Marina Misaghinejad
Marina Misaghinejad

«L’Occidente ha un’ossessione per il velo» Marina Misaghinejad e il transfemminismo decoloniale

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Scrittrice, attivista e divulgatrice rovescia la prospettiva e propone una visione differente di emancipazione

Tempo di lettura stimato: 7 minuti


Marina Misaghinejad è scrittrice, attivista e divulgatrice. Da anni lavora nell’ambito dell’accoglienza e del supporto a persone migranti e si occupa di transfemminismo decoloniale, con particolare attenzione alle intersezioni tra genere, migrazioni, razzismo, islamofobia e colonialismo. Ha scritto per diverse testate e conduce gruppi di autocoscienza e laboratori dedicati alle prospettive femministe e decoloniali, alle relazioni e alle forme non normative di affettività.

Quale emancipazione?


Quanto è penetrata l’islamofobia nel femminismo europeo e internazionale? E quanto è lecito che il pensiero occidentale ritenga che la donna islamica sia completamente succube della figura maschile e che, quindi, questa condizione debba essere combattuta?

«È una questione molto complessa, che si lega anche al concetto di femonazionalismo. A un certo punto della storia, il femminismo occidentale si è in qualche modo autoeletto come femminismo universale.

Marina Misaghinejad
Marina Misaghinejad al festival Scomode

Il problema è che l’universalizzazione del proprio pensiero ha portato all’imposizione di una serie di dettami anche in luoghi e contesti nei quali quel modo di intendere l’emancipazione non rispondeva necessariamente alle esigenze delle donne che li abitavano. Il femonazionalismo nasce anche all’interno di questa dinamica. In una determinata fase, una parte del femminismo occidentale ha elaborato l’idea che la liberazione della donna passasse necessariamente, per esempio, attraverso il lavoro. Questa concezione è stata però portata anche in contesti nei quali non poteva attecchire nello stesso modo».

Femminismo e salvataggio


Marina cita come esempio il colonialismo britannico in India, dove alle donne veniva proposto di lavorare, per esempio cucendo, dicendo loro che quella rappresentava la loro forma di liberazione. Ma per alcune donne indiane l’emancipazione poteva invece essere rappresentata dalla propria casa, uno spazio nel quale riunirsi con altre donne e amiche e nel quale costruire anche pratiche di resistenza.

«Questo ci fa capire come un determinato tipo di femminismo si sia imposto, in maniera spesso arbitraria, in luoghi nei quali non era necessariamente richiesto. Si è posto come una sorta di “sorella maggiore”, in grado di proteggere le “sorelle minori”. Da qui nasce anche la necessità di parlare di femminismi altri, cioè di femminismi differenti rispetto a quello occidentale e bianco».


In che modo si manifesta questa idea di “salvataggio”?


«L’idea di salvataggio è problematica perché può generare dipendenza. Se io mi pongo come quella che deve salvarti, implicitamente ti sto dicendo che da oggi in poi hai bisogno di me per andare avanti. Nel caso delle donne iraniane, per esempio, c’è stato spesso un utilizzo della figura della donna come vittima per giustificare una serie di interventi, anche bellici o legati a progetti umanitari.

Da una parte viene costruita la figura della vittima, dall’altra quella dell’eroina che riesce a liberarsi. Si crea così una contrapposizione tra la donna vittima del regime islamico e l’eroina che si libera bruciando o togliendo quello che, per l’Occidente, è diventato il simbolo principale del problema: il velo. L’Occidente utilizza questa contrapposizione per costruire una narrazione molto semplice: “Vedete? Abbiamo ragione. La donna liberata si toglie il velo, quindi devono toglierselo tutte”.

Da qui nasce quella che definirei una vera e propria ossessione occidentale per il velo, che viene trasformato in un simbolo universale di oppressione, senza interrogarsi sufficientemente sul significato che può assumere per donne diverse, in contesti diversi».

Libertà e contesto culturale



Come si può, allora, costruire un femminismo che non pretenda di imporre una propria visione alle altre?

