Narcisista a chi? Come un termine clinico è diventato etichetta universale
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di Gaia Bonomelli
I dati di Google Trends confermano una sorta di “ossessione digitale” per il termine “narcisista”, le cui ricerche in Italia sono cresciute costantemente negli ultimi vent’anni, con un’impennata a giugno 2023. Il picco potrebbe coincidere con il femminicidio di Giulia Tramontano, uccisa da Alessandro Impagnatiello. In quei giorni, l’opinione pubblica aveva eletto l’omicida a “narcisista maligno” per eccellenza, contribuendo a fare di un termine clinico un’etichetta virale applicata a ogni partner egoista o manipolatore.
Ma la realtà processuale ha raccontato una storia diversa. Nonostante le definizioni dei Pm, la perizia su Impagnatiello ha riscontrato tratti narcisistici, ma non il disturbo. Lo stesso copione si è presentato con Filippo Turetta, assassino di Giulia Cecchettin; un’ipotesi diagnostica sfoderata dai media ma mai confermata in sede clinica.
Nonostante le ricerche online aumentino, il disturbo narcisistico di personalità (Dno) riguarda solo l’1% della popolazione e il termine è da tempo uscito dagli studi medici per diventare una categoria usata per spiegare il male e non solo. Anche Donald Trump è stato definito “narcisista patologico” dal giornalista Antonio Di Bella, affermazione su cui non è d’accordo lo psichiatra Claudio Mencacci, che ha ricordato l’impossibilità di valutare un paziente senza incontrarlo.
Per capire come questa inflazione semantica stia deformando la nostra percezione delle relazioni, ne abbiamo parlato con Giorgia Spina e Marta Cascio, psicologhe del team di Psicologia Istantanea.
L’etichetta semplificata di narcisista
Secondo voi il termine “narcisista” è diventato un cliché o ha sempre avuto questa risonanza?
«Decisamente un cliché. Oggi i termini “narcisista” e “narcisismo” vengono spesso usati senza il loro reale peso teorico e clinico, trasformandoli in etichette semplificate, inflazionate e spesso improprie. Questi due termini, in particolare sui social, sono diventati un argomento che attira facilmente ma fare diagnosi è complesso e spesso quello che si legge online sul disturbo narcisistico è stereotipato e riduttivo, lontano dalla complessità reale che emerge nelle stanze di terapia».
Narcisismo da disturbo nevrotico a piscotico
Cosa si intende per disturbo narcisistico?
«Il disturbo narcisistico di personalità, così come descritto nel Dsm (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ndr) è caratterizzato da un modello pervasivo di grandiosità, fantasie di successo, bisogno di ammirazione, mancanza di empatia, invidia e atteggiamenti arroganti.
La rappresentazione del Dsm fatica a racchiudere la complessità delle realtà cliniche che incontriamo nella pratica. Chi presenta un funzionamento narcisistico, infatti, non “se la passa bene”: oltre alla facciata, sono frequenti vissuti di depressione, ansia per la salute, blocchi, vuoto, vergogna, ritiro relazionale e, in alcuni casi, ideazione o comportamenti suicidari.
Secondo il Pdm 2 (manuale diagnostico psicodinamico 2, ndr) oggi alla sua terza edizione, i soggetti con una personalità narcisistica si collocano lungo un continuum di gravità (postulato da Kernberg per i livelli di organizzazione della personalità) che va dal livello nevrotico a quello psicotico.

