Ministra Roccella, non stiamo chiedendo agli uomini di partorire

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Il congedo di paternità in Italia dura appena dieci giorni, mentre il costo della genitorialità continua a ricadere soprattutto sulle donne. Tra lavoro di cura, rinunce professionali, part-time e dimissioni, i dati mostrano una disuguaglianza che non ha nulla di biologico

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C’è qualcosa di profondamente irritante nel modo in cui, ogni volta che si prova a parlare seriamente di congedi paritari, la discussione viene riportata sulla differenza biologica tra uomini e donne, come se che qualcuno volesse sostenere che un padre possa partorire o allattare.

Lo ha fatto ancora una volta la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella che, intervistata da La Stampa il 1° ottobre, parlando del congedo paritario obbligatorio ha spiegato: «A me non piacciono gli obblighi, specie quelli che entrano nelle relazioni». E ha aggiunto che, se la genitorialità resta uno svantaggio, suddividerlo tra uomini e donne non risolverebbe il problema ma, secondo lei, rischierebbe addirittura di moltiplicarlo.

Qualche mese prima, parlando dello stesso argomento, Roccella aveva ricordato che tra madre e padre esiste una differenza biologica (grazie!), perché le donne affrontano gravidanza, parto e allattamento: ma noi sappiamo già che è così…e quindi perché continuiamo a ripeterlo?

Infatti qui nessuno sta chiedendo agli uomini di partorire. Quello che stiamo chiedendo è perché, una volta nato quel bambino, debba continuare a essere considerato prevalentemente un problema organizzativo della madre.

Il congedo obbligatorio in Italia

In Italia un padre lavoratore dipendente ha diritto a dieci giorni di congedo obbligatorio, retribuiti al 100%. Dieci giorni lavorativi, che possono essere utilizzati nel periodo compreso tra i due mesi precedenti la nascita e i cinque successivi. L’INPS spiega che questo congedo esiste proprio per favorire «una più equa ripartizione della responsabilità genitoriale».

Dieci giorni 150 giorni (quelli presenti in 5 mesi): all’incirca il 6,5 % …peccato che per arrivare al totale manchi il 93, 5%.

Nella stragrande maggioranza dei casi, accade quello che conosciamo benissimo: il padre torna al lavoro, mentre la madre resta fuori più a lungo; lei impara gli orari, le visite, i ritmi, le necessità di quel bambino e facendo questo diventa inevitabilmente il genitore che gestisce più cose…e proprio perché le gestisce, sarà anche quello che nel tempo continuerà a gestirle.

Madre Natura non ha inciso nel DNA di noi madri l’orario del pediatra o la password del registro elettronico, però se le disuguaglianze vengono ripetute abbastanza a lungo, a un certo punto riescono perfino a sembrarci naturali. Ed è questa la parte che dovrebbe interessare un Ministero che, oltre alla Famiglia e alla Natalità, porta nel proprio nome anche le Pari Opportunità.

Lo svantaggio non è affatto suddiviso

La Ministra sostiene che suddividere lo svantaggio della genitorialità non sia la soluzione.

Il punto, però, è che oggi quello svantaggio non è suddiviso per niente. Secondo i dati Istat pubblicati appena pochi giorni fa, nelle coppie in cui entrambi lavorano e hanno tra 25 e 64 anni, le donne dedicano al lavoro domestico e di cura 2 ore e 22 minuti al giorno in più degli uomini.

Due ore e ventidue minuti.

Ogni giorno.

E, sempre secondo l’iIstat, anche quando entrambi i partner hanno un’occupazione, le donne continuano a svolgere il 68,9% del lavoro familiare complessivo.

A questo punto possiamo certamente continuare a discutere della meravigliosa complementarità dei sessi, della specificità femminile e dei corpi generativi. Poi però qualcuno deve lavare la tutina, prenotare la visita dal pediatra, andare a prendere il bambino all’asilo alle quattro del pomeriggio e restare a casa quando la scuola telefona perché ha trentanove di febbre.

E, statisticamente, quel qualcuno continua a essere molto più spesso una donna.

Il problema del congedo paritario nasce esattamente qui: non dal desiderio surreale di cancellare la differenza tra un uomo e una donna, ma dal tentativo molto concreto di evitare che dalla differenza biologica discenda automaticamente una disuguaglianza sociale ed economica.

Perché una donna affronta la gravidanza: ma non c’è nessuna ragione biologica per cui, dieci anni dopo quella gravidanza, debba essere ancora lei quella che lavora part time per riuscire ad accompagnare il figlio agli allenamenti.

