La professoressa Roberta Caddeo e la Neuropsicologa Silvia Stanga

Scrivere un testo inclusivo, gli strumenti arrivano da linguistica e neuropsicologia

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La scrittura, così come il linguaggio, rappresenta un aspetto fondamentale per noi e per la nostra civiltà. Quando si parla e si scrive vogliamo essere compresi. Per questo è fondamentale scrivere un testo inclusivo.

A volte però la comprensione è data per scontato, soprattutto quando si scrive. Per questo motivo dal domani al 14 novembre, all’Università di Camerino, si terrà un ciclo di seminari online, dal titolo
“Testi per l’inclusione: proposte di scrittura accessibile tra linguistica e neuropsicologia“.
Il corso sarà tenuto da Roberta Caddeo, docente di linguistica generale all’Università di Bergamo e Silvia Stanga, psicologa, psicoterapeuta in analisi transazionale e neuropsicologa.

Testo inclusivo, obiettivo del corso

«L’obiettivo è mettere a sistema la prospettiva linguistica e quella neuropsicologica, delineando il tema dell’accessibilità all’interno dei testi – afferma Roberta Caddeo – lo scopo è quello di dare strumenti e consigli operativi, anche concreti per comunicare in maniera inclusiva, tenendo conto sia della prospettiva linguistica che di quella neuropsicologica».
«La prima regola è quella di interrogarsi su come si sta scrivendo, sembra banale ma non lo è» sottolinea Silvia Stanga.

Lo schwa non è del tutto inclusivo

Roberta Caddeo, professoressa di linguistica generale all'Università di Bergamo - Tiene il corso di scrittura inclusiva con la neuropsicologa Silvia Stanga.
Roberta Caddeo, docente di linguistica generale all’Università di Bergamo.

Ma quali sono gli strumenti che rendono un testo inclusivo?

«Di sicuro non è semplice – specifica Caddeo – comunicare in maniera inclusiva, significa tante cose, bisogna sempre avere in mente chi è il nostro destinatario. Inoltre c’è da considerare che alcune scelte possono essere inclusive per una categoria di utenti, ma non per altre.

Prendiamo ad esempio lo schwa, di sicuro permette di includere tutte e tutti, anche chi non si indentifica nel genere maschile o femminile, però l’uso di questo simbolo può non essere inclusivo con tutte quelle persone che hanno un disturbo nel neurosviluppo. Quindi ad esempio chi soffre di dislessia, disgrafia o per chi ha difficoltà a decifrare certi simboli.

Lo stesso discorso si può fare con l’asterisco, la “U” o le barre oblique (/).
Perlomeno lo schwa, ha la possibilità di essere pronunciato. Tutte queste soluzioni, pur rispondendo alla stessa istanza, creano comunque problemi di leggibilità».

Il linguaggio non è un etichetta accessoria.

Includere il genere all’interno della scrittura contribuisce alla rimozione degli stereotipi?

«Premesso che ognuno ha il diritto di essere chiamato come vuole, credo che il linguaggio non sia un’etichetta accessoria, ma contribuisca a modellare il modo in cui pensiamo.
Studi scientifici dimostrano che il maschile sovraesteso introduca un bias, induce a pensare di default ad un maschile tout court.

Il linguaggio è un importante mezzo di rappresentazione, chiamare le cose in un certo modo le rende vive e esistenti, il tema non va assolutamente banalizzato».

L’uso delle formule neutre

E allora quale può essere la soluzione?

«Una soluzione è quella di neutralizzare il genere, attraverso formulazioni neutre: ad esempio, dire “il corpo docente” anziché “le docenti e i docenti”.
Ovviamente è bene specificare che tutte le varie soluzioni sono frutto di dibattito. È sempre bene avere chiaro che non esiste una soluzione che sia valida per qualsiasi persona che legga un testo. Durante la scrittura è bene prendersi quei quattro minuti in più, per scegliere quali sono le parole più corrette per il destinatario di quel testo».

Quindi non esiste una scrittura inclusiva valida per tutte e tutti.

«La chiave di tutto è sempre avere in mente il destinatario e il contesto. Pensare quindi sempre a chi ci stiamo rivolgendo e in quale contesto lo stiamo facendo.

Tornando allo schwa, se utilizzato all’interno di un forum rivolto ad esempio alla comunità LGBTQIA+, probabilmente il suo uso sarebbe positivo, tuttavia è sconsigliabile l’utilizzo all’interno di una comunicazione istituzionale. Ad esempio, il Comune di Bergamo che deve mandare un’avviso alla comunità per comunicare che parte la raccolta differenziata, forse è meglio che non utilizzi la schwa, però può utilizzare una forma del tipo “a tutta la cittadinanza”».

Altri strumenti per rendere la scrittura inclusiva

Per rendere una scrittura inclusiva bisogna prestare attenzione anche ad altri elementi, «un altro grandissimo tema è la leggibilità fisica. Questa questione riguarda strettamente gli aspetti grafici e tipografici che possono facilitare la lettura. Il testo deve avere un carattere tipografico adeguato al lettore, ad esempio le persone che soffrono di dislessia hanno difficoltà a leggere i font con le grazie, quelli con gli abbellimenti grafici. L’ideale sarebbe utilizzare caratteri “san serif“, letteralmente senza grazie.