Nel versante nevrotico gli individui narcisisti possono sembrare socialmente adeguati, avere fascino e successo e, pur non essendo capaci di intimità, essere adattati nella maggior parte degli ambiti della vita quotidiana.
Sul versante psicotico, al contrario, presentano problemi di diffusione dell’identità, mancano di un sentimento profondo e radicato di moralità. Si tratta quindi di una psicopatologia che, come tutte le altre, richiede comprensione clinica e possibilità di trattamento adeguato. Questo non significa negare la difficoltà dell’entrare in relazione con persone che presentano questo disturbo, così come non è semplice relazionarsi con nessuna forma di sofferenza psicopatologica».
Il termine viene usato spesso quando si parla di relazioni. Se una persona ha avuto una storia tossica o violenta, ha necessariamente avuto a che fare con un narcisista?
«Non è corretto assumere che all’interno di una relazione violenta vi sia necessariamente, dall’altra parte, una persona con un disturbo narcisistico di personalità. Le relazioni possono essere profondamente disfunzionali anche in assenza di un quadro psicopatologico specifico e la violenza può emergere da configurazioni relazionali complesse, che coinvolgono fattori individuali, storici e interattivi».
La dinamica relazionale non è una dicotomia tra vittima e carnefice
L’eccessiva semplificazione di etichettare come narcisista un ex di una relazione finita male, non rischia di deresponsabilizzare l’altra parte, spingendola a percepirsi solo come vittima passiva?
«Sì, è un rischio che allontana dalla possibilità di comprendere il perché, tra le tante cose, scegliamo un tipo di partner piuttosto che un altro. Il rischio è anche maggiore quando dall’altra parte si trovano content creator che rafforzano il tema, senza lasciare spazio al dubbio, alla riflessione o alla complessità delle dinamiche relazionali.
Rischia di rendere ancora più complesso un lavoro già faticoso di suo: interrogarsi sul proprio contributo, invece di cristallizzarsi soltanto su ciò che l’altro fa. Da un punto di vista clinico, riteniamo più utile interrogarsi sui contributi portati da entrambe le persone alla costruzione e al mantenimento della dinamica relazionale, piuttosto che ridurre la comprensione del legame a una rigida dicotomia vittima/carnefice.
Questo non significa negare la responsabilità della violenza, né tantomeno minimizzare la gravità, ma spostare il focus dal bisogno di etichettare l’altro alla possibilità di comprendere il funzionamento del legame.
Partire da sé è il modo più efficace per aprire uno spazio di cambiamento: concentrarsi esclusivamente sull’altro, pur offrendo inizialmente sollievo, rischia nel tempo di alimentare un senso di passività, di blocco e rabbia, rendendo più difficile riappropriarsi della propria agency e delle proprie possibilità trasformative».
Pericolo etichettature
C’è anche il rischio che una persona possa autodiagnosticarsi un disturbo o etichettarlo ad altri basandosi su contenuti decontestualizzati?
«Il rischio è concreto, perché molte persone non dispongono degli strumenti necessari per decodificare, comprendere e contestualizzare in senso clinico termini come questi. Nella pratica clinica lo osserviamo frequentemente: pazienti che arrivano in terapia con una convinzione ormai strutturata di essere ciò che hanno letto online o di avere un disturbo specifico.
Queste convinzioni possono accompagnarsi a cambiamenti dell’umore e, in alcuni casi, favorire isolamento o evitamento di alcune situazioni relazionali. Talvolta portano anche all’idea che non ci sia possibilità di cambiamento, o che il proprio funzionamento sia rigido, definitivo, “destinato” a rimanere tale.

Accade anche il movimento opposto: etichettare le persone accanto a noi sulla base di contenuti decontestualizzati. Questo può chiudere la possibilità di conoscerle nella loro complessità, portando a leggere ogni comportamento e ogni movimento dell’altro come conferma dello schema che ci siamo costruiti. Ancora più importante, tutto questo riduce lo spazio per interrogarsi sul proprio contributo nella relazione».
Ci sono altri termini che, a vostro avviso, hanno subito lo stesso trattamento di banalizzazione o uso improprio?
«Molti concetti clinici sono stati semplificati, a volte banalizzati, rischiando di trasformare strutture complesse in categorie rigide, perdendo così di vista il contesto, la storia personale e le specificità di ogni situazione. Diversi termini hanno seguito lo stesso destino di narcisista: “bipolare”, “trauma”, “attaccamento”, solo per citarne alcuni. Questi concetti vanno compresi nella loro dinamica e bisogna fare attenzione a come se ne parla».
Perché sentiamo questo bisogno collettivo di etichettare i comportamenti umani con termini diagnostici?
«Il bisogno di etichettare attraverso queste categorie può rispondere a più funzioni, a nostro avviso. Da un lato, può servire a prendere distanza: collocare l’altro dentro una categoria permette di escludere implicitamente noi stessi da quella possibilità.
Dall’altro, consente di evitare interrogativi più complessi, come il proprio contributo all’interno di una dinamica relazionale. Ma etichettare può anche avere una funzione più protettiva, cioè dare ordine, tentare di comprendere ciò che appare incomprensibile, ridurre l’angoscia dell’ignoto. In alcuni casi, può persino offrire un senso di appartenenza o identificazione. Le motivazioni, come spesso accade, sono molteplici e soggettive».
Divulgare il pensiero critico
Come può un divulgatore oggi fare informazione psicologica seria su piattaforme che premiano la rapidità, la polarizzazione e i messaggi a forte impatto emotivo?

«Un divulgatore può scegliere di rimandare la complessità di alcuni temi agli spazi adeguati, come le stanze di terapia. L’obiettivo è utilizzare un linguaggio accessibile senza scadere nella banalizzazione, chiarendo i limiti della divulgazione online ed evitando l’uso improprio di etichette diagnostiche. I social possono offrire spunti, domande, aperture e va detto: questa può essere una grande risorsa. Ma, al contempo, chi fa divulgazione dovrebbe invitare al pensiero critico: prendere ciò che emerge online come un possibile punto di partenza, portando il quesito fuori dagli schermi e cercando risposte più adeguate e calibrate sulla persona in altre sedi».
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