Giséle Pelicot e Gino Cecchettin
Giséle Pelicot e Gino Cecchettin al Festival Letteratura di Mantova

La vergogna deve cambiare lato: Gisèle Pelicot e Gino Cecchettin trasformano il dolore

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Emozione e commozione al Festival Letteratura di Mantova dove due personaggi simbolo della lotta contro la violenza di genere hanno lanciato i loro messaggi potenti

Tempo di lettura stimato: 8 minuti


Una folla commossa, in piedi, accoglie Gino Cecchettin e Gisèle Pelicot e allo stesso modo li saluta alla fine dell’incontro di oggi al Festival Letteratura di Mantova. In mezzo, parole capaci di toccare corde profondissime, ma pronunciate sempre con compostezza, dignità e, soprattutto, con uno sguardo rivolto agli altri.

Perché nelle loro storie il dolore privato diventa pubblico e quindi testimonianza, tentativo di evitare che altre donne e le loro famiglie debbano attraversare la stessa tragedia. L’incontro porta il titolo che è già una dichiarazione: “La vergogna deve cambiare lato”.


Due storie segnate dalla violenza di genere, due modi diversi di trasformare una tragedia personale in uno strumento di cambiamento collettivo.

Gisèle Pelicot, sopravvissuta a dieci anni di abusi per mano del marito con la complicità di decine di uomini, ha scelto di affrontare il processo a porte aperte.

Gino Cecchettin, padre di Giulia, uccisa a 22 anni dall’ex fidanzato Filippo Turetta, ha scelto di non chiudersi nel silenzio del lutto, ma di impegnarsi pubblicamente sul terreno dell’educazione affettiva e della prevenzione della violenza maschile sulle donne.
A volte si sceglie di portare fuori il proprio dolore, perché quella storia possa servire a qualcun altro.

Due storie diversissime e un punto di incontro

Pelicot è sopravvissuta per anni agli abusi organizzati dal marito, che la drogava e permetteva ad altri uomini di violentarla. Quando nel 2020 ha scoperto quello che le era accaduto, ha scelto in seguito di opporsi a un processo a porte chiuse.

Gino Cecchettin ha perso la figlia Giulia, uccisa a 22 anni dall’ex fidanzato, e ha deciso di trasformare il lutto in un impegno pubblico contro la violenza maschile sulle donne attraverso la fondazione che porta il nome della figlia. Entrambi sono accomunati dalla scelta di non nascondere.

«Ho portato il peso della vergogna»

Per Gisèle Pelicot la parola vergogna non è uno slogan costruito dopo il processo, ma qualcosa che ha conosciuto sulla propria pelle. Racconta di averne portato il peso durante tutto il procedimento e di aver maturato con estrema chiarezza una decisione: quella vergogna doveva cambiare lato.

Non spettava a lei portarla e non dovrebbe spettare a nessuna donna vittima di violenza.
Aprire il processo è diventato allora qualcosa che andava oltre la sua vicenda individuale. Pelicot racconta di essersi resa conto progressivamente che intorno alla sua storia stava accadendo qualcosa, arrivavano giornalisti non soltanto francesi, ma da tutto il mondo.

Gisèle Pelicot
Gisèle Pelicot



La cosa più sorprendente è stata anche che altre donne trovavano il coraggio di parlare. Alcune, dopo di lei, avrebbero chiesto che anche i propri processi si svolgessero pubblicamente.
Da quel momento la scelta personale ha assunto quindi il peso di una responsabilità collettiva.

Il messaggio lanciato alle altre donne da Gisèle Pelicot è semplice: parlate, con un’amica, con un medico, con qualcuno di cui vi fidate. Anche quando la paura è enorme, anche quando manca l’indipendenza economica e sottrarsi a una relazione sembra impossibile.
«Non siete sole» è il concetto al quale torna più volte.

Gino Cecchettin sposta la domanda ancora più indietro. Quando si parla di vergogna, osserva Cecchettin, siamo già arrivati al dopo.
Lui vorrebbe parlare soprattutto del prima, prima della violenza, prima che una relazione diventi controllo, prima che qualcuno arrivi a considerare normale ferire, limitare o possedere un’altra persona.

Gino Cecchettin
Gino Cecchettin



È qui che entra in gioco l’esame di coscienza di ciascuno di noi: riconoscere anche i piccoli gesti quotidiani, le parole e i comportamenti che possono alimentare una cultura nella quale la sopraffazione viene tollerata.

È uno dei punti sui quali lavora la Fondazione Giulia Cecchettin, capire da dove nasce la violenza per cercare di fermarla prima che si manifesti nelle sue forme più estreme. Perché il possesso, ricorda Cecchettin, non è amore.

