L’oscurità avanza: chi guadagna dall’odio contro le donne?

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Influencer e politici usano gli strumenti digitali per evitare il dialogo. Nessun diritto è garantito per sempre se non lo difendiamo, e i diritti delle donne non riguardano solo loro, ma la qualità della nostra democrazia, la libertà delle future generazioni e il tipo di società nella quale scegliamo di vivere

Tempo di lettura: 9 minuti

Ci sono momenti della storia nei quali i diritti avanzano perché la società riesce a riconoscere nuove forme di uguaglianza e di giustizia. Esistono però anche periodi nei quali quelle stesse conquiste, che sembravano ormai consolidate, vengono improvvisamente rimesse in discussione, come se fossero privilegi concessi e non diritti acquisiti.

L’Italia sta attraversando una fase che merita attenzione perché, sebbene nessuna legge abbia cancellato formalmente le conquiste ottenute dalle donne nel corso degli ultimi decenni, il clima culturale che si respira nel dibattito pubblico appare sempre più ostile verso chi rivendica parità, rispetto e riconoscimento.

Mentre cresce la presenza femminile in molti ambiti professionali e istituzionali, aumenta infatti anche il numero di coloro che sostengono che il problema delle discriminazioni sia stato ormai superato e che, di conseguenza, non vi sia più alcuna necessità di continuare a parlare di diritti delle donne: anzi, che sono gli uomini, vessati dai troppi diritti delle donne, ad essere in pericolo.

Si tratta di una narrazione tanto rassicurante quanto pericolosa, perché rischia di rendere invisibili le difficoltà che milioni di donne continuano a incontrare nella vita quotidiana.

L’odio online che si trasforma in cultura

esempio di odio contro le donne incel
(Immagine tratta dalla pagina FB “Ok Incel” che condanna questo tipo di contenuti)

Se un tempo le piazze rappresentavano il luogo principale del confronto politico e sociale, oggi quel ruolo è stato assunto in larga parte dai social network, dove milioni di persone si incontrano, discutono e si informano.

Proprio per questo motivo, ciò che accade online non può essere considerato meno importante di ciò che accade nella vita reale.

Quando una giornalista viene sommersa di insulti per avere espresso un’opinione, quando una donna che denuncia una violenza viene accusata di cercare visibilità o quando una professionista viene giudicata più per il suo aspetto fisico che per le sue competenze, non ci troviamo di fronte a semplici episodi isolati. Ci troviamo davanti a un fenomeno culturale che, poiché si ripete quotidianamente, finisce per apparire normale.

Molte donne imparano a convivere con gli attacchi. Altre decidono di limitare la propria presenza online. Alcune scelgono addirittura di non intervenire più nel dibattito pubblico perché sanno che, indipendentemente da ciò che diranno, verranno giudicate, derise o insultate.

Eppure una democrazia si indebolisce ogni volta che qualcuno rinuncia a parlare per paura delle conseguenze.

Il business dell’indignazione

A rendere il quadro ancora più preoccupante è il fatto che l’ostilità nei confronti delle donne non nasca sempre spontaneamente, ma venga spesso alimentata da chi ha compreso quanto la rabbia e la contrapposizione possano trasformarsi in strumenti efficaci di visibilità e consenso.

Mentre i social network premiano i contenuti che generano reazioni immediate, alcuni politici, influencer e opinionisti scelgono di costruire la propria popolarità attraverso messaggi provocatori che, pur presentandosi come semplici opinioni, finiscono per legittimare stereotipi, discriminazioni e forme di disprezzo nei confronti delle donne.

Poiché la complessità richiede tempo e approfondimento, mentre lo scontro produce clic e condivisioni, il dibattito pubblico viene sempre più spesso ridotto a slogan che individuano un nemico da combattere.

E poiché il femminismo continua a rappresentare una richiesta di cambiamento culturale, esso diventa un bersaglio particolarmente conveniente per chi desidera raccogliere consenso facendo leva sulle paure e sul malcontento.

Così accade che le donne che denunciano violenze vengano accusate di vittimismo, che chi rivendica pari opportunità venga descritto come ideologico e che ogni richiesta di maggiore giustizia sociale venga trasformata in una presunta minaccia ai diritti degli uomini.

Sebbene molti di questi messaggi vengano presentati come semplici provocazioni, il loro effetto concreto è quello di normalizzare un clima culturale nel quale il rispetto lascia progressivamente spazio alla derisione e nel quale il confronto democratico viene sostituito dalla logica dello scontro permanente.

Mentre alcuni raccolgono voti, follower, visibilità mediatica e soldi, cresce infatti una cultura che, anziché favorire il dialogo, alimenta la sfiducia reciproca e rende sempre più difficile riconoscere come legittime le richieste di milioni di donne.

La falsa convinzione che la parità sia stata raggiunta

Uno degli argomenti che vengono utilizzati più frequentemente da chi contesta le battaglie per la parità di genere consiste nell’affermare che tale parità sia ormai una realtà e che, pertanto, continuare a parlarne rappresenti una forma di vittimismo.

