Femminismo in pausa
Hannah Neeleman con i suoi figli e figlie

Grembiuli, filtri e dipendenza economica: il femminismo messo in pausa su TikTok

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Un po’ di follower, un po’ di estetica vintage e tutta una tecnologia che mette filtri a “virtù” che una volta si chiamavano “doveri da casa”. Quelli che sui social vengono presentati come trend sono, in realtà, modi nuovi di vendere ruoli di genere vecchi come il mondo. Parliamo delle stay-at-home girlfriend e delle trad wife, due fenomeni che stanno facendo rumore (e visualizzazioni) su TikTok e Instagram, ma dietro le cui immagini perfette ci sono molte ombre che ora qualcuno comincia a notare.

Il trend delle Stay-At-Home Girlfriends

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Una stay-at-home- girlfriend

Partiamo dal primo: la “fidanzata casalinga” o stay-at-home girlfriend. Su TikTok, hashtag come #stayathomegirlfriend hanno raccolto centinaia di milioni di visualizzazioni. Li usano giovani donne che mostrano una routine che sembra rubata da un catalogo anni ’50 aggiornato alle luci led delle cucine moderne. Video in cui si mostra la propria giornata tra yoga, skincare, cappuccini serviti al partner e faccende domestiche sono diventati virali con centinaia di migliaia di like.

Una delle protagoniste del fenomeno è Kendel Kay, tiktoker e modella che ha contribuito a diffondere questa narrazione di cura e dedizione casalinga come aspirazione di vita, con clip della sua giornata in cui coccola il compagno, cucina, rifà il letto e si prende cura di sé come se fosse un rituale sacro.

C’è però un rischio implicito di romanticizzare una dipendenza economica e sociale dal partner, trasformando in lusso una dinamica che storicamente è stata imposta alle donne. Non tutte possono permettersi di non lavorare; poche di queste creator mostrano i retroscena economici reali, spesso provenendo da contesti privilegiate.

Trad Wives: il revival patinato dell’angelo del focolare

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Accanto alle stay-at-home girlfriend sono esplose le trad wives (traditional wives), un fenomeno sociale che va oltre il semplice mostrarsi “casalinga felice”: qui all’estetica retrò si aggiungono valori conservatori e ruoli di genere rigidamente definiti.

Influencer come Hannah Neeleman di Ballerina Farm, con milioni di follower, incarnano questo trend: sforna un foglio dietro l’altro, cucina da zero, indossa abiti vintage, cura l’orto e la casa in un’immagine che richiama le casalinghe di un’era pre-femminista. Secondo molte analisi, questi contenuti non sono neutrali: spesso associano la felicità femminile alla sottomissione domestica e alla cura degli altri a spese delle proprie ambizioni economiche o professionali.

Un altro esempio è Savanna Stone, la 19enne influencer che ha fatto parlare di sé definendosi stay-at-home wife, sostenendo che il ruolo di moglie e madre è più significativo di una carriera e contrappone questa visione alle narrazioni contemporanee.

E in Italia?

In Italia il fenomeno non è esploso con lo stesso marchio globale, ma l’idea di vita domestica patinata non è estranea alle timeline. Ci sono reel che ritraggono routine slow-life casalinghe, spesso legati a stili di vita rurali, “home vibes” o life-style content, ma non c’è un equivalente nazionale di stay-at-home girlfriend o trad wife con milioni di seguaci come negli Stati Uniti o nel Regno Unito.

Molte creator italiane raccontano quotidianità, “morning routine” e contenuti di lifestyle, ma raramente si configurano sotto l’etichetta esplicita di “fidanzata casalinga pagata dal partner”. Il trend in Italia tende piuttosto a fondersi con il slow life, la celebrazione del tempo nella casa e con la famiglia, spesso senza retorica ideologica di ruoli di genere fissi.

Il vero cuore della questione

L’appeal di questi trend è comprensibile in un mondo in cui la stanchezza da lavoro, carriera e competizione ci lascia senza fiato. Tuttavia, vendere l’idea che la perfezione domestica o la dipendenza economica siano sinonimo di felicità rischia di far fare un passo indietro agli sforzi fatti. Celebrano immagini curate, ma spesso con un costo invisibile: l’indipendenza economica e la libertà personale. E quindi anche la scelta di seguire e dare visibilità a determinati trend è indice del doversi prendere delle responsabilità. Perché i like in questo caso non sono neutri: vanno a sottolineare che una certa narrativa, soprattutto in paesi come gli Stati Uniti dove i diritti delle donne vengono erosi ogni giorno, sta prendendo sempre più forza. Ma davvero le gonne anni ‘50, fare il burro a mano e mettere al mondo uno stuolo di figli con un corpo sfinito è una forma di libertà?

O magari qualcuno sta ricostruendo delle gabbie: e anche se ce le arredano nei toni pastello e le riempiono di fiori, sempre gabbie resteranno. Pensiamoci.

Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.

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