Laura Recchioni impegnata nella prima vendemmia a Montegallo, sullo sfondo del Monte Vettore innevato
Laura Recchioni impegnata nella prima vendemmia a Montegallo, sullo sfondo del Monte Vettore innevato

La prima vendemmia di Laura Recchioni, avvocata con una vigna ad alta quota

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Dalla carriera legale a Bologna alle colline incontaminate dei Monti Sibillini, Laura Recchioni ha inseguito un sogno antico: ridare voce al vitigno Pecorino avviando un progetto coraggioso a Montegallo, paese ferito dal terremoto, dove la viticoltura diventa strumento di rinascita territoriale.

La prima vendemmia segna l’inizio di un cammino fatto di sacrificio, resilienza e passione, con un obiettivo preciso: produrre un Pecorino “di quota”, coltivato a 800 metri, capace di raccontare insieme tradizione, innovazione e amore per la terra, che qui custodisce silenziosamente tradizioni millenarie legate, oltre che al vino, anche a leggende e monasteri benedettini.

La riscoperta della viticoltura

Lei è sommelier ma vive e lavora a Bologna, come nasce la sua avventura con il vitigno Pecorino? Ci racconta il momento in cui ha scoperto questo tesoro dimenticato e ha deciso che valeva pena provare a farlo rivivere?

«La passione per il vino e la scoperta di una viticoltura “eroica” nei Monti Sibillini sono all’origine di un progetto che affonda le radici principalmente nella curiosità. Tutto è iniziato nel 2018, quando un articolo raccontava dell’unica vigna di Pecorino di montagna coltivata ad Arquata del Tronto. Da quella lettura è nata l’idea: esplorare i territori vicini per individuare i terreni più adatti a ospitare una nuova vigna in quota, dove clima e altitudine potessero esaltare l’unicità di questo vitigno autoctono».

Qual è stato il momento in cui ha capito che, oltre l’avvocatura, poteva trovare nuovi e potenti stimoli in un vigneto?

«È stato quando ho iniziato a lavorare in vigna. Fare un lavoro manuale, mettere le mani nella terra, sentire il ritmo delle stagioni. Mi ha permesso di liberare lo stress e ritrovare energia. La vigna ci insegna la pazienza, la cura, il rispetto dei tempi naturali: qualità che in città spesso non trovano spazio».

La prima vendemmia di Laura Recchioni
La prima vendemmia

Le sfide di Montegallo, un territorio fragile

Resilienza e radici: nel recuperare il Pecorino, ha dovuto affrontare difficoltà pratiche, economiche e personali, qual è stata la sfida più dura e come l’ha superata?

«Un primo ostacolo ci ha sorpreso l’anno scorso a settembre: eravamo pronti per la prima vendemmia ma l’intrusione della fauna selvatica del territorio ha raccolto l’uva prima di noi. In generale, la sfida più grande è stata confrontarsi con un territorio fragile come Montegallo: un paese duramente colpito dal terremoto, con case abbandonate, strade deserte e una comunità ridotta dove tutto procede lentamente. In questo contesto, lavorare in vigna può sembrare isolante. Ma proprio questa difficoltà amplifica il senso del progetto: coltivare la terra qui significa portare vita, cura e bellezza in un luogo che ha voglia e bisogno di rinascere».

Che cosa le hanno insegnato i vigneti delle Marche, non solo come produttrice di vino, ma come donna che ha scelto di rimettere le mani nella terra?

«Mi hanno insegnato che la resilienza è femminile, come la terra. Lavorare secondo i principi della biodinamica, senza concimi chimici, significa rispettare l’equilibrio naturale e fidarsi del tempo. Ogni grappolo raccolto è il simbolo di un impegno costante, ma anche di una fiducia che si rinnova. È un ritorno alle radici che mi ha reso più forte e più consapevole».

Empowerment e coraggio: la sua storia parla di passione e determinazione femminile. Quale messaggio sente di voler dare alle donne che hanno un sogno, ma temono di inseguirlo?


«Direi loro di ascoltare la propria voce interiore e non lasciarsi frenare da nessuno né tantomeno dalla paura. La passione, quando è autentica, diventa sempre bussola che indica la direzione giusta».

Laura Recchioni in vigna a Montegallo
Laura Recchioni in vigna

Il futuro del vitigno Pecorino in quota


Conclusa l’ultima vendemmia, come è andata?

«È stata un’emozione intensa, un passo iniziale di un viaggio che sarà lungo e impegnativo. È stato anche un momento di condivisione: abbiamo incontrato altre storie di coraggio. Come una donna che ha piantato lavanda a Montegallo: esperienze diverse, ma unite dall’amore per la montagna e dalla volontà di innovare, coltivando identità e bellezza».

Che storia sogna per il vino e quali progetti ha in mente?


«Il nostro sogno è chiaro: riscopriamo il Pecorino in quota. A 800 metri di altitudine, dove le escursioni termiche ed i terreni montani e rocciosi temprano la vite donando acidità vivace, aromi intensi e complessità uniche. Vogliamo produrre un vino da grandi affinamenti, che sarà pronto solo tra tre o quattro anni. È un progetto che richiede pazienza, cura e dedizione, ma che rappresenta l’unione perfetta di tradizione e innovazione. Il nostro obiettivo non è solo fare vino, ma raccontare un territorio, ridare voce a un’identità e, nel farlo, contribuire a una rinascita collettiva».

Se dovesse descrivere il suo vino con tre parole quali sarebbero?

«Tenace, fresco e sapido».

Claudia Brattini, farmacista con specializzazione in nutrizione e chimica degli alimenti, laureata in Scienze della Nutrizione. È Giornalista pubblicista e si occupa di comunicazione nel mondo della salute. Ha conseguito un master in Comunicazione della Salute & Digital Marketing Sanitario, Giornalismo e Data
Journalism organizzato dal Corriere della Sera. È autrice del libro di cucina per bambini "Gustosissimo, favole ricette ed emozioni da impastare".

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