«Da soli non ce la facciamo più»: il lavoro invisibile della cura ha ancora il volto delle donne
La campagna nata sui social riporta al centro dell’attenzione la solitudine dei caregiver. In Italia milioni di persone tengono in piedi, gratuitamente, una parte essenziale del welfare. Molto spesso sono donne. E chiamarle “eroine” non basta più.
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Ci sono frasi che non dovrebbero mai diventare un testamento. «Da soli non ce la facciamo più» è una di queste.
Mentre le indagini sono ancora in corso per ricostruire con esattezza la dinamica dell’omicidio suicidio di Pietralata che ha coinvolto una intera famiglia (sono morti per omicidio-suicidio papà, mamma, la loro figlia con disabilità e il cane di casa), quelle parole hanno attraversato il Paese e raggiunto migliaia di famiglie che le conoscono fin troppo bene, perché sperimentano ogni giorno la fatica e la frustrazione di chiedere aiuto e non ricevere nulla.
Sui social, la Rete Caregiver e Disabilità Italia ha trasformato quella frase in un flash mob virtuale: fotografie di madri, padri, figlie e figli accompagnate dalla scritta «Da soli non ce la facciamo più». Non una ricerca di compassione, ma una richiesta politica: servizi, sollievo, continuità assistenziale, dignità.
Dodici milioni di persone che tengono in piedi il Paese
Secondo i dati Istat più recenti, in Italia oltre 12 milioni di adulti (quasi una persona su quattro) prestano gratuitamente aiuto a parenti, amici o vicini: accompagnano alle visite, gestiscono farmaci e pratiche burocratiche, preparano i pasti, aiutano nell’igiene, fanno compagnia, sorvegliano, organizzano la vita degli altri.

Tra loro, 4,4 milioni convivono con il familiare assistito. Le donne forniscono aiuto più frequentemente degli uomini: il 21,7% contro il 17%. Se si restringe lo sguardo ai circa 7 milioni di caregiver che assistono con regolarità un familiare con disabilità o malattia cronica, le stime più citate indicano che circa il 75% è composto da donne.
Sono madri, mogli, compagne, figlie, sorelle. Spesso appartengono alla cosiddetta “generazione sandwich”: crescono i figli, assistono genitori anziani o altri familiari fragili e, nel frattempo, cercano di conservare un lavoro, un reddito, una relazione, perfino il diritto di ammalarsi o di dormire.
È evidente che l’Italia affida una parte enorme dell’assistenza gratuita alle famiglie e dentro le famiglie, soprattutto alle donne.
Non è una vocazione femminile
Alle donne viene ancora attribuita una misteriosa competenza naturale per la cura. Come se sapessero istintivamente cambiare una medicazione, sollevare un corpo adulto, decifrare una prescrizione e per loro restare sveglie di notte fosse normale amministrazione. Come se la pazienza fosse un organo femminile e la rinuncia una forma d’amore.

Ma la cura non ricade sulle donne perché le donne siano “più portate”. Ricade su di loro perché per secoli è stata considerata un dovere femminile, gratuito e inesauribile. Quando manca un servizio, qualcuno deve coprire quel vuoto. Quel qualcuno, nella maggioranza dei casi, ha ancora il volto di una donna.
Non pensiamo solo ad un prezzo emotivo, perché nel gruppo di Facebook citato in precedenza, dove adesso centinaia di persone raccontano la loro storia, si susseguono le narrazioni di donne che raccontano di aver lasciato il lavoro, l’università e anche la scuola superiore per diventare cargiver a tempo pieno di un familiare.
Chi può, lavora meno ore ma non può comunque avere carriere impegnative. Ovviamente ne risente l’economia della famiglia, la futura sicurezza di avere una pensione, per non parlare della salute fisica.
“Sei una guerriera” non è una politica sociale
I caregiver vengono chiamati angeli, eroi, guerrieri. Sono parole nate spesso dall’affetto, ma possono diventare una trappola. Se sei un’eroina, puoi resistere ancora. Se sei una madre coraggio, non hai bisogno di riposare. Se lo fai per amore, chiedere denaro o servizi sembra quasi sporcare quel sentimento.

Ma l’amore non sostituisce un operatore domiciliare e la forza non concede una notte di sonno.
Nel 2026 il disegno di legge per il riconoscimento e il sostegno dei caregiver familiari ha proseguito il suo iter alla Camera. È un passaggio importante, ma al momento resta un provvedimento in discussione, mentre la vita delle famiglie non può essere sospesa in attesa dei tempi parlamentari.
Il riconoscimento giuridico dovrà trasformarsi in diritti realmente accessibili: sostegno psicologico, tutele lavorative e previdenziali, servizi uniformi sul territorio e progetti credibili per il “dopo di noi”, incubo innominabile di genitori che invecchiano e pensano al futuro dei figli con disabilità.
Una questione femminista, quindi collettiva
Parlare delle caregiver su Donnemente non significa sottrarre spazio agli uomini che assistono e soffrono. Significa vedere una disuguaglianza precisa: quando il welfare arretra, il suo posto viene occupato dal tempo delle donne.
Per questo la cura è una questione femminista: perché non deve più essere imposta quasi automaticamente a loro. E non è nemmeno un problema che riguarda soltanto le famiglie con una persona disabile: riguarda il modello di società che scegliamo. Essa può decidere che la fragilità sia una faccenda domestica da chiudere dietro una porta, oppure può riconoscere che la malattia e la disabilità fanno parte della vita umana e richiedono una responsabilità condivisa.
La campagna «Da soli non ce la facciamo più» non vuole chiedere pietà ma luce. Vuole che le porte della consapevolezza in chi governa vengano aperte prima che sia troppo tardi. Domanda che una madre possa essere anche una donna e una persona stanca senza sentirsi colpevole. Domanda che chi assiste possa dire “oggi non ce la faccio” senza temere che tutto crolli, perché qualcun altro come un servizio, una comunità, lo Stato è pronto a esserci.
Basta celebrare eroine silenziose. Dobbiamo lavorare affinchè nessuna donna sia più costretta a diventarlo per sopravvivere e far sopravvivere chi ama.
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Scrittrice, blogger digital strategist. Laureata in Scienze della Comunicazione, è fondatrice del blog “C'era una mamma”, dove racconta con ironia e autenticità il mondo della maternità e della crescita personale. Autrice di libri come “C’era una mamma – Una vita quasi da favola” e “La mia amica Guty” (favola ecologica per bambini) e formatrice, ha ideato progetti educativi su cittadinanza digitale e lotta al bullismo e parità di genere. Oltre alla scrittura, è un’attivista che ricopre il ruolo di presidente di CNA Impresa Donna Marche e Macerata, impegnata nella promozione dell’imprenditoria femminile e nell’empowerment delle donne italiane.







