si sente ripetere. Garantiscono piuttosto che donne capaci abbiano la possibilità di essere viste, candidate e scelte.
La meritocrazia non è l’alternativa alla parità. Ne è la naturale conseguenza.
Diciamocelo: rinunciare ai privilegi non piace a nessuno
Che si tratti di politica, lavoro o vita quotidiana, nessuno ama perdere spazio. È umano.
Eppure ogni conquista dei diritti è passata attraverso una redistribuzione di opportunità. Le quote di genere non rappresentano il punto di arrivo e probabilmente non saranno necessarie per sempre. Sono piuttosto una stampella temporanea che serve a correggere una stortura storica.
Il giorno in cui non serviranno più sarà una splendida notizia. Significherà che una bambina che sogna di diventare sindaca, presidente di Regione o presidente del Consiglio non verrà più considerata un’eccezione, ma una possibilità normale quanto quella di qualsiasi suo coetaneo.
Fino ad allora, forse vale la pena ricordare che la parità non sottrae nulla agli uomini. Aggiunge, semplicemente, più democrazia a tutti.
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Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.