«Bisogna innanzitutto chiedersi da dove vengo io. Da quale posizione parlo? Quali sono i miei privilegi e quali sono le esperienze che mi hanno portato a costruire una determinata idea di libertà? Bisogna imparare a costruire alleanze e divergenze. Poter dire: “Io e te siamo d’accordo su questo, ma siamo in disaccordo su quest’altro”.

E bisogna accettare anche di potersi scontrare e capire come questo scontro possa essere positivo. Non dobbiamo cercare soltanto ciò su cui siamo d’accordo e sul quale possiamo lottare insieme. Dobbiamo anche accettare il conflitto, perché il confronto e lo scambio possono essere strumenti di crescita».

Marina Misaghinejad



Anche il concetto di libertà, però, può essere influenzato dal contesto culturale. In Occidente ci consideriamo libere di vestirci come vogliamo. Siamo davvero sicure che sia così?

«È una domanda importante. Se, per esempio, ieri sera sono uscita con le mie amiche, ho fatto tardi e indossavo una gonna corta, nel momento in cui ipoteticamente dovesse accadermi qualcosa e mi trovassi davanti a un tribunale, una delle prime domande che potrebbe essermi rivolta sarebbe: “Che cosa indossava?”. Questo ci fa capire che il mio abito può ancora essere considerato una sorta di minaccia o diventare uno strumento attraverso il quale viene messa in discussione la mia responsabilità. Questa può dunque essere definita piena libertà?».

Transfemminismo senza frontiere

In questo senso, come si inserisce il concetto di transfemminismo e, in particolare, quello di “frontiera”?

«Il confine non è qualcosa che riguarda esclusivamente una frontiera geografica. Riguarda anche le relazioni, le famiglie, il lavoro, i limiti che mettiamo agli altri e quelli che gli altri mettono a noi. È un concetto molto versatile.

Quando parlo di transfemminismo senza frontiere, lo vedo come un concetto che permette di avere una visione d’insieme molto più ampia. La frontiera è qualcosa che attraversi e che, da quel momento in poi, può prevedere che tu sia qualcosa o qualcun altro, per te stessa e per gli altri.

Cambia il modo in cui ti vedi e il modo in cui gli altri ti vedono. Mi interessa quindi l’idea di immaginarsi come un attraversamento costante di frontiere. Il transfemminismo ha la capacità di mettere in discussione più piani contemporaneamente: la famiglia, la società, il lavoro, le relazioni. Significa capire in che cosa mi sento bloccata e, allo stesso tempo, che cosa mi blocca».


Come si può far comprendere alle persone occidentali i propri privilegi e il modo in cui questi influenzano la loro visione del mondo?

«È una delle questioni più difficili. Bisogna riuscire a comprendere che i propri privilegi influenzano inevitabilmente il modo in cui interpretiamo la realtà e, di conseguenza, anche le soluzioni che proponiamo. Il rischio è quello di elaborare risposte a problemi che non sono trasversali e che quindi non possono essere applicate indistintamente a ogni contesto. La domanda diventa allora: come possiamo portare una visione transfemminista all’interno di un sistema costruito in questo modo?»


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Nicole Stefanini

Nicole Stefanini

Una laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni Internazionali all'Università degli Studi di Macerata e una magistrale in Cooperazione Internazionale presso l'Università degli Studi di Bologna, oltre a un'esperienza Overseas di sei mesi in Cile all'Universidad de Valparaiso e un Master in Editoria presso l'Accademia Treccani. Esperienze nel mondo delle ONG e della Cooperazione Internazionale, nell'Organizzazione di grandi eventi e nella stesura di progetti, articoli e documenti formali. Consulente esterna per l'IILA- Organizzazione Internazionale Italo Latinoamericana dal 2022 al 2024. Impiegata amministrativa presso la Fondazione Lega del Filo d'Oro dal 2024 al 2026. Scrittrice freelance per il magazine Donnemente. Assistente alla Direzione Organizzativa del Festival di Saggistica Passaggi della città di Fano.

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