Violenza e adolescenti: Zoe Trinchero nel vuoto del “saper sentire”

Condividi:

Tempo di lettura stimato: 10 minuti

Gaia Bonomelli
Gaia Bonomelli

di Gaia Bonomelli

Gli adolescenti sanno cosa sono gaslighting e patriarcato, elencano red flags e riconoscono, almeno sulla carta, i segnali del love bombing. Eppure, quando la teoria si scontra con la realtà, come nel recente femminicidio di Zoe Trinchero, uccisa e gettata in un canale nell’astigiano da un coetaneo che non accettava un rifiuto, questa consapevolezza sembra sgretolarsi.

Sette italiani su dieci vogliono l’educazione affettiva obbligatoria

Il caso di Trinchero è solo l’ultimo di una serie di violenze che coinvolgono i giovanissimi; dalla quattordicenne Martina Carbonaro, uccisa a maggio 2025 dall’ex diciannovenne che dichiarò “l’ho fatto perché mi aveva lasciato”, alla ventiduenne Sara Campanella, uccisa da un compagno di università con cui non voleva avere alcun tipo di legame. Siamo di fronte a una generazione che sa etichettare la violenza, ma non ha ancora gli strumenti per gestire le emozioni senza distruggere o distruggersi.

In questo scenario, la scuola resta il principale spazio in cui può avvenire un confronto. Nonostante il Ministero all’istruzione rivendichi come il 90% degli istituti abbia già attivato percorsi sul rispetto (con benefici rilevati nel 70% dei casi), i dati di WeWorld sottolineano che per il 40% degli studenti l’informazione ricevuta tra i banchi sia ancora insufficiente o del tutto assente.

La domanda però è altissima: il sondaggio Coop-Nomisma rivela che 7 italiani su 10 vorrebbero l’educazione alle relazioni come materia obbligatoria, ma la risposta del governo sembra mettere un freno. Il disegno di legge approvato il 16 ottobre 2025 introduce l’obbligo di un consenso dei genitori per qualsiasi attività legata alla sfera sessuale e affettiva. Una scelta difesa dal ministro Valditara in nome del “primato educativo delle famiglie”, ma che per otto Ordini regionali degli psicologi rappresenterebbe un “pericoloso ostacolo allo sviluppo relazionale”.

Save the Children: un adolescente su quattro minacciato dal partner

Come se ciò non bastasse, alla vigilia di San Valentino, i dati del rapporto “Stavo solo scherzando” di Save the Children confermano come la violenza e il controllo tra i giovani siano normalizzati. Un adolescente su quattro ha subito minacce dal partner e il linguaggio violento è la norma per uno su tre. In questo contesto, sono le ragazze a pagare il prezzo più alto: il 70% si sente in pericolo per strada e quasi la metà evita i mezzi pubblici la sera. Numeri che trovano conferma nelle statistiche Istat, secondo cui il 37,6% delle giovani tra i 16 e i 24 anni ha subito violenza fisica o sessuale negli ultimi cinque anni.

Elisa Bastiani
Elisa Bastiani

In questa intervista botta e risposta, la psicologa Elisa Bastiani, che svolge percorsi di educazione alla sessualità e all’affettività da oltre 15 anni nelle scuole, analizza il cortocircuito emotivo degli adolescenti: come possiamo trasformare le definizioni date in classe in una reale capacità di gestire il rifiuto e la complessità dei sentimenti?

Il paradosso: molta teoria, poca pratica


Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin abbiamo assistito a una mobilitazione senza precedenti. Oggi, di fronte al caso di Zoe Trinchero, la sensazione è di essere tornati al punto di partenza con gli adolescenti?

«Oggi i ragazzi hanno maggiori informazioni e conoscenze riguardo ai segnali di una relazione non equilibrata o pericolosa grazie anche alla maggiore esposizione mediatica. Questa conoscenza, però, non sempre si traduce in competenze emotive e relazionali concrete: molti ragazzi, pur conoscendo concetti e segnali a livello teorico, faticano a identificarli quando sono coinvolti personalmente e non sono in grado di gestire le emozioni intense che ne derivano, come il dolore del rifiuto, la gelosia, la frustrazione o la sofferenza legata a una separazione».

Ci può fare degli esempi concreti?

«A volte capita che alcuni adolescenti vivano relazioni in cui sono presenti comportamenti aggressivi o manipolatori che vengono minimizzati o giustificati perché l’intensità dell’esperienza emotiva spesso riduce la capacità di valutare la situazione in modo lucido e oggettivo. Esistono inoltre ancora oggi tra i giovani alcune credenze romantiche disfunzionali, come l’idea che la gelosia sia una prova d’amore, che l’insistenza dimostri interesse autentico o che la sofferenza sia inevitabilmente parte di un legame profondo. In questi casi, i comportamenti di controllo, il bisogno costante di rassicurazione o le difficoltà a rispettare i confini personali dell’altro rischiano di essere interpretate come segnali d’amore anziché come possibili campanelli d’allarme di relazioni poco sane».

Come “integrare” l’alfabeto emotivo


Come si fa a passare concretamente alla pratica?

«Il passaggio avviene quando le informazioni non restano solo conoscenze ma hanno la possibilità di essere elaborate, ragionate, discusse e vissute. I ragazzi hanno bisogno di contesti relazionali reali in cui allenarsi, sperimentare il limite, confrontarsi con la vulnerabilità e imparare gradualmente a trasformare ciò che provano in comportamenti consapevoli».

