Stupro e sentenza ribaltata: «Giustizia è (ri)fatta, non si può processare la libertà sessuale delle donne»
«Non dimenticheremo le parole usate dal Tribunale di Macerata: l’assoluzione basata sul fatto che la vittima aveva già avuto rapporti dunque era in condizione di immaginarsi i possibili sviluppi della situazione».
Le operatrici dei Centri antiviolenza e delle case-rifugio delle Marche tornano sulla sentenza, poi riformata dalla Corte di Appello di Ancona, che aveva assolto in primo grado un uomo accusato di violenza sessuale da una ragazza che all’epoca aveva 17 anni.
Lo fanno a poca distanza dalla presa di posizione della Camera Penale di Macerata che difende l’operato dei giudici del loro Tribunale di riferimento e stigmatizzano l’uso di frasi decontestualizzate per creare scalpore.
Chiaro è, che comunque la si voglia vedere, il linguaggio giudiziario ha bisogno, come tanti altri linguaggi, di essere rivisto alla luce delle esigenze innegabili, emerse ormai da anni. Tra queste la vittimizzazione secondaria che è per tante donne un deterrente a denunciare le violenze subite.
Stato della cultura giuridica, monito delle associazioni
Le associazioni Cante Di Montevecchio Onlus di Fano, Donne e Giustizia e Polo 9 Società Cooperativa Sociale di Ancona, Labirinto Cooperativa Sociale di Pesaro, Servizi Antiviolenza Il Faro di Macerata e Società Cooperativa Sociale On The Road di Fermo e Ascoli accolgono con favore la condanna a 3 anni inflitta in Appello: «Questa decisione ristabilisce la verità dei fatti e restituisce dignità alla vittima, riconoscendo la sua parola e la violenza subita. È una vittoria importante, che conferma come la giustizia possa e debba correggere i propri errori.
Tuttavia, non possiamo e non dobbiamo archiviare quanto accaduto in primo grado. L’orrore delle motivazioni depositate dal Tribunale di Macerata, resta una ferita aperta e un segnale d’allarme gravissimo sullo stato della cultura giuridica nel nostro Paese».
Le associazioni evidenziano come «le parole usate dal Tribunale di Macerata basando l’assoluzione sul fatto che la vittima aveva già avuto rapporti dunque era in condizione di immaginarsi i possibili sviluppi della situazione rappresentano un manifesto della cultura dello stupro e un atto di vittimizzazione secondaria istituzionale intollerabile.
Il fatto che un collegio giudicante, nel 2025, abbia potuto mettere nero su bianco tali pregiudizi dimostra quanto radicata sia ancora la mentalità patriarcale, che tende a processare la libertà sessuale delle donne anziché il reato commesso dagli uomini. Anche se la sentenza è stata riformata, il pensiero che l’ha generata persiste e deve essere combattuto senza tregua».
La condotta sessuale pregressa e la Convenzione di Instanbul
Le operatrici dei Centri antiviolenza e delle case-rifugio delle Marche, richiamando anche la convenzione di Instanbul, evidenziano come la sentenza di primo grado «ha rischiato di lanciare un messaggio devastante a tutte le donne: denunciare può significare esporsi al giudizio sulla propria vita privata, vedersi negare il diritto fondamentale all’autodeterminazione sessuale. La Corte d’Appello ha fortunatamente riaffermato i principi cardine dello Stato di diritto e della Convenzione di Istanbul, la quale vieta espressamente l’utilizzo della condotta sessuale pregressa della vittima per screditarne l’attendibilità (Art. 54). Ma in un Paese che continua a registrare dati drammatici sulla violenza di genere e sui femminicidi, non possiamo permetterci di affidare la tutela delle donne solo ai gradi successivi di giudizio. La protezione deve essere garantita fin dal primo momento».
Oltre ad esprimere vicinanza alla giovane donna, le operatrici promettono di continuare a vigilare anche nelle aule di tribunale: «Ribadiamo con forza la richiesta al Ministero della Giustizia e al Consiglio Superiore della Magistratura: è urgente e indispensabile investire in una formazione specialistica obbligatoria per tutti i magistrati e gli operatori del diritto sulla violenza di genere, sugli stereotipi e sulla corretta applicazione delle convenzioni internazionali.
Solo attraverso un profondo cambiamento culturale potremo garantire che nessuna donna debba mai più sentirsi dire che, in fondo, “doveva aspettarselo”».







