Barbara Schiavulli in Afghanistan
Barbara Schiavulli in Afghanistan

Dalle guerre all’Afghanistan, Barbara Schiavulli: «Sopravvivo raccontando le storie delle persone»

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Corrispondente di guerra e scrittrice, si è raccontata al Festival Scomode dove l’abbiamo intervistata. Dalla scelta di diventare giornalista alla scelta di diventare inviata di guerra fino a quella immancabile valigia rosa

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Barbara Schiavulli, nata a Monza, corrispondente di guerra e scrittrice, ha collaborato con importanti testate nazionali ed internazionali, radio e tv. Attualmente collabora con la BBC. Dirige «Radio Bullets», una testata giornalistica online che si occupa di Esteri, diritti umani e inclusività. Racconta il mondo attraverso le storie di chi non ha voce. L’abbiamo intervistata a “Scomode – Festival delle donne contro la violenza”, organizzato dall’associazione casa delle donne, che si è tenuto a Modena dal 4 al 6 settembre, con un programma ricco di incontri e attività per riflettere, approfondire, conversare e ascoltare.

Barbara Schiavulli


Lei fai una vita molto particolare, racconta realtà e contesti lontani e complessi, spesso ignorati. Come mai ha scelto di diventare giornalista e, nello specifico, corrispondente di guerra?


«Ci vorrebbe uno psicologo per aiutarmi a rispondere a questa domanda, sicuramente c’è una ragione familiare. Da un lato una mamma nata nei Caraibi, ma cresciuta negli Stati Uniti all’epoca delle lotte per i diritti civili. Dall’altra un papà che ama molto il giornalismo e che mi ha spinto un po’ in questo senso, anche se con il senno di poi si è pentito visto che ora il mio lavoro li preoccupa abbastanza. Diciamo che mi piaceva scrivere e mi piaceva viaggiare. Ovviamente dire di voler essere un’inviata di guerra è molto diverso dal farlo poi effettivamente. Quando mi sono ritrovata a 24 anni nel pieno di uno scontro a fuoco tra soldati israeliani e ragazzini palestinesi, e ho visto che mentre i civili scappavano io correvo con gli altri giornalisti e fotografi nel mezzo dello scontro, ho capito che quella era la strada giusta».

Giornalismo anglosassone contaminato dalle emozioni


Pensa che ci sia un modo giusto o più corretto di raccontare la guerra a chi non la vive?

«Tutto quello che uno scrive viene filtrato attraverso il proprio carattere e i propri ideali, infatti io sono sempre stata un po’ contraria al giornalismo politico, ritengo che quando il giornalismo diventa ideologizzato rischi di andare sapendo già cosa devi raccontare. Io sono per il giornalismo anglosassone, però contaminato dall’emozione che invece ci mettono gli scrittori italiani. Mi ricordo quando ero giovane e ovviamente non avevamo internet, arrivavamo nei posti con una valigia per i vestiti e una di libri, per studiare la storia dei posti, reperire informazioni. Credo che oggi, essendo tutto più veloce e superficiale, questa cosa non avvenga».

Barbara Schiavulli
Schiavulli al festival Scomode



Lei parla di argomenti specifici e difficili da comprendere per persone che vivono in contesti completamente distinti. Come si può, in un mondo che corre veloce e che vive attraverso canali digitali, mantenere alta la soglia di attenzione su certi argomenti? E farli arrivare a più persone, e giovani, possibili?

«Mentre l’adulto ha già ragionato e arriva con delle convinzioni già fondate, che possono essere uguali o contrarie alle tue, i giovani spesso non hanno idea di che cosa significhi vivere la guerra, o trovarsi in parti del mondo oppresse e devastate. Spesso vedono le notizie del telegiornale ma nessuno gliele spiega.

Quando vado a parlare nelle scuole trovo sempre un grande coinvolgimento, ragazzi e ragazze che si emozionano, empatizzano con il dolore, fanno domande. Una volta è venuto da me un ragazzino di terza media e mi ha detto: “Ti stimo, bro”. I giovani smettono di andare di fretta se tu riesci in qualche modo ad agganciarli, a catturarli, e a quel punto non serve la leggerezza, serve la realtà.

La guerra, i racconti che faccio, sono fatti di dolore e momenti pesanti ma anche di cose divertenti, incontri, persone».

Donne custodi della società civile


Nel suo libro Burka Queen racconta, attraverso la storia di tre donne afghane, una resistenza femminile. Nel pensiero comune, se una donna all’interno di un Paese come l’Afghanistan viene dipinta come un’eroina o una rivoluzionaria, è sempre in relazione al fatto che salva i figli o che protegge la famiglia. Difficilmente troviamo storie di altro tipo, cosa ne pensa?

«In parte è sicuramente vero che la donna spesso è un po’ la custode della famiglia, perché gli uomini nella maggior parte dei casi sono quelli che combattono, scappano, spariscono, e chi resta a casa ed è disposto a qualunque cosa per far sopravvivere i figli sono le donne.

