Il maschile inclusivo e l’ignoranza con la A

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Raffaele Vitali
Raffaele Vitali

di Raffaele Vitali*

«Siamo ancora nel tempo del termine maschile inteso come inclusivo». Queste parole le pronunciò nel 2023 l’allora questora di Fermo, Rosa Romano. Una delle prime donne a ricoprire il ruolo apicale all’interno della Polizia, che presenta invece numerose comandanti di reparto.

Sono passati due anni, di progressi ne sono stati fatti pochi. Non tanto perché Giorgia Meloni si fa chiamare ufficialmente il presidente anziché un naturale ‘la presidente’, ma perché c’è una forte opposizione nell’utilizzo dei termini al femminile per quanto riguarda gli incarichi. Pensiamo a sindaca o assessora, parlando di amministrazioni, di architetta, ingegnera o avvocata muovendosi tra alcune professioni.

Su questo tema è intervenuto, con un video in cui chiede al popolo social di valutare il suo operato, l’ex assessore della Regione Marche, oggi consigliere in quota Lega, Andrea Maria Antonini.

Il consigliere regionale Andrea Maria Antonini
Il consigliere regionale Andrea Maria Antonini

Per lui un video in cui con orgoglio spiega il suo “no” alla modifica dello statuto regionale al fine di garantire equilibrio di genere e linguaggio inclusivo. «C’è chi pensa che mettendo una A si possa ottenere la parità. Quando in realtà è una deformazione ideologica da parte di alcuni di una convenzione grammaticale, di uso e tradizione di termine che non hanno mai avuto l’intento di prevaricare alcuno. Ma secondo voi, chi ha scritto gli statuti o la Costituzione, non era inclusivo? Qui si vuole dividere anziché unire» sottolinea nel suo video su Facebook.

Ma è così? La tradizione deve vincere sul cambiamento? Il linguaggio non ha diritto a evolvere? Ma allora saremmo ancora al volgare di Dante. La lingua è l’elemento primario di una comunità, è la prima cosa che la differenzia dal mondo animale.

Attraverso le parole veicoliamo idee, principi, valori. Ed è la lingua che dà dignità alle diversità. Non si tratta di inventare parole, ma di usare le normali regole, con l’utilizzo di forme femminili delle parole o l’utilizzo di parole neutre, che tolgono il ‘dominio’ al maschile quando ci si riferisce a entrambi i generi.

Un esempio banale, quando si usa l’espressione ‘i diritti degli uomini’, inteso come totalità, si può tranquillamente utilizzare ‘i diritti delle persone’. Ma questo fa scandalo, purtroppo nel mondo femminile quanto maschile.

Linguaggio inclusivo



Non può quindi stupire la posizione di Antonini. Perché il ‘maschile inclusivo’ è alla base del nostro linguaggio ma, come ricorda l’Accademia della Crusca, “il suo uso si dovrebbe limitare ai riferimenti interni al fine di non appesantire il testo, mentre si raccomanda di usare la forma maschile e femminile.

Il nodo è che siamo passati da una società che stenta a riconoscere alla donna la possibilità di svolgere professioni di prestigio, perché un tempo riservate agli uomini, a una società che ‘permette’ la professione ma non lo dice. Perché si sceglie di non nominare e se non si nomina non si riconosce l’esistenza di qualcosa.

Come cambiare tutto questo? Educando, partendo dalle scuole, abituando uomini e donne a utilizzare termini al femminile quando la grammatica lo consente, evitando di saltare questo passaggio per arrivare già agli ibridi. La lingua ha i suoi tempi.

L’italiano è una lingua che va ascoltata, fino a che non abituiamo l’orecchio, avremo la percezione dell’errore. Per cui, nonostante il NO di Antonini in Regione (con lui anche Andrea Cardilli di Fratelli d’Italia), il percorso non deve fermarsi. Ma serve collaborazione, a cominciare dalle stesse donne che, ricordo, sono maggioranza nel mondo e anche in Italia (1.2 milioni in più).

Sappiamo tutti che la competenza non ha genere, ma viviamo ancora in una realtà che tende a marginalizzare il pensiero e ruolo femminile. Il genere grammaticale non veicola informazioni di tipo linguistico, va oltre, supera barriere e cambia la società.

È ora di capirlo e impegnarsi. Tutti, perché se la lingua è alla base della vita e del riconoscimento, la apolitica non può nascondere il cambiamento sociale all’interno dell’ordinamento giuridico e quindi quotidiano.

Così eviteremmo di leggere, come accade in un commento sotto il post dell’ex assessore che “ci sono parole che non possono essere declinate al femminile. Perché se si parla di segretaria regionale di un partito, la si identifica come l’ assistente di un professionista. Lei è il Segretario, basta con l’ignoranza”. Ignoranza con la A, visto che il post è di una donna, ahimé.


*Raffaele Vitali, giornalista – direttore www.laprovinciadifermo.com

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Raffaele Vitali

Raffaele Vitali

Direttore responsabile presso laprovinciadifermo.com |  Altri articoli

Giornalista professionista da oltre 20 anni, è cresciuto tra politica estera e basket. Da anni si occupa di cronaca locale, in particolare politica ed economia, ma sempre con uno sguardo più ampio, l’ambizione è renderla glocal.

«Non è il luogo - spiega - ma il contenuto a rendere una notizia interessante, una storia utile da conoscere: l’informazione non ha confini, soprattutto se si muove nel web. Capirlo e farlo capire è la sfida quotidiana».

Gender gap e diritti fanno parte del suo Dna, quando si dice i buoni modelli familiari. «Amo le domande - conclude -  non sempre trovo le risposte. Ma non mi arrendo».

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