Un altro aspetto fondamentale è l‘uso del grassetto, che guida nell’evidenziare un tema rilevante.

Altrettanto importante è la spaziatura tra le righe del testo e soprattutto i paragrafi, che sono addirittura fondamentali e aiutano moltissimo la lettura del testo.
Ogni paragrafo deve esaurire un certo contesto, che ruota intorno ad una frase principale che riassume il paragrafo stesso, che deve essere autosufficiente. Perciò andrò a capo, perché sto introducendo un nuovo concetto.
Il paragrafo aiuta il lettore a processare con calma le informazioni, che così sono più distribuite in maniera anche ordinata e non accatastate».

Testi complessi, come semplificare

Oltre all’aspetto grafico c’è anche un aspetto linguistico che va tenuto in considerazione, esistono alcune strutture che possono rendere il testo molto complesso: frasi lunghe, complesse, che portano il lettore o la lettrice a leggere il testo moltissime volte prima di essere compreso.

L’ideale sarebbe: evitare frasi troppo lunghe, rendere chiaro chi svolge l’azione, utilizzare quindi delle forme attive. Ad esempio all’interno del linguaggio burocratico si utilizza sempre il passivo, opacizzando quindi chi compie l’azione.
Ad esempio: “Si comunica che oggi è aperta la procedura di inoltro di…” possiamo benissimo scrivere “noi comunichiamo che, da oggi è aperta la procedura per…”. Questo rende il testo chiaro.

Anche la scelta delle parole è importante, spesso i testi, soprattutto quelli della burocrazia abusano di parole pseudotecniche, che non sono tecniche ma lo sembrano. Come se questo uso migliorasse la qualità della comunicazione.

Ogni volta che si scrive, bisogna scegliere le parole che un cittadino medio possa comprendere. Invece di dire: “inoltrare la documentazione” si può benissimo usare “inviare la documentazione”. La differenza? Inoltrare risulta più alto rispetto a “inviare”, che però di sicuro è più comprensibile».

Linguaggio burocratico inclusivo o no?

È il linguaggio burocratico che deve fare ancora molta strada per essere inclusivo e comprensibile, «l’ambito amministrativo ha ancora molta resistenza. Purtroppo ci sono delle strutture che sono molto radicate, se non si scrive in quel modo si pensa che non si scriva bene. Italo Calvino, quando parlava del burocratese, parlava di anti lingua.

Devo dire che però ultimamente di questo tema se ne sta parlando tanto, che è un primo punto di partenza».

«A livello di scrittura di testi esiste una legge che impone alle pubbliche amministrazioni di utilizzare un linguaggio comprensibile al più ampio raggio della popolazione – afferma Silvia Stanga – Dobbiamo domandarci come essere più inclusivi, perché l’inclusione promuove e rispetta la diversità, alla base c’è sempre il rispetto per l’altro, che mi sembra un valore etico».

Silvia Stanga, psicologa e psicoterapeuta, che insieme alla professoressa Roberta Caddeo tiene il corso di Scrittura inclusiva all'Università di Camerino
Silvia Stanga, Psicologa, psicoterapeuta in analisi transazionale e neuropsicologa.

Inclusione e Intelligenza artificiale

Secondo lei l’intelligenza artificiale può aiutare?

«Può essere uno strumento, ma bisogna sempre riflettere su quello che sto scrivendo.
Può essere utile per chi scrive, anche per chi legge, ma soprattutto per chi scrive. La base è considerare il testo come un mezzo, ciò che viene scritto non è il prodotto finale, il prodotto finale è sempre la comprensione dell’altro».

Come è nato il corso

«Il corso è partito dal libro “Scrivere bene per includere… meglio” che io ho scritto insieme alla Professoressa dell’Università di Bergamo, Piera Molinelli, al quale ha partecipato anche la professoressa Caddeo.
Il libro trattava di scrittura inclusiva, al suo interno abbiamo voluto unire le due prospettive quella linguistica e quella neuropsicologica».

La domanda che viene spontanea è, come comunicano queste due prospettive?

«Comunicano dal momento che si mettono al servizio del lettore e della lettrice. La neuropsicologia amplia il pensiero, la linguistica offre soluzioni più inclusive.

All’interno del corso poi amplieremo la riflessione linguistica, in un’ altra amplieremo la conoscenza di cosa vuol dire leggere e comprendere un testo. Mettendoci nei panni di chi fruisce di uno scritto, sia per chi soffre di un disturbo del neurosviluppo e chi no.
Parleremo anche degli usi della lingua, ad esempio l’uso delle metafore, o dei tecnicismi, elementi che possono rendere la comprensione del testo complicata, soprattutto per una determinata categoria di soggetti. All’interno dell’ultima lezione cercheremo poi di integrare tutti questi aspetti».

Laureato in Scienze della Comunicazione all’Università di Macerata, ha collaborato con l’ufficio stampa di ateneo. Attualmente collabora con Cronache Junior e modera eventi.
Da tempo si dedica a studi e approfondimenti sulle questioni di genere perché crede che l’equità e la giustizia per tutte e tutti siano una conquista necessaria, ma alla base di tutto ci deve essere rispetto e cortesia. Crede fermamente che attraverso la gentilezza si possano raggiungere grandi obbiettivi. E’ appassionato di cinema, scrittura e letteratura.

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