Barbara Schiavulli



Questo, però, permette loro di essere anche le custodi di quella che è la società civile, perché l’uomo non c’è. Finisce la guerra, torna o non torna, mentre la donna è sempre lì, perché non può scappare. Ma fa anche molte altre cose, che meritano senz’altro di essere raccontate e valorizzate. Dobbiamo considerare anche che nella maggior parte dei casi, in Paesi come l’Afghanistan, quando una donna si emancipa, diventa troppo visibile o troppo scomoda l’uomo tende a divorziare da lei».


Barbara Schiavulli evidenzia inoltre che, quando le donne iniziano il loro processo di emancipazione, spesso questo è a senso unico, non avviene educando anche gli uomini.


«Quando in Afghanistan, dopo la guerra civile, le donne hanno iniziato a scendere per le strade e a pretendere diritti, la reazione degli uomini è stata quella di aumentare la violenza esercitata su di loro. Il percorso deve essere fatto insieme.

Una mia amica e TikToker afghana, che è una Pashtun, mi diceva “se tu affronti i talebani in modo violento, utilizzi l’unico strumento che loro conoscono. Non li puoi battere, perchè loro si nutrono di violenza”. Se tu invece provi a conoscerli, cosa chiaramente molto complessa, e capisci il loro modo di pensare, i valori in cui credono, capisci che ci sono delle crepe».

A bordo della Global Sumund Flotilla


L’anno scorso ha preso parte alla spedizione della Global Sumund Flotilla, terminata con l’arresto e la detenzione per 72 ore di lei e delle altre persone a bordo della sua nave e delle altre navi della flotta. Le va di raccontarci questa esperienza?

«La portavoce della Flotilla è una mia cara amica e scherzando un giorno mi ha detto “ma perchè non vieni anche tu”, cosa che inizialmente non ho preso sul serio. Poi in realtà ho deciso di partire e quella che doveva essere una spedizione di una settimana è durata diciotto giorni, di cui gli ultimi due passati in un centro di detenzione israeliano. Sicuramente questo ha contribuito a generare una mobilitazione a livello globale che non si vedeva da tempo. Le persone sono scese in piazza, ora spero che tutto questo abbia acceso una miccia che si espanda sempre di più. Come conseguenza della missione non posso più entrare in Israele, Palestina e negli Stati Uniti».

Barbara Schiavulli



Come sopravvive alle storie che racconta? Riesce a non farsi intaccare e a non far sì che abbiano un impatto totalizzante sulla sua vita?

«Sopravvivo raccontandole. Io mi sento me stessa quando sono in quei luoghi, in quelle situazioni. Una volta stavo via 11 mesi all’anno, ora mi sono un po’ calmata. Se mi tieni lontana dalle storie io mi perdo, è come se spesso sono loro a venire da me, a chiedermi di essere raccontate».

Quella valigia rosa


Ha voglia di dirci tre curiosità su di lei che solitamente non racconta?


«La prima è che vado sempre in giro con un trolley rosa, perchè una volta ero in una base militare italiana a Herat, in Afghanistan, e per puro caso avevo una valigia rosa. Arriva un militare ad accompagnarmi nel mio alloggio e mi dice “ah guarda ti porto tutto ma io una valigia rosa non la tocco”; a tale affermazione rispondo educatamente che in effetti ci vuole un vero uomo per portare una valigia del genere.

A questo punto lui prende la valigia e me la porta, morale della favola da allora compro soltanto valigie rosa. La seconda è che scrivo con una stilografica, con la quale riempio da sempre i miei taccuini.

La terza è che sono un’ottima cuoca di risotti; quando ho iniziato a lavorare come giornalista a Venezia mi mandavano spesso a mangiare con gli ospiti che il giornale invitava e li portavamo sempre nello stesso ristorante. Il cuoco mi aveva preso in simpatia e una volta mi ha invitato in cucina e mi ha insegnato a cucinare il risotto. Poi con il tempo ho ampliato il mio menù di risotti».


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Nicole Stefanini

Nicole Stefanini

Una laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Macerata e una magistrale in Cooperazione Internazionale presso l'Università degli Studi di Bologna, oltre a un'esperienza Overseas di sei mesi in Cile all'Universidad de Valparaiso e un Master in Editoria presso l'Accademia Treccani. Esperienze nel mondo delle ONG e della Cooperazione Internazionale, nell'Organizzazione di grandi eventi e nella stesura di progetti, articoli e documenti formali. Consulente esterna per l'IILA- Organizzazione Internazionale Italo Latinoamericana dal 2022 al 2024. Impiegata amministrativa presso la Fondazione Lega del Filo d'Oro dal 2024 al 2026. Scrittrice freelance per il magazine Donnemente. Assistente alla Direzione Organizzativa del Festival di Saggistica Passaggi della città di Fano.

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