Tuttavia, se si osservano con attenzione i dati relativi all’occupazione, alle retribuzioni, alla presenza nei ruoli decisionali e alla distribuzione del lavoro di cura, emerge un quadro molto diverso da quello che alcuni vorrebbero raccontare.

Sebbene le donne abbiano conquistato spazi importanti, continuano infatti a essere sottorappresentate nei luoghi in cui si prendono le decisioni. Sebbene abbiano raggiunto livelli di istruzione spesso superiori a quelli maschili, incontrano ancora ostacoli che rallentano la loro crescita professionale. Sebbene lavorino fuori casa quanto gli uomini, continuano a sostenere gran parte delle responsabilità familiari.

Ignorare queste realtà significa non voler vedere ciò che accade.

Difendere i diritti delle donne non significa chiedere privilegi. Significa chiedere che opportunità, tutele e rispetto siano realmente accessibili a tutti.

Come dialogare con chi non riconosce i diritti delle donne

La domanda che molte persone si pongono è come sia possibile confrontarsi con chi nega l’esistenza delle discriminazioni o minimizza la gravità della violenza di genere. La risposta non è semplice, soprattutto perché chi si sente continuamente messo in discussione può essere tentato di reagire con rabbia (come per esempio nella scrittura di questo articolo).

Tuttavia, se l’obiettivo è quello di costruire consapevolezza, è necessario distinguere tra chi cerca sinceramente un confronto e chi utilizza il conflitto soltanto per provocare.

Quando esiste una reale disponibilità all’ascolto, può essere utile partire dalle esperienze concrete, perché le storie spesso riescono a rendere visibili problemi che le statistiche, da sole, non riescono a raccontare.

Quando invece ci si trova davanti a chi rifiuta qualsiasi argomentazione e trasforma ogni discussione in uno scontro ideologico, è importante comprendere che non tutte le battaglie devono essere combattute.

Ciò che conta è continuare a portare nel dibattito pubblico esempi, dati, testimonianze e riflessioni che possano aiutare le persone a guardare la realtà da prospettive diverse (come noi di Donnemente cerchiamo di fare ogni giorno).

Nessun diritto è garantito per sempre: parola di Vannacci

vannacci odio contro le donne

La storia insegna che nessuna conquista è irreversibile.

I diritti che oggi consideriamo normali esistono perché qualcuno, prima di noi, ha deciso di metterli in discussione quando non esistevano e di difenderli quando venivano attaccati.

Per questo motivo l’oscurità non arriva all’improvviso. Arriva lentamente mentre i diritti vengono a poco a poco cancellati con la scusa di proteggere qualcuno o qualcosa: il libro “Il Racconto dell’Ancella”, è sicuramente un esempio perfetto di narrazione di questa sottrazione di diritti, di cui purtroppo spesso si arriva a prendere coscienza quando è troppo tardi.

È così che si costruisce un arretramento culturale: non servono eventi clamorosi, ma bastano parole ripetute ogni giorno, attraverso messaggi condivisi migliaia di volte e attraverso un clima nel quale il rispetto viene progressivamente sostituito dalla contrapposizione.


È in questo contesto che le ultime posizioni di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale non possono essere liquidate come semplice folklore provocatorio.

Nel giro di poche settimane abbiamo sentito sostenere che il femminicidio non dovrebbe esistere come fattispecie autonoma, che il “patriarcato mediterraneo” andrebbe protetto e che servirebbero “maschi forti” chiamati a proteggere le donne; e, nella nuova parte del programma pubblicata il 24 agosto, che “l’aborto non è un diritto”, insieme al riconoscimento giuridico del concepito, alla proposta di abrogare le unioni civili e a limitazioni per i contenuti definiti gender e omosessuali in televisione.

Si può discutere ogni singola proposta, essere d’accordo o contrari, ma quando il consenso si costruisce indicando continuamente diritti da togliere e persone da zittire, non basta sentirsi fuori dal bersaglio.

È la logica del bullo: sceglie una vittima, la isola e la annienta. Chi pensa “non riguarda me” commette l’errore più antico, perché un potere che scopre di poter restringere la libertà di una categoria senza incontrare resistenza non si ferma più.

Non sei al sicuro perché il bullo ha scelto qualcun altro: sei soltanto più indietro nella fila.

Se vogliamo evitare che questo accada, non basta indignarsi.

Occorre informarsi, studiare, educare le nuove generazioni al rispetto, difendere il valore delle differenze e continuare a occupare gli spazi pubblici con una voce capace di costruire invece che distruggere.

Perché i diritti delle donne non riguardano soltanto le donne, come ripetiamo sempre: riguardano la qualità della nostra democrazia, la libertà delle future generazioni e il tipo di società nella quale scegliamo di vivere noi e far vivere i nostri figli e le nostre figlie.

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Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.

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