Filippo Turetta non accettava che Giulia lo lasciasse, voleva averla per sé. Ma le persone non si possiedono, gli oggetti si possono possedere.

Educare bambine e bambini allo stesso modo

E forse è proprio questa una delle cose da insegnare ai bambini fin da piccoli, smontando anche frasi apparentemente innocue come “un po’ di gelosia ci vuole”. Amare non significa trattenere qualcuno, ma riconoscere la sua libertà.

Quando il dolore resta, ma diventa anche qualcosa da restituire

Il lavoro di sensibilizzazione che svolge Cecchettin lo aiuta a mantenere viva Giulia e a restare suo padre. Esporsi pubblicamente, però, ha un prezzo. Cecchettin racconta di continuare a lavorare e a vivere del proprio lavoro, che peraltro ama ma non mancano giudizi o critiche. Anche il dolore rimane e ci sono momenti in cui è talmente forte da chiedersi come riesca a essere lì, su un palco, ad andare avanti ma poi pensa altri suoi figli e sa che deve continuare a essere un padre.

L'abbraccio tra Pelicot e Cecchettin
Il commovente abbraccio tra Pelicot e Cecchettin

Una parte della sua quotidianità oggi è dedicata alla comunità. Dice di aver imparato proprio da Giulia a mettersi dalla parte degli altri e cerca di restituire ciò che può con gli strumenti che ha.
A volte la risposta arriva attraverso le parole di altre ragazze. Ragazze che, dopo la storia di Giulia, hanno riconosciuto i segnali di una relazione pericolosa e hanno trovato il coraggio di andarsene. Una di loro gli ha detto: «Sono viva grazie alla storia di Giulia».
Per un padre che ha perso una figlia, forse non esiste risposta più potente.

Non esiste un modo “giusto” di essere vittime

C’è poi un’altra forma di giudizio che accomuna chi sopravvive alla violenza e chi resta dopo un femminicidio: l’idea che esista un codice al quale conformarsi. Come deve comportarsi una vittima? Quanto deve piangere un familiare? Può sorridere? Può tornare a lavorare? Può esporsi pubblicamente? E dopo quanto tempo?

Pelicot lo dice chiaramente: ogni vittima deve avere il diritto di parlare a voce alta, ma non esiste una vittima uguale a un’altra.
Anche raccontare e scrivere significa tornare continuamente dentro alla propria storia. Eppure per entrambi mettere le parole sulla sofferenza può diventare una forma di elaborazione. Cecchettin parla della scrittura come di uno strumento curativo, non è necessario pubblicare un libro, afferma, ma scrivere può servire semplicemente a se stessi.

Il problema non sono “tutti gli uomini”, ma la neutralità non basta

Pelicot insiste su un punto delicato, non si tratta di contrapporre uomini e donne, né di considerare ogni uomo responsabile della violenza di altri uomini. Il bersaglio è piuttosto una cultura della mascolinità tossica nella quale il corpo femminile può diventare oggetto, disponibilità, proprietà.

Festival Letteratura a Mantova



Gli uomini che l’hanno violentata erano diversi tra loro, ma avevano qualcosa in comune: hanno visto una donna priva di coscienza come un corpo di cui poter disporre, anche perché avevano ricevuto l’autorizzazione del marito. Ed è proprio qui che la frase «io non sono così» rischia di non bastare più.

Pelicot racconta anche degli uomini che oggi la fermano per ringraziarla perché la sua vicenda ha modificato il loro sguardo.
È forse questo il cambiamento culturale più difficile e più importante: mettersi in discussione anche quando non ci consideriamo parte del problema.

Il cambiamento passa dall’educazione.

Bambini e bambine devono essere cresciuti nello stesso modo, educati al rispetto, all’attenzione verso l’altro, alla libertà. Come ribadisce Cecchettin, è fin da piccoli che andrebbero istillati alcuni valori, perché l’obiettivo ancora più ambizioso è riuscire ad arrivare prima, prima che sia necessario raccontare un’altra storia come quelle di Gisèle e Giulia.

L'abbraccio tra Pelicot e Cecchettin

Claudia Brattini, farmacista con specializzazione in nutrizione e chimica degli alimenti, laureata in Scienze della Nutrizione. È Giornalista pubblicista e si occupa di comunicazione nel mondo della salute. Ha conseguito un master in Comunicazione della Salute & Digital Marketing Sanitario, Giornalismo e Data
Journalism organizzato dal Corriere della Sera. È autrice del libro di cucina per bambini "Gustosissimo, favole ricette ed emozioni da impastare".

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