Asmae Dachan durante la presentazione del libro
Asmae Dachan con Piergiorgio Ciarlantini durante la presentazione

Asmae Dachan, cosa rimane in Siria il giorno dopo

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Entrare in Siria dopo cinquantaquattro anni di regime, non è semplice, non lo è nemmeno raccontare la storia e i drammi delle persone che abitano quel luogo, delle famiglie che hanno più di una cicatrice.

Asmae Dachan, giornalista, scrittrice e docente dell’Università di Macerata, italo siriana, ci ha provato, il 26 dicembre 2024, diciotto giorni dopo il termine della guerra civile che ha messo fine al regime di Assad, decide ti tornare in Siria, la terra dove sono nati i suoi genitori. Da questo viaggio ha tratto un libro, “Siria il giorno dopo”, che sta presentando in tutta Italia. Ieri ha fatto tappa nella libreria La cicogna triste di Macerata.

«Quando sono arrivata in Siria sono andata subito a cercare le persone, per entrare nella loro storia, nelle loro case per sapere come hanno vissuto e, come sono sopravvissuti alla guerra. L’ho fatto anche perché con il popolo siriano si è sempre empatizzato poco, questo perché sono sempre arrivate pochissime informazioni. Io mi sono voluta fare carico delle voci del popolo siriano».

Come si racconta un conflitto durato 14 anni

Asmae Dachan  firma copie Siria il giorno dopo alla libereria Cicogna triste di Macerata

Dachan non entrava in Siria dal 2014, perché sapeva di essere stata attenzionata dal regime per via delle sue denunce.
Ma questo non è un libro di storia o di cronaca della guerra della Siria: «Ho cercato di comprendere come le persone riescano a sopravvivere ad una guerra che ha cambiato anche la geografia del paese, oggi molte città siriane sono state rase al suolo. Di 23 milioni di siriani, 14 milioni hanno lasciato le proprie case, oggi vorrebbero tornare, ma molti di loro una casa non ce l’hanno più».

Quello che narra Asmae Dachan all’interno del suo libro è ciò che rimane di una guerra, il dolore, la sofferenza, ma anche la consapevolezza della fine di un regime che per anni nel paese ha limitato i diritti fondamentali, usando la forza per reprimere qualsiasi dissenso.

Dopo la guerra però alla popolazione siriana rimangono solo dei vetri rotti da raccogliere e rimettere insieme, famiglie lacerate dal dolore, persone senza più una casa.

Nonostante questo, l’autrice racconta che quando è arrivata in Siria l’accoglienza è stata veramente calorosa: «La gente aveva finalmente voglia di parlare e di ascoltare la propria voce, perché durante il regime di Assad, le persone si autocensuravano, perché chiunque parlava del regime era etichettato come nemico del popolo e veniva punito per questo».

Il cerchio che si chiude

Asmae decide di entrare dalla Giordania, perché il giorno della sua partenza da Ancona, il 23 dicembre del 2024, ancora molti aeroporti erano chiusi. Così entra nel Sud della Siria, a Dar’a, città simbolo della guerra civile, è qui che nel 2011 sono nate le proteste contro Assad, ed è qui che viene ucciso il primo martire bambino Hamza Al Khatib, arrestato dopo una manifestazione, torturato e ucciso. È diventato il simbolo della crudeltà del regime.

Ma Dar’a è anche la città dove si è svolta la prima manifestazione dopo la caduta del regime. Milioni di donne e uomini sono scesi in piazza per festeggiare. E come se un cerchio si fosse chiuso. «Quando sono arrivata in città c’era un vero e proprio fiume umano di gente, non mi aspettavo una simile festa».

La macelleria di Assad

Il capitolo più grande del libro è quello dedicato alla prigione di Sednaya, che dal 2017 Amnesty international ha soprannominato “La macelleria umana degli Assad”. Un luogo che anche solo a citarlo mette terrore, «un proverbio dice che chiunque entri lì è morto, chiunque riesca a uscirne è come se fosse stato ripartorito».

Questa prigione è l’emblema delle atrocità di quello che fu la dittatura siriana: celle di isolamento talmente piccole da non riuscire a stendersi «i prigionieri dovevano stare rannicchiati», corde per l’impiccagione sporche di sangue, pile di cadaveri.  

Un luogo che racconta molto della vita che si viveva al suo interno, il dolore e la paura si può anche leggere sui muri incisi di frasi e poesie.

Nelle celle comuni sono stati ritrovati anche dei vestiti per bambini di donne che hanno partorito, non perché entrate all’interno della carcere incinta, ma perché stuprate dagli agenti. In questo modo all’interno di quella “macelleria”, sono nati bambini e bambine che in tutta la loro vita hanno conosciuto solamente il contatto fisico con la loro madre, non avevano mai visto le nuvole o i fiori. «questo è stato il volto della Siria per anni».

Tante domande e poche risposte

Oggi il regime è crollato e il governo è stato affidato ad Ahmad al-Shara’, che ha redatto una nuova costituzione, basata sulla giurisprudenza islamica. La carta contiene tutela alle donne, alle minoranze etnico religiose e alla libertà di stampa e di espressione. È ancora presto però per dire se le cose siano tornate alla normalità. «Oggi abbiamo fretta di dire – evidenzia Dachan – che le cose in Siria vadano bene, ma la democrazia non si instaura con la caduta di un regime, è un percorso tutto in salita».  

Ci sono tante sfide e ferite aperte che la Siria deve affrontare, una su tutte la partita che si gioca nella scacchiera geopolitica con: i russi che controllano il mediterraneo, gli Stati Uniti la zona Nord-Est, dove si trovano i giacimenti di petrolio e Israele che sta bombardando da Sud. «Queste persone giocano con le vite».

Inoltre, è rimasta ancora aperta la questione dei campi di prigionia dell’Isis. Luoghi in cui sono detenute anche le donne, molte con un’ideologia islamica integralista, ma altre sono semplicemente vittime che l’Isis ha preso e stuprato costringendole a fare figli. Queste bambine e questi bambini oggi vivono in delle tende, dove si soffre il caldo d’estate e il freddo d’inverno. vivono in cattività, non vanno a scuola, non sono istruiti, potrebbero formare l’Isis di domani. «Se un bambino è un figlio di un terrorista, non dovrebbe portare la croce del padre, non dovrebbero crescere come bestie solo per la colpa dei padri».

La speranza e l’ultima a morire

Nonostante le molte domande rimaste anche senza risposta c’è anche tanta speranza: i posti di blocco sono stati tolti, molte persone sono potute rientrare, la morsa economica è stata allentata grazie alla rimozione delle sanzioni economiche che ha ridato respiro alla Siria.

«Noi non sappiamo nelle mani di chi siamo adesso – conclude Asmae Dachan – e quale sarà il nostro futuro, c’è grande paura ma anche grande speranza, che nasce da una certezza, un regime durato per cinquantaquattro anni è finito per sempre».

Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Macerata, ha collaborato con l’ufficio stampa di ateneo. Attualmente collabora con Cronache Junior e modera eventi.
Da tempo si dedica a studi e approfondimenti sulle questioni di genere perché crede che l’equità e la giustizia per tutte e tutti siano una conquista necessaria, ma alla base di tutto ci deve essere rispetto e cortesia. Crede fermamente che attraverso la gentilezza si possano raggiungere grandi obbiettivi. E’ appassionato di cinema, scrittura e letteratura.

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