Simona Atzori in piazza della Repubblica a Treia
Simona Atzori in piazza della Repubblica a Treia ha dipinto un disegno poi donato al sindaco Franco Capponi (foto di Franco Tomassini)

«Il corpo non definisce ciò che siamo»: la lezione di libertà di Simona Atzori

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La ballerina e pittrice, nata senza le braccia, ha raccontato sul palco de “La Notte Fuori Misura” a Treia il suo percorso, iniziato dai sogni di bambina, realizzati anche se tutti li credevano impossibili. Tante le suggestioni per «dare dignità al palcoscenico della propria vita»


Tempo di lettura stimato: 6 minuti

Quello che stupisce di Simona Atzori è il sorriso. Non si riesce ad arrivare alle braccia che non ha dalla nascita perché lei ti rapisce con quel suo modo di splendere. Lei definisce il sorriso il suo biglietto da visita.

Poi arrivano le sue parole, dritte, pronunciate con voce argentina, escono direttamente dal petto, precise, come un pungolo: così buone, genuine, come un pane appena sfornato, croccante e pieno di contenuto.

Sognare senza limiti

Autentico è uno dei termini che usa più spesso la ballerina, pittrice e scrittrice milanese parlando di sé ma anche degli altri e del modo in cui lasciare un segno nel mondo.

«Quando sono nata ho fatto un bel casino» ha raccontato ieri sera in piazza della Repubblica a Treia, sul palco de “La Notte Fuori Misura“, la serata conclusiva della rassegna nazionale di teatro integrato Fuori Misura – Premio Giovanni Soldini a Treia.

Simona Atzori
La Notte Fuori Misura con Simona Atzori (foto Franco Tomassini)

Ha ricordato poi i suoi sogni di bambina, quando alla gente diceva che voleva fare la ballerina e la pittrice e veniva guardata in modo strano. «Ho provato anche a cambiare i miei sogni ma quelle facce continuavano a guardarmi in modo strano. Solo mia madre mi diceva se vuoi fare la ballerina e la pittrice devi studiare tanto».

Riprendersi la propria misura

È così che ha invitato i tanti e le tante presenti a non lasciarsi limitare dallo sguardo degli altri: «La strada che ho seguito è stata quella di essere libera di sognare e fare quello che voglio. L’arte richiede molto impegno ma non ho lasciato che il limite che gli altri vedevano in me fosse il mio.

Quanto è bello essere fuori misura in una società che ci vuole tutti della stessa misura che non si capisce neanche quale sia, ribelliamoci. Riprendetevi la vostra misura. Siamo qui per cercare di rendere la nostra vita più bella possibile. Il mio invito è ad essere artisti della vostra vita ogni giorno, che venga la voglia anche a voi di dare dignità e bellezza nel palcoscenico della vostra vita».

«Il corpo non definisce ciò che siamo»

In una società così attenta al corpo, a dettare i canoni da rispettare, a definire la bellezza su misura, il messaggio di Simona Atzori e soprattutto il suo esempio risuona come un balsamo: «Il corpo non definisce ciò che siamo, siamo quello che decidiamo di essere.

Le mie braccia sono rimaste in cielo, come ha scritto il giornalista Candido Cannavò ma ho due ali, la danza e la pittura che mi hanno permesso di volare in questa vita. Non è stato facile ma ho avuto una famiglia di smisurati, di persone davvero fuori misura».

Equità è anche cambiare lo sguardo

Intervistata da Donnemente, a margine dell’iniziativa, Simona Atzori ha anche affrontato il tema dell’equità.


Simona, le donne fanno ancora fatica a raggiungere l’equità. Qual è la situazione per chi è donna e affronta una condizione ulteriore di difficoltà?

«L’equità per una donna con disabilità non è semplice , ma molto dipende da come gli altri ti vedono o anche non ti vedono. È importante come gli altri spostano lo sguardo ma anche come ti poni rispetto agli altri. Io penso che dobbiamo proporci in modo onesto sincero e autentico. Questo é quello che ho sempre cercato di fare da donna e da artista.

Simona Atzori
(foto Franco Tomassini)



Mi mancano le braccia ma ho una pienezza di essere umano prima e di donna poi. Questa è la chiave che ho scoperto nella mia vita e che porto avanti. Lo faccio attraverso l’arte che è un linguaggio che apre tante porte. Amo quello che faccio e anche chi chi mi guarda in modo diverso se ne accorge».

L’autenticità come un faro

Per una persona con disabilità che riesce ad avere successo, ce ne sono tante che non riescono. Il rischio è che il messaggio che passa attraverso i media e i social è che chi non ce la fa non si è impegnato abbastanza. Qual è il suo consiglio?

«Mettere da parte l’orgoglio. Ognuno di noi ha la sua strada e un percorso che vuole, che crede sia giusto per sé. Paragonarci agli altri, specie quando abbiamo una diversità da affrontare, ci offusca la vista.
Non è detto che il successo sia la nostra strada, quello che vogliamo davvero. L’autenticità dovrebbe essere il nostro faro e guidare le nostre azioni. Ci impantaniamo quando non ci ascoltiamo perché anche nella nostra vita quotidiana ci vuole tanta consapevolezza».

Lei non solo ha lavorato sulla sua consapevolezza ma ora si prende cura anche di quella degli altri con corsi motivazionali ed esperienziali.

«Io ho lavorato tanto e mi sono costruita con l’arte, con tanto studio e con la formazione. Poi ci sono i viaggi, gli incontri e le serate come questa, nelle piazze in cui attraverso l’arte cerco di parlare all’anima. Ci vuole però voglia di mettersi in discussione.

Mi piace pensare di essere uno specchio che consente a chi guarda me di osservarsi con altri occhi. Se guardi me non trovi la mia storia, ma la tua. Una volta che lo fai, non è facile, anzi la vita diventa più impegnativa».


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Giornalista professionista, cofondatrice di Cronache Maceratesi. Per quattro anni è stata vice presidente dell'Ordine dei giornalisti delle Marche, di cui è attualmente consigliera. E’ docente di corsi su giornalismo ed educazione digitale. Cura il progetto Cronache Junior che propone informazione per ragazzi e ragazze. Da anni privilegia le storie di donne e le valorizza nelle sue interviste. Si occupa di linguaggio inclusivo.

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