Il report di Save The Children
Il report di Save The Children “Stavo solo scherzando”



Chi può aiutarli in questo processo?
«In questo processo il ruolo degli adulti è fondamentale: offrire ascolto, aiutare a dare senso alle emozioni e mostrare attraverso l’esempio modi sani di affrontare conflitti e difficoltà. Non è importante solo l’esperienza diretta: anche poter parlare insieme di situazioni osservate, storie di amici, episodi quotidiani o contenuti visti nei media permette di allenare il pensiero critico. Un elemento importante riguarda l’influenza dei media e delle serie tv, dove spesso vengono mostrati conflitti intensi o reazioni impulsive, mentre raramente si vedono rappresentate le competenze necessarie per gestire le emozioni in modo equilibrato. Il rischio è quello di avere molta consapevolezza teorica ma pochi modelli pratici di autoregolazione. Il vero passaggio mancante non è tra sapere e non sapere, ma tra conoscere e integrare».

«I ragazzi vogliono capire se ciò che vivono sia normale»

Spesso si invoca l’educazione all’affettività a scuola. Cosa si dovrebbe insegnare concretamente per non rischiare che rimanga solo una lezione teorica?

«La questione fondamentale non è solo cosa si insegna ma è come lo si insegna. I percorsi a scuola sono uno strumento importante, ma da soli non sono sufficienti: diventano davvero efficaci se inseriti in un contesto più ampio (famiglia, sport, associazioni) con continuità nel tempo. Gli interventi sporadici rischiano di essere informativi più che trasformativi. Sarebbe fondamentale creare dei percorsi continuativi dalla scuola dell’infanzia fino alle superiori. L’educazione affettiva non può essere delegata esclusivamente alla scuola, ma richiede una responsabilità condivisa».

Il report di Save The Children
Il report di Save The Children “Stavo solo scherzando”



Cosa le dicono gli studenti quando si chiude la porta della classe e si inizia a parlare? C’è resistenza o voglia di capire?

«Emerge spesso un forte desiderio di dialogo, confronto e ricerca di risposte rispetto alle relazioni affettive e alle esperienze emotive che stanno vivendo. Durante gli incontri portano frequentemente esempi concreti e domande specifiche: come interpretare gli atteggiamenti del partner o come gestire il dolore legato a un rifiuto (“mi ha friendzonato e ci sto male, cosa posso fare?”). Cercano criteri per capire se ciò che vivono rientra nella normalità o meno. Quando vengono offerti spazi sicuri senza giudizio, ci si accorge di quanto profondi e articolati siano i loro ragionamenti, spesso più complessi e maturi di quanto si possa immaginare».

La ferita del rifiuto e il ruolo dei genitori


In che modo il rifiuto amoroso può diventare una ferita così intollerabile da spingere un diciassettenne a uccidere?

«Per alcuni adolescenti il valore personale dipende dallo sguardo dell’altro e la fine di una relazione viene vissuta come un crollo identitario. Se c’è difficoltà nel regolare emozioni come vergogna o paura dell’abbandono, la vulnerabilità si trasforma in rabbia e bisogno di controllo. A questo si aggiungono caratteristiche tipiche dell’adolescenza come la difficoltà a mettersi nei panni dell’altro, una visione delle relazioni più rigida e dicotomica (o tutto o niente), e una minore capacità di tollerare frustrazione e rifiuto. Inoltre, alcune convinzioni diffuse sull’amore possono far interpretare la gelosia o il controllo come segnali di un autentico coinvolgimento affettivo. Non è il rifiuto in sé a generare la violenza, ma una combinazione di fragilità individuali, modelli familiari, educativi e socio-culturali. Anche i messaggi di social e serie TV plasmano la loro idea di amore e conflitto. Per questo serve uno sguardo ampio, capace di cogliere la complessità ed evitare spiegazioni semplicistiche».

Cosa può fare un genitore oggi? Quali sono i segnali che spesso vengono sottovalutati?

«I genitori fungono da “modello” attraverso l’esempio quotidiano. Devono aiutare i figli a tollerare frustrazione e rifiuto normalizzando tristezza e delusione. Tra i segnali sottovalutati ci sono la difficoltà ad accettare un “no”, la gelosia intensa, il continuo bisogno di controllo, la tendenza a idealizzare o svalutare rapidamente gli altri e i comportamenti ossessivi. Anche l’isolamento sociale, la rigidità nel pensiero e la fatica a separare il proprio valore dal giudizio degli altri sono elementi significativi. A volte nei ragazzi non si evidenziano segnali estremi. È utile osservare come reagiscono alle piccole situazioni della vita quotidiana: è lì che si sviluppano le competenze emotive di base».

A chi può rivolgersi un adolescente che sente di non riuscire a gestire le proprie emozioni?

«Bisogna insegnare loro a individuare figure di riferimento: genitori, insegnanti, allenatori, psicologi scolastici o sportelli d’ascolto. Esistono anche servizi territoriali pubblici (consultori) e linee telefoniche che garantiscono l’anonimato. Chiedere aiuto non significa essere “deboli”, ma essere consapevoli e volersi bene. Chiedere aiuto è un gesto d’amore verso sé stessi».


La newsletter di Donnemente

Ogni martedì Donnemente arriva nella tua casella mail con le novità, le storie e le notizie della settimana. Per iscriverti clicca qui

Se invece vuoi essere aggiornata via whatsapp, clicca qui


Condividi:

Forse ti interessa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *