L’universo parallelo di Nogaye Ndiaye: «Non basta essere una persona nera per parlare di razzismo»
Tra divulgazione e ironia, la scrittrice e giurista racconta come riconoscere e decostruire il linguaggio discriminatorio
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Divulgatrice, formatrice, scrittrice e giurista, sono le quattro parole che secondo Nogaye Ndiaye, nata in Italia da genitori senegalesi e creatrice della pagina Instagram Le regole del diritto perfetto, racchiudono ciò di cui si occupa nel quotidiano.
«Il mio lavoro principale è quello di fare divulgazione, tratto di tutto ciò che ha a che vedere con i processi di decolonizzazione, focalizzandomi soprattutto sulla sfera dell’antirazzismo e dei diritti umani. In questo ambito faccio anche formazione ad aziende, enti del settore associativo (ONG, cooperative ecc..), e più in generale a tutte quelle realtà che si interfacciano con persone che hanno un background migratorio».
Nogaye oltre ad essere laureata in Giurisprudenza, è anche scrittrice, passione che ha iniziato a coltivare già dall’età di 13 anni.
«La scrittura è il principale canale che utilizzo per sviluppare il mio lavoro. I miei due libri “Fortunatamente nera” e “Universo parallelo” sono la base da cui parto per fare incontri di sensibilizzazione e percorsi nelle scuole, che sono per me i più costruttivi e gratificanti».
Quale storia si cela dietro il nome Le regole del diritto perfetto con il quale ha deciso di chiamare la sua pagina Instagram?
«All’epoca dell’Università avevo aperto questo profilo dal nome impronunciabile in cui parlavo principalmente delle difficoltà legate agli esami e proponevo dei metodi di studio efficaci, non mostrando praticamente mai il mio viso.
Poi un giorno parlando con la mia migliore amica ho pensato che visto che la mia serie preferita si chiama “Le regole del delitto perfetto” poteva essere simpatico chiamare la mia pagina Instagram “Le regole del diritto perfetto”, anche in relazione ai miei studi e ai contenuti che pubblicavo».
Una poesia come provocazione
Nel 2020, mentre stava mettendo a posto la sua camera, Nogaye ha trovato una poesia che aveva scritto a 13 anni dal titolo “Bianca o Nera? Sfortunatamente nera”. L’impatto nel ritrovarla è stato per lei molto forte e l’ha spinta a leggerla pubblicamente sui social, chiedendo alle persone in modo provocatorio che cosa avrebbero risposto a quella ragazzina.

«Ho iniziato a farmi molte domande e a cercare le risposte sui libri, che grazie a mia nonna sono sempre stati per me una grande passione. Leggevo volumi e saggi in inglese che trattavano di antirazzismo, decolonizzazione e cercavo di fare parallelismi con la situazione italiana attraverso post, video e dirette Instagram. In questo profilo ho cercato di racchiudere quelle che sono le mie anime, quella legata al mondo giuridico, quella da scrittrice e quella legata alle mie origini e alla sfera familiare».
Se cambiano le regole della discriminazione
All’interno dei video che pubblica sui social dà vita a un universo parallelo in cui immagina situazioni reali, cambiando però il soggetto che subisce la discriminazione. Come è nata questa idea? E cosa l’ha spinta a portarla avanti?
«A questa domanda rispondo sempre che sono stata spinta da un “esaurimento nervoso”; durante il tour del mio primo libro “Fortunatamente nera” nel 2023, mi sono trovata in molte situazioni spiacevoli in cui le persone mi dicevano che esageravo o che il razzismo in Italia non è un problema così grande. Ho quindi deciso di interrompere il tour. Spesso le domande che mi venivano poste non c’entravano nulla con il libro o con il mio lavoro di divulgatrice».
Nogaye ha dunque deciso di cercare un metodo alternativo per far capire quanto un comportamento o una frase che nel linguaggio comune sono considerate “normali”, possono in realtà essere offensive o discriminatorie per l’interlocutore.
«Nella mia cameretta ho iniziato a costruire un universo parallelo immaginando tutte situazioni al contrario, in cui era la persona bianca ad essere discriminata dalla persona nera. Questa rubrica è diventata subito virale, in un mese sono passata dai 30 mila a 60 mila follower».
L’ironia per spiegare un universo parallelo
Se da un lato i video hanno trovato un riscontro positivo all’interno della piattaforma, dall’altro molte persone hanno iniziato ad accusare Nogaye di utilizzare un linguaggio discriminatorio nei confronti delle persone bianche, non capendo il messaggio di fondo e l’ironia dei suoi contenuti.
«Per tale ragione, quando mi è stato proposto di far diventare questa rubrica un libro ho accettato subito. Mentre nei video che pubblico su Instagram ho un minuto e trenta per esprimermi, attraverso il mio secondo libro volevo spiegare in modo approfondito come nasce l’idea dell’Universo Parallelo e quanto sia difficile capire realmente l’impatto che le discriminazioni possono avere un sulla vita delle persone. Ho deciso di riprodurre una sorta di storia al contrario, in cui l’Africa ha colonizzato l’Europa, dando un contesto storico sociale e culturale che potesse far capire che il razzismo non è un problema temporaneo o attuale ma sistemico».
Il razzismo, un problema negato
Da dove parte secondo lei il pensiero discriminatorio?
«È un insieme di cose diverse, sicuramente il fatto che ancora ad oggi si faccia fatica ad ammettere che l’Italia ha avuto un passato coloniale è una delle fonti da cui nasce il problema. Dico sempre che finché non si inizierà a studiare e accettare il passato, sarà impossibile costruire un presente senza razzismo.
Il problema principale dell’Italia è che siamo ancora nella fase della negazione; quindi, fin quando non verrà riconosciuta l’esistenza del problema sarà impossibile risolverlo».

