Uguali nella diversità: se la donna deve fare l’uomo, il sistema fallisce

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Raffaele Vitali
Raffaele Vitali


di Raffaele Vitali

C’è un valore che viene troppo spesso messo da parte ed è quello della differenza.

Una parola che può essere declinata in tanti modi, ma che non deve mai essere utilizzata in maniera negativa. Come accade, con la differenza che diventa quell’altro da me che non riconosco, non rispetto, non accetto.

Invece, valorizzare la differenza significa partire dall’essere uguali nella diversità. Tanto più questo concetto vale quando si parla dell’universo femminile, di uomini e donne.

Per raggiungere l’obiettivo, però, bisogna lavorare su entrambi i protagonisti. L’uomo, che ha costruito un mondo in cui quella che è la vera unicità della donna, la maternità, è vissuta come un peso, se non un dovere. La donna, che per difesa tende a omologarsi sul sesso maschile per vedersi riconosciuta spazi e ruoli.

Se pensiamo al mondo del lavoro, l’uguaglianza è ancora più lontana, l’orizzonte non si avvicina mai. E questo per il senso che si dà alla stessa parola lavoro. Abbinata all’uomo è quasi sacrale e ha al suo interno un secondo termine, che è carriera. Letta vicino a donna, diventa conciliazione. Perché alla donna è chiesto di più.

Tutto questo incide poi sulle menti, sulle scelte, sul pensiero e si torna a quella omologazione di fondo che punta sull’uguaglianza ma non sulla valorizzazione della differenza. E allora, torno alla maternità come iato inziale.

Se la donna per essere valorizzata deve fare l’uomo e rinunciare alla sua unicità, il sistema fallisce. Si spiega così poi il fatto che le donne, una volta ai vertici, non incidono sulle politiche aziendali, o statali.

Perché temono di essere accusate di non voler fare, di volersi differenziare, quando invece semplicemente valorizzerebbero, con norme e indicazioni, l’uguale diversità.

Può sembrare intricato, complesso, ma è molto più semplice di quello che si pensi. Se non si cambia la routine, se non si va oltre il pensiero comune e radicato, in questo caso tra l’altro limitato più che sbagliato, non si cresce.

Vale anche per la lingua, per quell’italiano che si ha paura di modificare. “Declinare sindaco al femminile è brutto, sembra una forzatura” è il commento più comune. È questo il problema, la diversità non è l’in più, ma sostanza. E senza impegno non si cambia.

La lingua italiana va ascoltata e quindi digerita. Su questo l’informazione, soprattutto televisiva che impatta sull’ascolto, ha un ruolo didattico e deve riscoprirlo senza scomodare il maestro Manzi.

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Ma se il piatto resta vuoto, se non c’è impegno a cominciare dal mondo femminile che preferisce la ‘o’ alla ‘a’, dove utilizzabile senza forzature contra lingua, sorridiamo amaramente quando ordinando una candela su Amazon ti appare la scritta “regalo perfetto per donne“, un po’ come quel ferro da stiro che poi ogni uomo, volente o nolente, prima o poi invece dovrà imparare a usare.

Raffaele Vitali

Raffaele Vitali

Direttore responsabile presso laprovinciadifermo.com |  Altri articoli

Giornalista professionista da oltre 20 anni, è cresciuto tra politica estera e basket. Da anni si occupa di cronaca locale, in particolare politica ed economia, ma sempre con uno sguardo più ampio, l’ambizione è renderla glocal.

«Non è il luogo - spiega - ma il contenuto a rendere una notizia interessante, una storia utile da conoscere: l’informazione non ha confini, soprattutto se si muove nel web. Capirlo e farlo capire è la sfida quotidiana».

Gender gap e diritti fanno parte del suo Dna, quando si dice i buoni modelli familiari. «Amo le domande - conclude -  non sempre trovo le risposte. Ma non mi arrendo».

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