Essere madri continua ad avere un prezzo sul lavoro

Quando smettiamo di parlare per principi astratti e guardiamo i numeri, la situazione diventa ingisustificaebile. Nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era del 58,1%. Per le donne della stessa età senza figli era del 77,4%.

Sono quasi venti punti percentuali di differenza.

Ora possiamo chiamarla maternità, scelta, organizzazione familiare, libertà individuale, vocazione alla cura o come preferiamo. Resta il fatto che, quando arriva un figlio, la partecipazione al lavoro delle donne cambia enormemente, mentre quella degli uomini molto meno.

Nel 2025 sono stati registrati in Italia 59.770 provvedimenti di convalida di dimissioni o risoluzioni consensuali di genitori lavoratori con figli piccoli: di questi, 40.628 riguardavano madri e 19.142 padri. Il 68% erano donne.

Questo non significa, naturalmente, che tutte quelle donne abbiano lasciato il lavoro esclusivamente per occuparsi dei figli, ma significa che, ancora oggi, quando la nascita di un bambino si interseca con l’organizzazione del lavoro e della famiglia, ha conseguenze profondamente diverse per uomini e donne. Quindi possiamo anche sostenere che lo Stato non debba mettere troppi obblighi dentro le relazioni private, ma dovremmo contemporaneamente chiederci quanti obblighi non scritti siano già entrati nelle nostre case senza che nessuno li abbia mai votati in Parlamento.

L’obbligo implicito per cui, se qualcuno deve ridurre l’orario di lavoro, normalmente sarà lei.

Se qualcuno deve rinunciare a un incarico perché non compatibile con gli orari familiari, più facilmente sarà lei.

Se qualcuno deve prendere il permesso perché il bambino è malato, molto spesso sarà lei.

Se due stipendi sono differenti e bisogna decidere quale dei due sacrificare, frequentemente sarà quello più basso, che guarda caso appartiene già più spesso alla donna.

I padri, tra l’altro, quei dieci giorni non li prendono neppure tutti

C’è poi un altro dato interessante, perché dimostra quanto sia ingenuo pensare che basti offrire una possibilità perché uomini e donne la utilizzino nello stesso modo. Nel 2024 sono stati 181.777 i padri che hanno usufruito del congedo obbligatorio di paternità, poco più del 64% dei potenziali beneficiari. Significa che circa un padre su tre non ha utilizzato neppure quei dieci giorni.

E la fruizione è maggiore tra chi ha un lavoro stabile, un contratto a tempo pieno e vive nel Nord del Paese. Ecco perché gli obblighi, qualche volta, esistono, perché i diritti sociali non funzionano sempre se vengono semplicemente depositati sul tavolo accompagnati dalla frase “poi fate voi”. Se una cultura considera ancora normale che sia soprattutto la madre a occuparsi dei figli, lasciare completamente alle famiglie la redistribuzione del lavoro di cura significa spesso ottenere esattamente il risultato che abbiamo già.

E poi c’è la natalità

Naturalmente tutto questo accade mentre continuiamo a discutere ossessivamente del fatto che in Italia non nascano più bambini. Nel 2025 ne sono nati circa 355 mila, 15 mila in meno dell’anno precedente, mentre il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo storico.

Ogni pochi mesi organizziamo un convegno sulla natalità, un tavolo sulla natalità, una conferenza sulla natalità, una campagna sulla natalità. Forse, prima o poi, potremmo provare qualcosa di rivoluzionario: chiedere alle donne quanto costa diventare madri. Quanto costa in contributi previdenziali, promozioni perse, part time, disponibilità richiesta, energie, tempo e autonomia economica. Perché possiamo parlare quanto vogliamo della bellezza della famiglia e della maternità, ma se continuiamo a costruire un sistema nel quale avere un figlio espone una donna a un rischio professionale molto superiore rispetto all’uomo con cui quel figlio lo ha avuto, forse il problema non è che le italiane abbiano improvvisamente smesso di comprendere la gioia della maternità.

Forse hanno compreso benissimo anche tutto il resto.

Ed è per questo che trovo curioso sostenere che rendere più equilibrati i congedi significhi semplicemente “suddividere uno svantaggio”…Perché uno svantaggio suddiviso tra due persone si chiama responsabilità condivisa. Uno svantaggio che continua invece a ricadere prevalentemente su una delle due ha un altro nome: e si chiama disuguaglianza.

La gravidanza è biologica,.Che sia ancora prevalentemente una donna a rinunciare al lavoro, ridurre il proprio reddito, occuparsi della casa e organizzare la vita dei figli, invece, non lo è affatto.

Quella è una scelta sociale. E soprattutto, è una scelta politica.

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Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.

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