Nogaye sottolinea che il razzismo non riguarda solamente il singolo, si tratta di un problema collettivo, intrinseco nelle società e nelle istituzioni che le governano.
«Puntare all’esclusione e non all’inclusione non giova a nessuno, sono necessarie delle leggi anti- discriminazione che tutelino le persone e che garantiscano il rispetto dei diritti fondamentali. Scrivendo “Universo Parallelo” alcune volte mi sono detta che stavo raccontando delle cose che dovrebbero essere scontate, stereotipi che non dovrebbero esistere più nel 2026».
Il cambiamento viaggia con l’educazione
Come ci ha anticipato il suo lavoro di divulgazione si sviluppa attraverso i social ma anche tramite incontri di sensibilizzazione, formazione e altri canali, quale pensa che sia lo strumento più efficace al giorno d’oggi per riuscire ad avere un impatto concreto sulle persone?
«Diciamo che il mio approccio negli anni è un po’ cambiato, inizialmente utilizzavo molto i social ma con il tempo mi sono un po’ allontanata poiché non riuscivo più a tollerare la cattiveria che vedevo.

Ad oggi ho spostato il focus del mio lavoro sulle scuole e in generale sulle associazioni e realtà che riguardano i giovani. Mi sono resa conto che il canale più efficace per generare un reale cambiamento è quello dell’educazione».
Un linguaggio senza discriminazioni
Nogaye lavora principalmente all’interno di scuole medie e superiori, offrendo percorsi di formazione anche ai docenti, con l’obiettivo di fornire gli strumenti necessari per l’utilizzo di un linguaggio privo di discriminazioni, che consenta agli studenti di sentirsi accolti e integrati nell’ambiente scolastico.
«Il mio obiettivo non è quello di convincere le persone, voglio solo essere portatrice di un messaggio e ho capito che all’interno della scuola questo messaggio attecchisce. Gli incontri generano nei ragazzi e nelle ragazze una forte curiosità, nascono dei dibattiti, spesso dopo che racconto la mia storia molti si avvicinano per raccontarmi la loro ed è da qui che parte il cambiamento. Non basta essere una persona nera per parlare di razzismo, ci deve essere uno studio alla base, una decostruzione del razzismo che va interiorizzata»
C’è una storia o un episodio che le è rimasto particolarmente impresso durante uno degli incontri realizzati nelle scuole?
«Una ragazza l’altro giorno mi si è avvicinata con penna e quadernino dicendomi che il suo sogno è quello di fare la scrittrice, ma vorrebbe capire come “imparare” ad immaginarsi dei personaggi che non siano per forza bianchi, perché quando scrive le sue storie non riesce a farlo.
Venendo a parlare con me mi ha fatto capire di essersi resa conto del suo stesso limite, ed è proprio questo il senso del percorso che porto nelle scuole. I ragazzi hanno bisogno di un insegnamento che sia plurale, decoloniale che li faccia sentire accolti e gli permetta di accogliere gli altri».
Parlare con una bambina
All’inizio della nostra chiacchierata mi ha raccontato della poesia che ha scritto a 13 anni e che l’ha spinta a fare divulgazione e portare avanti le sue battaglie, cosa direbbe alla Nogaye bambina se potesse incontrarla oggi?
«Che prima o poi andrà tutto bene, che troverà le risposte alle tante domande che ha in testa, e che tutto il dolore che ha sentito nella vita poi si trasformerà in qualcosa di positivo, che le insegnerà ad apprezzare la sua famiglia e le sue origini. Vorrei che sapesse che non c’è niente di sbagliato in lei. E poi le darei un forte abbraccio».
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Nicole Stefanini
Una laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Macerata e una magistrale in Cooperazione Internazionale presso l'Università degli Studi di Bologna, oltre a un'esperienza Overseas di sei mesi in Cile all'Universidad de Valparaiso e un Master in Editoria presso l'Accademia Treccani. Esperienze nel mondo delle ONG e della Cooperazione Internazionale, nell'Organizzazione di grandi eventi e nella stesura di progetti, articoli e documenti formali. Consulente esterna per l'IILA- Organizzazione Internazionale Italo Latinoamericana dal 2022 al 2024. Impiegata amministrativa presso la Fondazione Lega del Filo d'Oro dal 2024 al 2026. Scrittrice freelance per il magazine Donnemente. Assistente alla Direzione Organizzativa del Festival di Saggistica Passaggi della città di Fano.







